L'archeologia nel futuro dell'Italia: dall’emergente spinta imprenditoriale a catena di creazione del valore di conoscenza
Da disciplina accademica a motore di innovazione: nuove tecnologie, competenze e capacità imprenditoriali possono trasformare il patrimonio culturale in una risorsa economica, favorendo startup, investimenti e nuove connessioni con altri settori.
di Daniele Malfitana e Stefano Monti
Ogni futuro immaginato è un tentativo di costruzione di tale futuro. Un tentativo che, per scongiurare il rischio di trasformarsi in un semplice esercizio di stile, ha bisogno di costruire una narrazione unitaria in grado di intercettare una consequenzialità tra le spinte evolutive oggi osservabili e le condizioni che probabilmente potranno caratterizzare lo scenario di riferimento in un futuro più o meno lontano.
Per alcuni settori economici questo tipo di attività rappresenta una condizione di assoluta normalità: in ambito finanziario, o in ambito industriale, la condizione del futuro probabile influenza direttamente le azioni odierne.
In altri campi dell’agire umano, invece, questo habitus non si è ancora pienamente diffuso, in parte per una differente sensibilità culturale, in parte per condizioni strutturali.
Se dunque si è soliti immaginare che settori come l’informatica, la robotica, o anche le commodities, risultino fortemente influenzate dal “futuro stimato”, tale proiezione risulta molto meno frequente per settori legati alle discipline umanistiche, e ancor meno per le discipline e i settori correlati al Patrimonio Culturale.
Potrebbe infatti risultare controintuitivo immaginare che l’archeologia, disciplina che ha al proprio centro la produzione di conoscenza legata alle tracce materiali del passato umano, presenti una correlazione fortissima con il futuro. Controintuitivo, però, non significa inesatto.
Se si supera il perimetro della definizione, infatti, emerge con chiarezza che l’insieme delle attività che oggi vengono ricondotte alla macroarea “archeologica” presentano una spiccata tendenza all’innovazione, e una ancor più marcata “sensibilità” alle evoluzioni tecniche e tecnologiche presenti in altri settori.
Immaginare l’archeologia del futuro, quindi, non solo è possibile, ma necessario e, per certi versi, urgente.
A dettarne l’impellenza non è un’esigenza intima, ma la constatazione dei processi evolutivi in corso che, in pochissimo tempo, hanno generato sensibili mutamenti in tutte le dimensioni dell’agire archeologico e che, inseriti in una visione di ampio respiro, che sia in grado non solo di prendere atto dei cambiamenti ma anche di governarli e indirizzarli, possono rappresentare per il nostro Paese un’importante opportunità di sviluppo.
Negli ultimi anni, infatti, l’archeologia ha conosciuto profonde trasformazioni, soprattutto sollecitate dalla cosiddetta archeologia preventiva e dal boom esogeno dei lavori pubblici che ne hanno richiesto i servizi.
Questo processo ha condotto numerosi archeologi a sperimentare nuove strade al di là di quelle canoniche, mirando così a concentrarsi su nuove opportunità e dando vita ad economie che, necessariamente, tenderanno a ridursi una volta ultimate le risorse straordinarie del PNRR.
Si tratta di una constatazione importante: la presenza di flussi economici (derivanti dal Pnrr, e dai lavori pubblici e dagli investimenti infrastrutturali da questo generati), ha mostrato come, in determinate circostanze, l’archeologia, oltre ad essere una disciplina accademica (così percepita fino a qualche anno fa) può rappresentare anche un settore economico con un buon potenziale di crescita, in grado di generare valore e non solo regole burocratiche da rispettare.
Il combinato di queste condizioni ha dunque dimostrato come l’archeologia possa essere materia d’impresa su tantissimi versanti, ma solo in presenza di alcune condizioni che, in una logica di indirizzo futuro, è forse utile elencare: la prima è senza dubbio la presenza di “risorse” da investire su diversi filoni dell’archeologia; la seconda è la necessità di comprendere che è necessario dare vita e strutturare delle imprese che siano in grado di cogliere le opportunità che tali risorse offrono; la terza è la creazione di percorsi che siano in grado di coinvolgere l’archeologia e gli archeologi in altre catene di creazione del valore, e definire dei processi di trasferimento tecnologico specificamente sviluppati per le imprese che sono attive in questo ambito.
Sarebbe ingenuo affermare che tali condizioni sono state già pienamente acquisite: l’osservazione del presente indica che quando tali elementi ricorrono congiuntamente emergono esperienze significative, ma sottolinea anche che la presenza congiunta di risorse, imprese, e spinta alla creazione di catene di valore è ad oggi ancora eccezione, spesso sospinta dalla già citata spinta esogena del PNRR.
E’ dunque evidente che trasformare tale saltuarietà in condizione strutturale richieda un salto culturale: una visione che, rompendo tradizioni stereotipate, inizi a considerare l’archeologia come un processo produttivo in grado da un lato di generare valore aggiunto per il territorio e, dall’altro di immettersi in altre catene di produzione del valore.
Si potrebbe obiettare che le esperienze identificate, piuttosto che “spinte evolutive” possano essere dei temporanei adeguamenti che il settore archeologico ha adottato per adeguarsi alla presenza di risorse straordinarie. Una riflessione realistica, ma nulla esclude che da un adeguamento transitorio possano sorgere poi trasformazioni di medio-lungo termine. Soprattutto se le tensioni interne del settore si mostrano in linea con le condizioni demografiche, la disponibilità di asset, le proiezioni economiche e occupazionali.
E’ improbabile, per dirla in altri termini, che nell’attuale contesto nazionale e internazionale, il sistema archeologico resti immutato nei prossimi anni. E questo ci porta ad un’altra considerazione: se è pacifico immaginarne un’evoluzione, allora è possibile valutare quale tra le evoluzioni possibili, possa essere più funzionale al nostro Paese, e alla collettività, agendo sin da subito per superare i principali ostacoli che potrebbero frenarne la concreta attuazione.
Ed è in questo senso che è necessario in primo luogo operare un salto culturale.
Come collettività, infatti, tendiamo ad identificare l’archeologia con l’output che esso produce.
Il lavoro archeologico quindi, si esplicita all’interno della nostra società come il lavoro di professionisti che partecipano alla costruzione di un valore immateriale, che per quanto sia identificato come essenziale per lo sviluppo di una collettività, tende a produrre “valore pubblico”, e quindi inglobato all’interno della catena di produzione pubblicistica, e che incide in termini di valore economico soltanto indirettamente.
Una condizione già di per sé non trascurabile, se vogliamo, perché parte della notorietà del nostro Paese nel mondo è dovuta proprio alla nostra storia e al patrimonio materiale che è testimone del nostro passato. E questa notorietà incide globalmente su tutte le nostre produzioni.
Al di là di questo aspetto, però, l’archeologia è tutt’altro che un’attività “monosettoriale”: se guardiamo alla grande categoria delle discipline umanistiche, infatti, l’archeologia è probabilmente il settore a più forte ibridazione tecnologica, oltre ad essere tra i settori a più forte componente intersettoriale.
Basta fare il confronto con l’editoria: prima dell’intelligenza artificiale, la dimensione tecnologica dell’editoria era sicuramente importante ma la sua influenza era decisamente limitata. Una qualsiasi azione archeologica “sul campo”, invece, può richiedere un notevole utilizzo di prodotti hardware e software generati da altre discipline, geologia in primis. Per un archeologo, oggi, che vuol dirsi “globale e completo” è del tutto naturale affrontare elementi tecnici come la tecnologia Gis (sistema informativo computerizzato che permette di acquisire, archiviare, analizzare e visualizzare dati geografici), Lidar (tecnologia di telerilevamento che misura le distanze emettendo impulsi di luce laser), così come è ormai prassi fare uso di “stazioni totali” (strumenti topografici che, nel caso dell’archeologia, registrano le coordinate tridimensionali di reperti, muri e stratigrafie). Solo per citarne alcuni!
L’archeologia del futuro del nostro Paese, quindi, non può che fondare le proprie premesse dalla constatazione dell’esistente, da cui emerge con chiarezza che dove lo stereotipo racconta una disciplina accademica, la realtà esprime invece un settore economico maturo e connesso a settori fortemente influenzati dalla tecnologia.
Si tratta di un passaggio fondamentale, perché sostituisce ad una visione monolitica (l’archeologia), una produzione integrata di conoscenza che, in quanto tale, può trovare una propria configurazione in un output archeologico, ma non necessariamente deve concludersi in esso.
L’insieme di competenze oggi richieste, infatti, si estendono ben oltre il perimetro dello studio del passato, e possono essere pertanto introdotte anche in altre catene di produzione del valore,
caratterizzate da un mercato più fortemente sviluppato.
Usando un parallelismo forse un po' “estremo”, se volessimo interpretare le competenze come fattori produttivi dell’archeologia, allora potremmo comprendere che l’output della filiera di produzione archeologica attuale genera, necessariamente, uno “scarto di produzione”, e che il futuro dell’archeologia, quello più immediato e realistico, sta nella capacità di identificare strategie per trasformare questi scarti di produzione in risorse da immettere in altri cicli produttivi.
La conoscenza archeologica può, ad esempio, essere di supporto in industrie specializzate con l’interpretazione dei dati satellitari; essere in grado di allenare intelligenze artificiali nella risoluzione di problemi complessi o nel riconoscimento di specifici oggetti. Piccoli esempi che ruotano intorno ad un unico perno: la capacità degli archeologi di creare valore aggiunto non solo all’interno del settore archeologico ma anche in catene di produzioni ad alta intensità di conoscenza, che possono essere non solo locali, ma anche internazionali e globali.
Una archeologia così declinata potrebbe iniziare a diversificare le proprie fonti di entrata, incrementando quindi le risorse che vengono assorbite dal settore, e conseguentemente, sviluppando le condizioni per ulteriori sviluppi, sia in termini economici, che in termini tecnologici.
In una riflessione volta al futuro dell’archeologia, però, è essenziale considerare anche il ruolo che gli stessi “futuri” archeologi saranno chiamati a svolgere per l’evoluzione della materia.
La storia della musica e dell’arte sono chiare: le reali trasformazioni avvengono soltanto se, al di là dei potenziali “pionieri”, esistono poi numerosi soggetti che fanno proprie le intuizioni iniziali e le trasformano a loro volta, talvolta portandole a livelli estremi, talaltra quasi trasfigurandole.
Se dunque l’archeologia del futuro, nel nostro Paese, può realmente esprimere il proprio potenziale inserendosi in catene di produzione globali, è necessario che siano proprio i futuri archeologi a definire in che modo ciò possa realmente accadere e che quindi, inevitabilmente, è necessario trasferire ai futuri professionisti dell’archeologia non solo nozioni e conoscenze, ma anche attitudini che potrebbero agevolare lo sviluppo dell’archeologia nel proprio complesso, e tra queste, senza dubbio, l’attitudine all’imprenditoria.
Dal futuro immaginato, dunque, si ritorna al presente, per poter rendere tale futuro un’ipotesi operativa e non semplicemente una velleità fantascientifica.
È chiaro infatti che l’attitudine all’imprenditoria, andrebbe in primo luogo stimolata all’interno dei percorsi universitari con una didattica nuova e al passo con le esigenze della contemporaneità, ma anche in questo caso è opportuno fare delle precisazioni.
Se si guarda alla maggior parte dei corsi di studio dedicati all’archeologia negli atenei italiani, emerge, in qualche modo, la consapevolezza che l’archeologia possa avere dei risvolti di natura economica. Ma tale consapevolezza, e il trasferimento di nozioni base di economia e management, non rappresentano uno stimolo all’imprenditoria, anzi. Nella migliore delle ipotesi rappresentano un insieme di nozioni che per quanto noiose possono essere percepite come potenzialmente utili nel futuro, introducendo però una differenza sostanziale economia e imprenditoria.
L’imprenditoria è un approccio proattivo al mondo, la volontà di realizzare qualcosa (un bene o un servizio) avvalendosi e integrando risorse differenti, sia economiche e finanziarie, sia umane e organizzative, che potrebbe migliorare le condizioni di vita dell’essere umano e, al contempo, generare una maggior ricchezza per chi a questo progetto dedica tempo, denaro, e conoscenze. Non è dunque trasferendo sic et simpliciter il concetto di break even point che si riesce a convincere un archeologo a ragionare in modo imprenditoriale. Eppure, questa spinta all’innovazione, nel nostro mondo, è molto più che essenziale. E questa spinta non può essere insegnata, può essere soltanto stimolata. Un elemento che, a ben vedere, presuppone anche un leggero ma significativo sovvertimento delle attuali relazioni tra corpo docente e studenti.
Dove oggi è prassi ritrovare un professore trasferente e degli studenti riceventi, si dovrebbe infatti verificare una relazione in cui il professore trasferisce agli studenti una e una sola consapevolezza: voi, con il vostro talento e le vostre capacità, non siete chiamati semplicemente ad essere degli archeologi; siete chiamati a migliorare l’attuale condizione dell’archeologia. Disponete di tutte le risorse utili per generare innovazione. E non siete soli. Studenti e professionisti di altre discipline vivono nelle vostre medesime condizioni; e l’archeologia può allora integrarsi in moltissime catene di creazione del valore.
Se dunque il futuro è inevitabilmente inserito in una capacità dell’archeologia non solo di farsi impresa, ma anche di avviare politiche di valorizzazione delle competenze in grado di massimizzare la frontiera delle possibilità produttive di ogni singolo professionista, il presente deve necessariamente essere caratterizzato dalla consapevolezza che nessuno (o quasi) degli attuali professionisti che oggi occupano ruoli di responsabilità all’interno della professione archeologica possiede le adeguate sensibilità per poter rendere tale trasformazione possibile.
Molti ne comprendono l’utilità, altri ne percepiscono l’ineluttabilità trasformativa, ma è chiaro che il cambiamento deve essere sviluppato per gradi, facendo in modo che chi ha quelle competenze trasformative possa sperimentarle, metterle in campo.
Agevolando questi processi, il futuro dell’archeologia in Italia sarà molto differente da quello che si potrebbe desumere dalla sola osservazione superficiale del settore: creazione di start-up, capacità di inserirsi in percorsi ad alta conoscenza su scala internazionale; capacità di attrarre investimenti diretti esteri per progetti legati all’archeologia, ma anche a discipline ad essa correlate.
Le condizioni di partenza esistono, ma è chiaro che tali condizioni vadano necessariamente stimolate, sia sul piano formativo che su quello imprenditoriale, sia promuovendo un superamento degli stereotipi culturali (anche tra gli addetti ai lavori), sia favorendo concretamente una sempre maggiore inter-settorialità dell’archeologia, non solo come disciplina che usa gli altri settori come “fornitori”, ma essa stessa fornitore di altri settori.
di Daniele Malfitana, Ordinario di archeologia (Università di Catania) e Componente del Consiglio superiore per i beni culturali e paesaggistici del Ministero della Cultura, e Stefano Monti, Partner Monti&Taft
Copertina: Nika Benedictova/unsplash