L’ospitalità infranta: quello che “The Odyssey” di Nolan racconta del nostro presente (e dei futuri che non sappiamo più immaginare)
Nel film quattro metafore del pensiero anticipante: dalla memoria al tempo, dalle nuove generazioni ai rischi di un potere incapace di concepire alternative.
C’è una legge, nel mondo antico raccontato da Omero, che precede qualsiasi trattato internazionale: la xenia, l’ospitalità sacra garantita da Zeus stesso. Chi la infrange non commette un reato qualunque: mette in discussione l’ordine su cui si regge la convivenza tra i popoli. È da lì, da quella regola violata a Troia, che nasce tutta la catastrofe dell’Odissea: un conflitto durato dieci anni, un ritorno impossibile per altri dieci, un’intera generazione bruciata dentro una guerra che nessuno sa più come chiudere.
Christopher Nolan, con il suo nuovo film uscito il 16 luglio, non ha bisogno di attualizzare esplicitamente nulla: basta lasciare che il mito faccia il suo lavoro. Le cronache dell’epoca in cui viviamo — dove regole di diritto internazionale considerate intoccabili sono riscritte solo con parole che si dissolvono come nuvole in tempo reale in nome dell’urgenza o della sicurezza — trovano in questa storia un’eco che non ha bisogno di sottolineature. Quando un potere decide che le proprie regole valgono per gli altri ma non per sé, il conto arriva sempre, anche se in ritardo di anni.
Ed è qui che il discorso si fa più scomodo, perché il film non si limita a raccontare la violazione: racconta soprattutto cosa succede dopo, quando quella violazione va gestita, rimossa, elaborata — o negata. Ed è esattamente il punto in cui il mito incontra una forma di alfabetizzazione che in Italia si conosce ancora troppo poco, la Futures Literacy: una competenza strategica per la cittadinanza, dispositivo di emancipazione e libertà, che potrebbe supportare i contesti sociali e le comunità educanti nell’utilizzare le immagini di futuri per orientare le scelte individuali e collettive nel presente. Una delle sue intuizioni più spinose è che il potere tracotante — quello che non ammette limiti alla propria azione — non è semplicemente pericoloso: è miope. Non riesce a concepire futuri diversi da quelli in cui la propria supremazia resta intatta. È un potere che, per usare un’espressione relativa ai Futures studies, ha “colonizzato” i futuri, requisendoli a beneficio di un solo scenario possibile: il proprio.
In particolare, si possono individuare almeno quattro nuclei tematici nelle ‘viscere’ del lungometraggio, metafore viventi del pensiero anticipante.
- Anticipazione vs. memoria come “usi del futuro”. I Futures Studies (Miller, Unesco) distinguono tra futuri “colonizzati”, limitati da un passato non elaborato e futuri “emancipati”, liberati attraverso un "lavoro di lutto" che permette di superare le perdite e i traumi del passato; elaborare ciò che è stato consente di accogliere l'ignoto e di inventare possibilità inedite per il presente, anziché rimanerne intrappolati. Il nostos di Odisseo — che può iniziare solo dopo aver attraversato le ombre relative al senso di colpa e agli eventi traumatici vissuti — è quasi un caso di studio per la Futures Literacy: il ritorno a Itaca non è un ripristino nostalgico del passato, ma richiede prima una “de-colonizzazione” del futuro dalle proiezioni di controllo e onnipotenza (l’astuzia bellica) che lo hanno reso, per vent’anni, irraggiungibile.
- Il tempo non lineare come metodo, non solo come stile. In Nolan (da Inception a Tenet), il tempo non è mai un contenitore neutro ma un oggetto di progettazione. Questo è esattamente l’assunto epistemologico della Futures Literacy: i futuri non si “predicono”, si “intercettano” nel presente — li si costruisce come artefatti immaginativi per cominciare ad agire nel qui e ora. La struttura a flashback del film (raccontare per ricordare, ricordare per tornare) rispecchia l’idea che l’anticipazione è un processo retrospettivo continuo, non una linea che procede solo in avanti.
- Telemaco e le “generazioni future” come change maker.Il tema, molto caro all’Anticipatory Governance e ai Futures Studies, per cui chi eredita il mondo (i giovani) ha la necessità di trasformarsi in agente di cambiamento reinterpretando l’eredità piuttosto che semplicemente riceverla, trova nell’universo cinematografico di Nolan un corrispettivo narrativo diretto.
- Agamennone/potere tracotante come “futuro bloccato” (locked-in future).La sua tracotanza è l’incapacità di immaginare alternative al dominio, un caso da manuale di ciò che Sohail Inayatullah, ideatore dell’Analisi Causale Stratificata (CLA), descrive come “futuro colonizzato dal potere presente”, incapace di visioni plurali; il condottiero degli Achei incarna una sorta di Dart Vader ante litteram: il potere che pietrifica il proprio stesso futuro. Sul "locked-in future" di Agamennone è possibile effettuare una lettura a più livelli (proprio in riferimento al CLA — litania/cause sociali/visione/mito). L'arroganza è solo il sintomo di superficie; il vero "locked-in" sta nel mito fondativo del potere patriarcale? La tracotanza individuale basta a spiegare il blocco, o c'è uno strato più profondo che non è ancora esplorato?
La maggior parte delle recensioni uscite in questi giorni descrivono un Agamennone che il film ritrae quasi come una maschera senza volto, incarnazione di un’arroganza patriarcale che divora tutto ciò che le sta intorno — compresa, nella vicenda di Clitennestra, la propria stessa famiglia, sacrificata sull’altare della guerra. E non è un caso che a fargliela pagare, in questa versione, sia proprio una donna. È un’immagine che si presta a più di una lettura politica: il potere che si crede eterno perché convinto di controllare ogni variabile è, in realtà, il più cieco di tutti davanti al proprio futuro — perché ha smesso di considerarlo un’incognita da esplorare, trattandolo invece come un possesso da difendere.
Dall’altra parte della storia c’è Odisseo, che rappresenta l’esatto opposto: un uomo che deve disfarsi della propria ossessione per il controllo — la stessa astuzia che lo ha reso vincitore a Troia — prima di poter tornare a casa. Il ritorno, il nostos, comincia soltanto quando smette di voler prevedere tutto e comincia, semplicemente, a ricordare e a lasciarsi andare. È un rovesciamento netto rispetto alla retorica muscolare che spesso associamo agli eroi di guerra: la vera competenza, qui, non è la capacità di dominare l’imprevisto, ma quella di attraversare il lutto senza restarne prigionieri.
Troviamo Telemaco, che eredita un padre-mito più che un padre reale, e a cui Nolan concede più spazio di quanto Omero stesso gli avesse riservato. Anche qui il parallelo politico non richiede uno sforzo particolare: le nuove generazioni non ereditano passivamente le regole infrante dai padri, sono chiamate a riscriverle, spesso proprio mentre chi le ha infrante continua a giustificarsi.
Ed è proprio su questo crinale che torna utile un’altra lezione, meno nota ma tutt’altro che accademica: quella di Donata Fabbri e Alberto Munari, fondatori dell’Epistemologia Operativa e teorici del “pensiero epico”. Nella loro elaborazione, l’epica non coincide con l’eroismo solitario di chi comanda senza ascoltare — quello, semmai, è il tratto di Agamennone — ma con un modo di stare nella conoscenza e nel potere fondato sull’ascolto, sul coraggio e sulla responsabilità condivisa: non il “cogito ergo sum” di chi decide da solo per tutti, ma un “cogito ergo sumus” che riconosce il limite della propria prospettiva. Un’attitudine che si lega al “viaggio dell’eroe” di Joseph Campbell e alla sua rilettura in dodici tappe realizzata da Christopher Vogler: la separazione, l’iniziazione e il ritorno che scandiscono quel modello narrativo universale coincidono, punto per punto, con la struttura del nostos omerico — a conferma che pensiero epico e viaggio dell’eroe non sono due grammatiche distinte, ma la stessa mappa letta con lenti diverse e complementari allo stesso tempo.
È la differenza, tutta politica, tra un potere che si crede l’unico possibile e un potere disposto a lasciarsi correggere — magari, come accade a Clitennestra, anche a costo di pagarne il prezzo.
Tuttavia, accanto alla vendetta di Clitennestra e alla resa dei conti finale di Odisseo, c’è una terza via dell’interdipendenza positiva: quella di Penelope, che non punisce il potere né lo affronta a viso aperto, ma lo logora con la stessa mêtis — la stessa astuzia strategica — che rende celebre suo marito. La tela che tesse di giorno e disfa di notte è il suo modo di rispondere ai Proci, che pretendono di imporle un solo futuro possibile (un nuovo sposo, un nuovo potere sulla casa): non lo combatte apertamente, lo rifiuta rimandandolo, tenendolo aperto, esattamente come un potere che si crede l’unica opzione va costretto a confrontarsi con la possibilità che non lo sia. È un tempo sospeso — tre anni, fino alla notte in cui l’inganno viene scoperto, e oltre, quando Penelope continua a rimandare la scelta con altri mezzi — che ha qualcosa di curiosamente nolaniano: un presente che avanza e insieme si annulla, un’azione e la sua cancellazione che coesistono nello stesso arco di tempo, non diversamente dal tempo invertito di Tenet. Se Agamennone incarna il potere che colonizza il futuro imponendo un’unica visione, Penelope pratica l’esatto contrario: una resistenza paziente e amorevole che, senza mai dichiarare guerra, mantiene plurali le possibilità finché non è il momento di sceglierne una insieme a chi tornerà a condividerla.
C’è già, del resto, un luogo dove questo passaggio — dalla narrazione alla responsabilità politica sul futuro — viene messo in pratica, non solo teorizzato.
A Venezia, nel cuore pulsante di Piazza San Marco, il cinema è già usato in modo non troppo dissimile da quello che qui proponiamo per Nolan. Home of The Human Safety Net, un social innovation hub che coinvolge il pubblico in attività di citizen science attraverso il programma Involved! InnovationLab for Sustainable Change Makers. La sua programmazione si inserisce nel Piano nazionale dei Musei dei Futuri, tra ReadingLab, Workshop e la rassegna MovieLab alla sua terza edizione programmata a ottobre 2026.
Il Progetto, curato dal sociologo Francesco Della Puppa con gli studenti del Polis-Social Hub di Ca’ Foscari, porta in sala film e documentari fondati su narrazioni autentiche — di migrazione, lavoro, marginalità, riscatto — seguiti da un dialogo pubblico con registi, protagonisti e studiosi: un dispositivo che restituisce dignità alle storie e insegna a “vivere il presente con maggior attenzione e consapevolezza”, come suggerisce lo stesso Della Puppa, a guardare dritte negli occhi le regole infrante, prima di poterle riscrivere. È un cinema osserva il presente e comincia a intravedere i futuri.
Ma accanto a MovieLab, nello stesso programma INVOLVED!, quello sguardo sul presente si spinge oltre: i laboratori “Futures Perspectives Lab” e i workshop dedicati alla “Futures Literacy” traducono in pratica pedagogica ciò che l’Unesco chiama “la nuova alfabetizzazione del ventunesimo secolo” — la capacità di distinguere tra futuri possibili e di scegliere, collettivamente, quale costruire. È il passaggio politico per eccellenza: non subire un futuro già scritto da chi detiene il potere — Agamennone, in fondo, non fa che imporre la propria unica versione del domani —, ma rivendicare il diritto di immaginarne altri. Se un’istituzione può insegnare a farlo partendo dal cinema, forse il mito di Nolan, con la sua ospitalità infranta e il suo potere cieco, non è solo materiale da critica cinematografica: è un caso di studio pronto per essere diffuso in contesti educativi per allenare il pensiero anticipante .
Si potrebbe obiettare che tutto questo riguardi solo la trama di un film. Ma le grandi narrazioni collettive — quando sono ben costruite — funzionano proprio così: non ci parlano di eroi lontani, ci restituiscono, sotto forma di mito, le domande legittime che come società fatichiamo a porci direttamente. Se un regista sceglie di raccontare, proprio ora, una civiltà che rischia di restare travolta dalle conseguenze delle proprie regole infrante, forse non è solo un’operazione di cinema. È un invito, neppure troppo velato, a chiederci se il nostro presente sia ancora capace di immaginare futuri diversi da quello in cui la tracotanza di pochi ha già deciso tutto per tutti.
* L'immagine "Penelope con i Pretendenti" di Pinturicchio (1509 circa, National Gallery di Londra, NG911), scelta come foto di copertina, mostra Penelope al telaio, i pretendenti, il ritorno di Ulisse e altri episodi dell'Odissea compressi in un'unica immagine, in perfetta coerenza con la lettura su "tessitura come (r)esistenza e futuri plurali".