Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Intervista a Giorgio Metta, alla scoperta della “Robot Valley” dell’Istituto Italiano di Tecnologia

Dalla robotica umanoide all’AI, passando per salute, clima, futuro della ricerca e cartoni animati. Il direttore dell’IIT racconta nel suo nuovo libro Inventare il futuro come scienza e tecnologia possano diventare strumenti per migliorare la qualità della vita. A partire dalle scelte di oggi.

lunedì 27 luglio 2026
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Che ruolo avranno robot e intelligenza artificiale nel futuro dell’umanità? E come possono aiutarci ad affrontare le grandi sfide del nostro tempo, dalla crisi climatica all’invecchiamento della popolazione? Sono domande che spesso ci facciamo, ma alle quali difficilmente riusciamo a dare una risposta. Per questo siamo andati a chiederlo a Giorgio Metta, direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e autore del saggio Inventare il futuro. Come vivremo nel 2100, pubblicato a giugno da Mondadori.

Apri il libro con un’idea affascinante, coniata negli anni Duemila dall’Etc group, un think tank canadese. Così come per l’universo c’è stato il Big Bang, il nostro “BANG” è rappresentato da Bit, Atomi, Neuroni e Geni. Secondo questa visione, il futuro della tecnologia non sarà plasmato da una singola disciplina, ma dalla convergenza di queste quattro. Su quali basi si sviluppa questo metodo scientifico, che nel libro definisci una forma di “intelligenza collettiva”? E come lo applicate all’Istituto Italiano di Tecnologia?

C’è una cosa fondamentale che spesso non viene percepita: queste quattro componenti sono tutte tecnologie. Non è così ovvio, perché qualcuno potrebbe pensare che, ad esempio, la biologia non sia una tecnologia. In realtà la stiamo trasformando in una tecnologia proprio in questo momento. Quando sviluppiamo nuovi farmaci, quando impariamo a manipolare i sistemi biologici per costruire terapie sempre più efficaci, stiamo facendo ingegneria e tecnologia.

All’IIT questo approccio nasce da una convinzione ormai abbastanza diffusa nella comunità scientifica: costruire barriere artificiali tra discipline – “io sono ingegnere”, “io sono biologo”, “io sono informatico” – ha sempre meno senso. È giusto specializzarsi durante gli studi universitari, perché bisogna diventare esperti di una materia. Ma quando si arriva alla ricerca di alto livello, dopo il dottorato, succede qualcosa di diverso, ti contamini con le competenze degli altri. Solo così nascono le idee davvero nuove.

Oggi stanno sorgendo discipline come la biologia sintetica, dove si uniscono la comprensione dei meccanismi biologici con strumenti propri dell’ingegneria, o la teoria dei controlli, per modificare il comportamento delle cellule. È proprio questo il messaggio del paradigma BANG: mettendo insieme competenze diverse si arriva a risultati completamente nuovi.

Nel saggio individui poi due grandi sfide che l’umanità dovrà affrontare nel 21esimo secolo: healthcare e earthcare, ovvero cura della salute e dell’ambiente. Perché proprio queste due?

Perché, alla fine, non c’è altro. La scienza ha il dovere di migliorare la qualità della vita dell’essere umano. Noi sviluppiamo tecnologia da quando abbiamo iniziato a scheggiare le pietre. Lo abbiamo sempre fatto per vivere meglio: procurarci il cibo, proteggerci dalle intemperie, difenderci dagli animali, migliorare la nostra condizione nel mondo.

Credo che ci siano due grandi problemi che caratterizzeranno questo secolo. Il primo è il cambiamento climatico. Sta diventando sempre più evidente e sempre più drammatico. Proprio ieri leggevo un articolo sull’Economist che racconta come, osservando la Terra dai satelliti, sia possibile osservare il cambiamento della luminosità del pianeta perché l’aumento della CO2 nell’atmosfera cambia come questa rifletta in modo diverso la luce. Quando riflette meno, la temperatura aumenta. È un’immagine davvero impressionante.

La questione ambientale non è separata da quella della salute, che è il secondo grande tema. Se vogliamo vivere meglio dobbiamo vivere sì più a lungo, ma in buona salute. Entro il 2040 l’OCSE stima che i costi della sanità cresceranno di circa il 3% del Pil (arrivando a un complessivo 12%). Un numero enorme. Per l’Italia significa circa sessanta miliardi di euro aggiuntivi. È più di una tipica legge di bilancio. Poter garantire una sanità sostenibile è quindi anche un dovere morale nei confronti delle prossime generazioni.

Nel testo emerge molto la tua passione per la scienza, la tecnologia e, in particolare, per la robotica. Da dove nasce?

Mi sono posto questa domanda proprio mentre scrivevo il libro. Sono tornato con la memoria al mio primo incontro con il concetto di robot e credo che sia stato intorno al 1980.

Per la mia generazione quel momento coincide con i cartoni animati giapponesi, quelli che oggi chiamiamo anime. All’epoca erano semplicemente cartoni animati, ma sono stati il primo momento in cui il robot è entrato nell’immaginario della mia generazione. Nel mio caso non è stato subito Asimov, quello è arrivato dopo.

Quasi contemporaneamente, nel 1981, ricevetti il mio primo computer: un Texas Instruments. Qualche anno dopo arrivò anche il Commodore 64. Da lì nacque la passione per la programmazione. All’inizio volevo programmare videogiochi, diventare uno sviluppatore dei giochi che vedevamo nelle macchinette delle sale giochi (gli “arcade”), e qualcuno l’ho anche realizzato.

A quel punto avevo due passioni che crescevano insieme: da una parte il software, dall’altra l’hardware che avevo immaginato guardando quei cartoni animati. Le due cose si sono unite all’università, quando ho scelto di occuparmi di robotica e successivamente di robotica umanoide.

Naturalmente, negli anni è arrivata anche la fantascienza. Il primo libro che lessi seriamente fu Dune, di Frank Herbert. Lo leggevo durante le pause dello studio per l’esame di maturità. È curioso perché Dune è un romanzo in cui non ci sono robot. Sono stati banditi dopo una sorta di rivoluzione religiosa che vieta la costruzione di macchine capaci di imitare il pensiero umano.

È uno scenario molto interessante, soprattutto se pensiamo ai dibattiti di oggi sull’intelligenza artificiale. Molti guardano queste tecnologie con preoccupazione. Nel libro, invece, provo a ribaltare questa prospettiva. Cerco di raccontare una tecnologia che non rappresenta una minaccia, ma uno strumento per affrontare proprio quei due grandi problemi di cui parlavamo prima: la salute e l’ambiente.

Giorgio Metta con iCub (foto Ansa)

Racconti anche della nascita di iCub, il robot umanoide sviluppato dall’IIT per studiare il rapporto tra AI e scienze cognitive. È interessante perché emerge come dietro quel progetto ci siano anni di ricerca, ma anche una precisa visione. Come è nato?

L’idea della robotica umanoide era nata per me anni prima, come ti ho detto, ma dal punto di vista tecnologico avevo ancora bisogno di imparare. Durante il dottorato lavoravo con un manipolatore industriale e alcune telecamere: riuscivo già a fare esperimenti interessanti, ma un robot umanoide era ancora lontano. C’era anche un problema economico: progettare macchine così complesse richiede risorse importanti.

La svolta è arrivata durante i due anni trascorsi al MIT. Lì lavoravo con un robot umanoide che aveva il torso, le braccia e la testa, ma non le gambe. Quell’esperienza mi ha permesso di studiare i componenti necessari per costruire un robot di questo tipo. Terminato il mio periodo al MIT, sapevo come realizzare un robot umanoide: mancavano soltanto i finanziamenti.

Con una tempistica perfetta riuscimmo ad ottenere un progetto della Commissione europea del valore di otto milioni e mezzo di euro. Il nostro gruppo aveva a disposizione circa metà di quel budget, sufficiente per mettere insieme un nutrito team di ingegneri e sviluppatori (ma anche qualche neuroscienziato). Abbiamo assunto cinquantacinque persone e abbiamo iniziato a sviluppare il robot. Da lì sono arrivati altri progetti, uno dopo l’altro, che ci hanno permesso di completare la piattaforma. Dopo oltre vent’anni di lavoro è nato anche uno spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia, una startup molto finanziata chiamata Generative Bionics, con 70 milioni di euro per portare i robot umanoidi alle applicazioni industriali.

Credo che il risultato più importante sia stato costruire una scuola. Oggi a Genova, scherzando ma neanche troppo, parliamo di una “Robot Valley”. Molti dei ricercatori che si sono formati con noi hanno fondato altre startup: c’è chi realizza robot per la logistica, chi sviluppa veicoli autonomi e molte altre tecnologie. Si sta creando un vero tessuto industriale attorno alla robotica.

La chiamiamo Robot Valley anche perché è davvero una valle, a differenza della Silicon Valley che, geograficamente parlando, è piatta. Ma soprattutto perché qui si è formato un ecosistema fatto di università, ricerca e imprese.

In Inventare il futuro dedichi spazio anche alla blue sky research, la ricerca guidata dal “puro desiderio di conoscenza”. Ci sono due modelli di finanziamento molto diversi in questo senso: l’European research council e la Darpa americana. Quali sono le principali differenze?

Sono due modi diversi di arrivare allo stesso obiettivo: produrre innovazione radicale. L’European research council finanzia soprattutto ricerca di frontiera. Si cercano idee completamente nuove che, magari nel medio-lungo periodo, avranno un impatto trasformativo.

La caratteristica fondamentale è che viene lasciata grande libertà al ricercatore. Ognuno propone la propria idea e viene valutato esclusivamente sulla qualità scientifica della proposta: quanto è solida, quanto è innovativa, quanto è credibile il programma di lavoro. È un modello che ha prodotto risultati straordinari. Molti Premi Nobel hanno ricevuto un finanziamento Erc prima ancora di ottenere il Nobel.

La Darpa segue invece un approccio diverso. Anche qui si punta su tecnologie rivoluzionarie, ma con un orientamento molto più ingegneristico. Si parte da un problema concreto che ancora non ha una soluzione.

La differenza è che la Darpa affida grandi risorse economiche a project manager che sono tecnici, non burocrati. Sono persone con competenze scientifiche che decidono come organizzare i progetti.

Prendiamo la sfida sulla guida autonoma. La Darpa non dice come costruire un’auto autonoma. Dice semplicemente: bisogna andare da A a B senza conducente. Da quel momento ogni gruppo trova la propria soluzione. Il project manager divide il problema in tanti sottoproblemi, mette più gruppi in competizione tra loro e finanzia le soluzioni migliori. E se un progetto non procede abbastanza bene, il finanziamento può anche essere interrotto.

È un approccio orientato alla costruzione della tecnologia. Non a caso da programmi Darpa sono nate innovazioni come internet, la guida autonoma e molte delle tecnologie che oggi utilizziamo quotidianamente.

Proponi anche due idee molto forti per l’Europa. Partiamo dalla prima: creare una sorta di “Cern dell’intelligenza artificiale”. Quanto siamo vicini a questo obiettivo?

Secondo me potremmo farlo domani mattina. Serve però una decisione politica chiara. Bisogna scegliere di investire davvero e concentrare le risorse in un unico grande ecosistema, invece di distribuirle in tanti piccoli progetti.

Sono convinto che un ecosistema dell’innovazione funzioni quando persone diverse lavorano nello stesso luogo. Devono esserci università, startup, grandi aziende, ricercatori. La vicinanza fisica conta moltissimo.

Non è solo una questione di potenza di calcolo. È una questione culturale. Quando si crea un ambiente di questo tipo si genera un circolo virtuoso: arrivano altri ricercatori, altre imprese, nuovi investimenti. Si crea massa critica. Finora, in Europa, siamo stati troppo frammentati. Abbiamo realizzato tanti piccoli progetti di intelligenza artificiale, ma raramente qualcosa con un impatto davvero globale.

Da scienziato penso che ci sia anche un’altra motivazione: è bello costruire le tecnologie, non semplicemente utilizzarle dopo che qualcun altro le ha sviluppate. Se la tecnologia arriva sempre dall’esterno, noi non impariamo, rimaniamo dipendenti e perdiamo conoscenza.

Sostieni anche l’importanza di democratizzare l’intelligenza artificiale, rendendola accessibile attraverso un approccio open source. Pensi sia possibile?

Sì, anche se dopo aver scritto il libro ho maturato qualche riflessione in più. Tutta la mia attività scientifica si è sempre basata sull’open source. Quasi tutto ciò che abbiamo sviluppato nella ricerca di base è stato rilasciato liberamente, naturalmente quando non c’erano vincoli industriali. Continuo a credere che questa sia la strada giusta. Rendere disponibile la tecnologia significa permettere a tutti di innovare.

Detto questo, è evidente che oggi l’intelligenza artificiale è diventata molto potente e può anche essere utilizzata in modo improprio. È una questione che dobbiamo affrontare. Non credo però che la soluzione sia chiudere completamente queste tecnologie. La storia insegna che è molto difficile impedire la diffusione della conoscenza.

Lo vediamo già oggi. Modelli come DeepSeek dimostrano che, partendo da ciò che era già noto nella comunità scientifica, è possibile sviluppare sistemi molto competitivi.

Succede un po’ come con le tecnologie nucleari: esistono controlli molto rigorosi, ma qualcuno prova comunque a svilupparle. Nel caso dell’intelligenza artificiale è ancora più difficile bloccare tutto, perché la capacità di calcolo oggi è molto più accessibile. Per questo continuo a pensare che la democratizzazione sia importante. Dobbiamo trovare forme di governance efficaci, ma senza rinunciare alla diffusione della conoscenza.

Perché hai scelto di chiudere il libro con un racconto ambientato nel 2100?

Volevo descrivere come queste tecnologie potrebbero incidere concretamente sulla nostra vita. Mi interessava trasmettere l’idea di un’opportunità: la possibilità di costruire un mondo migliore.

Forse è una visione un po’ ingenua, ma ho voluto mettere ottimismo nel libro e ridurre quella preoccupazione che spesso accompagna il dibattito sulla tecnologia. Preferivo raccontarla come uno strumento capace di migliorare la nostra condizione.

Il racconto è anche in parte autobiografico. I protagonisti sono una coppia di ricercatori: la moglie si chiama Agnese, che è la traduzione italiana del nome di mia moglie, Agnieszka, mentre il marito porta il mio nome tradotto in polacco. Sono entrambi scienziati esperti di robotica, proprio come noi nella realtà.

Anche il viaggio che descrivo nasce da esperienze reali. Parte da Genova e arriva a Monaco di Baviera, una città con le di cui istituzioni scientifiche collaboriamo spesso. Molti luoghi e molte situazioni sono reali, anche se inseriti in un mondo proiettato nel 2100.

Ci sono altri riferimenti molto personali. Quando parlo dei nonni e delle malattie neurodegenerative penso alle esperienze che tante famiglie vivono oggi. Quasi una persona su due ha un genitore anziano che affronta queste patologie. Nel racconto immagino un futuro in cui la scienza è riuscita a fare passi avanti importanti anche su questo fronte.

Ho inserito anche tecnologie che oggi sono ancora allo stadio della ricerca, ma che considero realistiche: il posizionamento dei server dell’intelligenza artificiale nello spazio, le simulazioni quantistiche per controllare il plasma della fusione nucleare a confinamento magnetico e molte altre applicazioni che stanno già prendendo forma nei laboratori. Sono tutte idee ancora in parte lontane, ma coerenti con la direzione che la ricerca scientifica sta seguendo.

Il racconto lascia un senso di speranza. Oggi, invece, sembra prevalere una narrazione molto più pessimista del futuro.

È proprio questo che mi preoccupa. Mi viene spesso in mente il famoso discorso di Kennedy del 1961, quando disse che gli Stati Uniti sarebbero andati sulla Luna non perché fosse facile, ma perché era difficile.

Quella era un’idea di futuro capace di mobilitare le persone attorno a un obiettivo positivo. Oggi, invece, sembra che l’epica sia diventata quella dei conflitti, della contrapposizione, dell’individuazione continua di un nemico.

Io credo che dovremmo recuperare un’altra forma di ambizione: migliorare la qualità della vita, investire nella conoscenza, esplorare lo spazio, costruire nuove opportunità per tutti. La tecnologia, da sola, non basta. Possiamo avere strumenti sempre più potenti, ma se perdiamo quello spirito rischiamo di utilizzarli nella direzione sbagliata.

Per questo il messaggio finale del libro è positivo. Volevo lasciare l’idea che il futuro non sia qualcosa da subire, ma qualcosa che possiamo ancora progettare.

Voi siete tra le istituzioni fondatrici di Ecosistema Futuro, che punta proprio a progettare un domani diverso. Perché avete deciso di partecipare a questo progetto?

Perché lo considero un’iniziativa di grande valore. Chi lavora nella ricerca e nella tecnologia ha oggi una responsabilità importante: contribuire a immaginare e costruire il futuro, non limitarsi a sviluppare nuove tecnologie. Abbiamo bisogno di luoghi in cui si ragioni insieme su dove vogliamo andare. È necessario osservare i problemi di oggi e capire come potrebbero evolvere nei prossimi decenni. Questo richiede uno sforzo collettivo, fatto con passione e non soltanto per interesse economico.

La storia ci insegna che per secoli la ricchezza è stata costruita conquistando territori o sottraendo risorse ad altri. Oggi abbiamo una possibilità completamente diversa. La tecnologia ci permette di immaginare un mondo in cui il costo di produrre beni e servizi si riduce enormemente, soprattutto se riusciremo a utilizzare energia rinnovabile in modo sempre più efficiente.

Nel racconto finale del libro immagino persino una società in cui siano i robot a sostenere parte del sistema economico. È una provocazione, naturalmente, ma serve a raccontare una direzione: un futuro nel quale il benessere sia molto più diffuso. Per arrivarci, però, bisogna iniziare oggi.