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Economia e società nell’epoca dell’intelligenza artificiale

L’automazione minaccia l’equilibrio economico delle famiglie e degli Stati. Tassare le macchine sarebbe giusto ma non è semplice. E anche il ricorso ai robot in alternativa all’immigrazione rischia di impoverire le comunità.

mercoledì 22 luglio 2026
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Come si configura l’equilibrio di un sistema dominato dall’intelligenza artificiale? Esiste ormai un vasto consenso sul fatto che, a differenza dei salti tecnologici del passato, l’avvento dell’AI e della robotica ridurrà la quantità di lavoro umano necessario alla produzione. Questo processo, dal punto di vista economico, pone almeno tre problemi.

Il primo è la perdita di reddito dei lavoratori che rimangono disoccupati. Il secondo riguarda la concentrazione della ricchezza a favore di chi controlla l’intelligenza artificiale e i robot. Il terzo investe i bilanci pubblici, perché il finanziamento degli Stati dipende in larga misura dalle imposte sul lavoro, soprattutto sul lavoro dipendente, e dai contributi previdenziali per garantire le prestazioni di welfare.

La soluzione apparentemente più semplice, già proposta da Bill Gates fin dal 2017, consiste nel tassare le macchine, cioè i robot che sostituiscono i lavoratori. In prospettiva, man mano che la ricchezza sarà prodotta da strumenti artificiali, si potrebbe ridistribuire il reddito prodotto fino ad arrivare a una sorta di salario universale e finanziare in tal modo anche le attività pubbliche di welfare e riqualificazione professionale.

La tassazione dei robot sarebbe in realtà un prelievo su chi beneficia del valore aggiunto che le macchine producono, quindi potrebbe anche smussare l’accumularsi di ricchezza in poche mani e contribuire a una maggiore giustizia sociale.

Questo non risolverebbe del tutto i problemi delle larghe masse di lavoratori che rimangono disoccupati, perché il lavoro non è solo reddito, ma anche soddisfazione individuale e percezione del proprio ruolo nella società, ma potrebbe quantomeno garantire una base di equilibrio economico di fronte alla rivoluzione tecnologica.

I problemi però non mancano. Alcuni economisti fanno presente che tassare le macchine può tradursi in un freno allinnovazione; ma soprattutto è molto difficile definire che cosa è un robot e il valore della sua produzione.

In un articolo dedicato a questi temi sulla sua newsletter “Whatever it takes”, Federico Fubini cita il caso del governo dello Stato americano della Virginia che “è ufficialmente la prima autorità pubblica del mondo ad aver adottato un’imposta sui data center. Cioè sul solo indicatore disponibile della loro attività: il consumo elettrico”. È chiaro però che si tratta di un indicatore molto rozzo e che, se la politica vorrà davvero tassare la produzione derivante dall’intelligenza artificiale, si dovranno elaborare nuovi strumenti di misurazione. Anche perché i data center si possono collocare ovunque e possono sfuggire facilmente alla tassazione.

L’avvento dell’era dell’intelligenza artificiale e dei robot pone anche un altro interrogativo, valido soprattutto nei Paesi che maggiormente risentono dell’invecchiamento e del declino demografico: i cali di produzione dovuti alla diminuzione della forza lavoro possono essere bilanciati dall’aumento di produttività garantito dall’innovazione tecnologica? Si tratta di un problema politico molto delicato, perché, per dirlo brutalmente, si potrebbe pensare di utilizzare i robot al posto degli immigrati per mantenere gli stessi livelli di produzione nonostante il calo della popolazione in età da lavoro.

È la strada. perseguita dal Giappone: la sua popolazione, passata da circa 128 milioni nel 2010 a circa 123 milioni oggi, è in continua diminuzione e il governo di Tokyo ha cercato di affrontarne le conseguenze limitando i flussi migratori dall’estero, ma puntando soprattutto su robotica industriale, digitalizzazione e automazione dei servizi, compresi quelli di assistenza per gli anziani.

Resta il fatto che se la popolazione diminuisce, diminuisce anche la domanda di beni e servizi, con inevitabili conseguenze sul prodotto interno lordo. Qualcuno potrebbe vedere questa diminuzione in chiave positiva, come minore impatto sulle risorse del pianeta, ma senza lo stimolo di consumi interni adeguati è probabile che il peso di una nazione nell’arena globale tenda a ridursi: insomma un Paese che affida il suo riequilibrio soltanto all’innovazione, senza cercare di compensare i mutamenti demografici con altre politiche, compresa l’immigrazione, tenderebbe comunque a invecchiare e a raggrinzirsi come una mela avvizzita.

In ogni caso, sarebbe tecnicamente possibile, in un Paese come l’Italia, mantenere il Prodotto interno lordo agli attuali livelli puntando sull’automazione, anche con un calo di popolazione? Proviamo a fare un calcolo. Secondo le proiezioni dell’Istat, che pure incorporano una quota di immigrazione, gli italiani in età lavorativa da oggi al 2050 diminuiranno di circa 7,7 milioni. Per sostituire il loro apporto alla produzione, ogni persona in età da lavoro da qui al 2050 dovrebbe essere in grado di produrre il 26% in più, con un aumento di produttività di circa l’1% all’anno. Ma, sempre secondo i dati Istat, dal 1995 al 2024 la produttività del lavoro in Italia è cresciuta in media appena dello 0,3% all’anno, uno dei livelli più bassi tra i Paesi industrializzati. Servirebbe dunque un gigantesco impegno nell’innovazione tecnologica per triplicare almeno l’attuale dinamica della produttività oraria, un impegno comunque necessario per mantenere un adeguato livello di benessere, ma che difficilmente potrà dare risultati sufficienti per bilanciare la trasformazione demografica.

In conclusione, possiamo dire con certezza che i prossimi saranno decenni di transizione nei quali sarà necessario ricercare un equilibrio, sia dal punto di vista demografico, sia nella gestione dell’innovazione tecnologica. Oltre che per l’apporto degli immigrati, la popolazione in età da lavoro può aumentare favorendo l’occupazione femminile e quella giovanile (per evitare che le nuove generazioni debbano andare all’estero) e anche aumentando l’età di pensionamento. Ma al tempo stesso, serve una strategia per la gestione economica e sociale dell’innovazione tecnologica, per far sì che non si traduca in un aumento delle disuguaglianze e in un impoverimento di larghe masse di lavoratori rimasti disoccupati, e anche in una riduzione delle risorse dello Stato che dovrebbe garantirne benessere e sicurezza.