Decidiamo oggi per un domani sostenibile

“Made in Italy, superare una visione di retroguardia. Costruiamo narrazioni per il futuro”

Circolarità, twin transition, AI, ma anche spazio, Matrix e Stranger Things: un’intervista sul futuro del settore manifatturiero a Marco Taisch, presidente della Fondazione MICS e del MADE Competence Center Industria 4.0 e professore al Politecnico di Milano.

 

lunedì 20 luglio 2026
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Innovare è un lavoro duro, specialmente quando si ha a che fare con settori più tradizionali di altri come il manifatturiero. Il fatto che si tratti di un compito complesso, però, non significa che non sia possibile raggiungere obiettivi ambiziosi, e a dimostrarlo c’è il Made in Italy Circolare e Sostenibile (MICS), Fondazione erede di un partenariato che ha riunito oltre cento tra università, centri di ricerca e aziende con l’obiettivo di traghettare la manifattura italiana verso un modello a zero sprechi, digitale ed ecologico nei settori di abbigliamento, arredamento e automazione-meccanica.

Per saperne di più ne abbiamo parlato con il presidente Marco Taisch, che è anche professore ordinario al Politecnico di Milano.

Il settore manifatturiero è uno dei più difficili da rendere circolare e sostenibile: i processi coinvolti sono molti, dalla progettazione all’assemblaggio, dalla lavorazione dei materiali al trasporto, fino alla gestione degli scarti e al riciclo. Cosa significa per MICS far fronte a questa sfida?

Circolarità vuol dire innanzitutto lavorare sui materiali, sviluppandone di più facilmente riciclabili. Questa è la prima dimensione. Poi, c’è la progettazione del prodotto. Perché si possono usare materie eccellenti, ma se il prodotto è progettato in modo da non consentire un recupero semplice, la circolarità viene meno. La terza dimensione riguarda le filiere logistiche: devono essere attivi sistemi in grado di recuperare i prodotti e di trasportarli dove possano essere trattati.

Sono aspetti noti da tempo, sui quali si lavora da anni. Come MICS, inoltre, abbiamo cercato di approfondirne altri due. Il primo riguarda il concetto stesso di Made in Italy. Tradizionalmente, questo settore è sempre stato associato all'estetica, allo stile, alla qualità manifatturiera: elementi visibili. Quando, invece, un prodotto si digitalizza, anche in un’ottica di maggiore sostenibilità, questa qualità diventa intangibile: non è immediatamente percepibile dal consumatore. Quindi ci siamo chiesti: come comunicare questa circolarità? Come rendere evidente che un prodotto è stato realizzato secondo i principi che da sempre ci caratterizzano? Abbiamo cercato nuovi modi per raccontarlo.

La seconda dimensione che abbiamo affrontato e che ancora oggi viene trascurata, nonostante si parli sempre più di twin transition (la “doppia transizione” ecologica e digitale, nda), è appunto quella del digitale. Il digitale è un grandissimo alleato della circolarità, perché consente di raccogliere dati, informazioni e conoscenza sui prodotti. Supporta la circolarità non nella sua dimensione fisica, ma in quella virtuale: permette di sapere come un prodotto è stato utilizzato e di mettere in pratica politiche circolari che altrimenti sarebbero impossibili da implementare.

Parliamo di intelligenza artificiale. Come la state integrando in questo processo? Ha notato resistenze o, al contrario, fiducia da parte del settore manifatturiero?

Con l'intelligenza artificiale generativa abbiamo assistito a un grande progresso: l’accesso all’AI è diventato democratico. Oggi, chiunque può collegarsi a una piattaforma, caricare un documento e iniziare a utilizzare questi strumenti. Questa facilità di accesso ha reso la tecnologia estremamente diffusa. Tuttavia, l'utilizzo che molte imprese fanno dell'intelligenza artificiale è ancora piuttosto basico. Si sente dire: “Usiamo Copilot”, “Ci aiuta a leggere le mail”. Va benissimo, naturalmente, ma non è lì che si genera il vero incremento di produttività per il sistema industriale. Le possibilità a disposizione sono molte: orchestrazione produttiva, ottimizzazione energetica, manutenzione predittiva. E ne ho citate solo alcune. C’è poi un'altra direzione fondamentale, che dovrebbe svilupparsi: l’integrazione dell’AI anche nei prodotti, oltre che nei processi. Ormai è una richiesta di mercato che non può essere disattesa.  

Infine, ma non certo ultimi per importanza, ci sono gli umanoidi, che rappresentano la sintesi perfetta tra un prodotto estremamente avanzato dal punto di vista della tecnologia fisica e una grandissima concentrazione di intelligenza artificiale, che permette loro di muoversi, interagire e comprendere l'ambiente circostante. Mi piacerebbe vedere questa integrazione tra prodotto fisico e intelligenza artificiale in molti più settori.

Secondo lei l’Italia è pronta a percorrere questa strada?

Esistono già applicazioni importanti e abbiamo anche eccellenze italiane. Penso, per esempio, agli spinoff dell'Istituto italiano di tecnologia e ad altre realtà che stanno sviluppando tecnologie di altissimo livello nella robotica avanzata. Sul fronte della ricerca, quindi, siamo molto competitivi. Siamo ancora indietro nell’adozione.

A mio parere, una parte del problema è culturale. L’umanoide, in particolare, viene percepito come una minaccia per il lavoro più ancora di quanto lo fossero l'automazione industriale negli anni Ottanta o la robotica nei Duemila. In realtà, la natura del cambiamento è molto simile: anche allora si trattava di macchine sempre più efficienti, che svolgevano attività produttive. La differenza è che l’umanoide assomiglia all’essere umano. Ed è proprio questa somiglianza a generare una reazione psicologica forte, alimentata anche dall’immaginario della fantascienza.

Paradossalmente, in molti casi non ci sarebbe nemmeno bisogno di costruire robot con sembianze umane. In fabbrica, per esempio, potrebbero avere ruote invece delle gambe, quattro braccia invece di due, sistemi di visione completamente diversi da quelli umani. Pensiamo alle automobili: sono piene di telecamere e sensori, ma nessuno le percepisce come una minaccia, proprio perché non cercano di imitare l’umano.

Credo che la scelta di costruire umanoidi nasca anche dal desiderio, molto antico, di replicare l’essere umano, assumendo un ruolo “da creatore” che appartiene da sempre all'immaginario dell’uomo.

Sul sito di MICS ho visto alcuni progetti molto interessanti legati allo sviluppo di materiali bio-based in ambiente spaziale. Ce ne potrebbe parlare meglio?

Il bio-manufacturing rappresenta uno degli sviluppi più interessanti della manifattura contemporanea: realizzare materiali partendo da componenti biologici apre ad applicazioni notevoli, che vanno dalla sostituzione di quelli di origine fossile alla medicina rigenerativa, passando per il packaging di nuova generazione.

C’è poi lo spazio: un ambiente di produzione straordinario, perché l’assenza di gravità permette di realizzare materiali con caratteristiche che, sulla Terra, sarebbe impossibile ottenere. In questo ambito, i materiali bio-based figurano tra quelli di maggior prospettiva e costituiscono un ottimo test. Vede, per molto tempo abbiamo visto lo spazio soltanto come una destinazione: il luogo in cui mandare satelliti o in cui arrivare per missioni sulla Luna e oltre. Oggi stiamo iniziando a considerarlo come la fase di un più ampio processo produttivo, che comporti la fabbricazione di prodotti fuori dall’atmosfera terrestre, ma destinati proprio alla Terra.

Ci sono alcuni esperimenti specifici a riguardo?

Il primo a venirmi in mente è il progetto S.A.C.S., che punta a utilizzare lo spazio come ambiente ideale di produzione, in linea con quanto dicevamo. L’obiettivo è sviluppare un mini-laboratorio robotico capace di produrre nanocellulosa batterica, cioè biopolimeri ottenuti da risorse minime, sfruttando condizioni che nello spazio risultano più favorevoli.

Un altro progetto è Beyond the life space, realizzato con l’Alma Mater Studiorum e Thales Alenia Space Italia, che guarda invece alla vita nello spazio: si lavora alla progettazione di ambienti sostenibili, utilizzando materiali bio-based per realizzare infrastrutture fisiche e virtuali che possano migliorare il benessere degli equipaggi durante future missioni spaziali.

Tornando per un attimo sulla Terra, perché avete deciso di aderire a Ecosistema Futuro? Cosa vi ha spinto a entrare in questa grande partnership?

Per noi è stata quasi una scelta naturale. Il MICS si occupa di ricerca e innovazione, quindi parla inevitabilmente di futuro. Nasce proprio con l’obiettivo di costruirlo, nel senso più concreto e ingegneristico del termine. Vede, in questi anni abbiamo maturato una convinzione più profonda. Il nome di MICS richiama il Made in Italy, che per noi non significa soltanto arredamento, moda, meccanica o agroalimentare. Ci sono anche altri settori industriali che sorreggono il Paese e che lo caratterizzeranno ancora di più nei prossimi anni: farmaceutica, cosmetica, difesa, spazio e tanti altri comparti ad alto contenuto tecnologico. Sono questi gli ambiti che rappresentano il futuro industriale dell’Italia e dell’Europa.

La nostra convinzione è che il Made in Italy venga ancora raccontato con uno sguardo rivolto al passato. Si parla continuamente di “difenderlo”: difenderlo dall’italian sounding, dalla contraffazione, dalla concorrenza. È una visione per l’appunto difensiva, di retroguardia. Noi crediamo, invece, che il modo migliore per difendere il Made in Italy sia costruirne uno nuovo, del futuro.

Lei insegna da molti anni al Politecnico di Milano e si occupava di questi temi già prima della nascita del MICS. Cosa l’ha portata a dedicare la sua carriera a questo settore?

Come spesso accade nella vita, c’è stata anche una componente di casualità: l'incontro con il professore, con cui poi sono cresciuto professionalmente. È stato quasi una sliding door. Certo, se dopo sei mesi ero ancora lì, al suo fianco, è perché era scattata una passione profonda per la materia. Una passione per il fare.

Molti dei miei colleghi progettano prodotti. È un lavoro fondamentale: la progettazione è il primo passo. Poi, però, quei prodotti devono essere costruiti, ed è in quel momento che entra in gioco la fabbrica. La soddisfazione, per me, è vedere un prodotto uscire da una linea di assemblaggio. È lì che percepisco il valore di quello che facciamo.

Negli anni quella passione si è evoluta, quasi naturalmente, verso le due grandi dimensioni di cui abbiamo parlato e che oggi considero imprescindibili: la sostenibilità e il digitale. Quando ho iniziato, si insegnava soprattutto la gestione dei sistemi di produzione automatizzati. Poi, è arrivata la digitalizzazione delle fabbriche e, più recentemente, la sostenibilità è diventata una componente centrale della manifattura, al punto che non è più possibile separare i due aspetti.

Ultima domanda. C’è un libro, un film o una serie tv che ha influenzato il suo modo di immaginare il futuro?

In realtà ce ne sono due. Il primo è sicuramente Matrix. C'è un passaggio, in particolare, che considero determinante: quando Morpheus offre a Neo la pillola rossa e la pillola blu, dicendogli “Matrix è dappertutto”. Quella battuta, secondo me, descrive perfettamente il mondo in cui viviamo. Se al posto di “Matrix” mettiamo “digitale”, il concetto resta identico: “Il digitale è ovunque”.

E poi direi Stranger Things. In quella serie tv esiste il “Sottosopra”, no? Un mondo parallelo in cui molte regole vengono rovesciate, pur continuando a riflettere il mondo reale. Io credo che stia accadendo qualcosa di simile tra il mondo fisico e quello digitale.

Pensiamo ai digital twin, alle simulazioni, alla possibilità di prevedere fenomeni complessi prima ancora che avvengano nella realtà. In qualche modo oggi facciamo accadere le cose nel mondo digitale prima che nel mondo fisico. Questa inversione, secondo me, sta cambiando perfino la percezione della realtà nelle nuove generazioni.

In che modo?

Ho 59 anni, sono cresciuto giocando con le figurine Panini, con le biglie sulla spiaggia. Quando avevo 14 anni, mio padre mi regalò il primo personal computer e da lì entrai nel mondo digitale. Per la mia generazione il mondo reale è sempre stato quello fisico, mentre quello digitale rappresentava una sua estensione. Per un adolescente di oggi, invece, la prospettiva è quasi ribaltata. Ho avuto questa sensazione osservando mia figlia. Due anni fa mi disse: “Quest’estate sono contenta perché finalmente potrò essere davvero sociale”. Io rimasi sorpreso. Pensavo volesse dire che avrebbe passato ancora più tempo con il telefono. Invece, mi spiegò che durante l’anno aveva conosciuto online coetanei di paesi vicini e che finalmente avrebbe potuto incontrarli di persona. Per lei il percorso era esattamente opposto a quello della mia generazione: prima nasce la relazione digitale e solo dopo quella fisica. Mi colpì molto, perché mi fece capire quanto sia cambiato il punto di vista. È questo, in fondo, il “Sottosopra” che vedo nel nostro presente.