Il 2050 ha diritto di parola: come far entrare le generazioni future nelle decisioni di oggi
Dalla Valutazione di impatto generazionale alla Valutazione Anticipante: cosa insegna il Future Design giapponese a chi oggi progetta politiche pubbliche per chi nascerà domani.
Quali effetti avranno le nostre decisioni sulle diverse generazioni? È una domanda semplice quanto dirompente, capace di incrinare la logica del presente perpetuo in cui vive gran parte della politica pubblica: il trimestre, il bilancio dell'anno, la comunicazione del giorno dopo. Da questa domanda nasce la Valutazione di impatto generazionale (VIG), che classifica le misure come generazionali, potenzialmente generazionali, antigenerazionali o neutre. Uno strumento prezioso, ma che rischia di restare ancorato al presente: misura l'impatto, non necessariamente cambia il modo in cui immaginiamo i futuri per cui stiamo decidendo.
È su questo punto che la Fondazione Italiana Studi di Futuro, istituita da Roberto Poli, propone uno scarto concettuale importante: la VIG non dovrebbe essere solo uno strumento applicato a singoli atti normativi, ma il primo passo di una politica generazionale complessiva, sostenuta da pratiche di foresight e anticipazione strategica. Nasce così la Valutazione Anticipante (VA), che utilizza i metodi degli studi di futuro e l'analisi degli stakeholder per orientare le decisioni verso futuri condivisi e desiderabili. La differenza tra i due approcci è sottile ma sposta il piano del ragionamento. La VIG chiede: questa misura aiuta o danneggia i giovani e le generazioni future? La Valutazione Anticipante aggiunge: verso quali futuri ci sta portando questa misura? Quali rende più probabili, quali più difficili, quali chiude senza che ce ne accorgiamo? Se la VIG è una lente, la VA è anche una bussola — e una sorta di macchina scenica che permette di "provare" i futuri prima di doverli subire.
Il punto cieco: parlare "per" le generazioni future
Quando si parla di generazioni future si cammina su un ponte fragile: non possiamo chiedere a chi nascerà nel 2040 cosa penserà delle nostre leggi, delle nostre città, dei nostri modelli educativi. Ma possiamo evitare un errore preciso: dare per scontato che i loro valori saranno una semplice continuazione dei nostri. Come insiste Poli, ogni generazione sviluppa punti di vista propri, plasmati dalle esperienze formative vissute in età cruciale. Oggi, per la prima volta nella storia, convivono otto generazioni — e in molti contesti lavorativi fino a cinque si trovano fianco a fianco, ciascuna con visioni e valori diversi (Pierantoni 2026). Da qui una conseguenza operativa tutt'altro che scontata: non basta raccogliere il feedback dei giovani su proposte già elaborate dagli adulti. I giovani di oggi non sono le generazioni future, ma sono ciò che più vi si avvicina nel presente: vivono il futuro non come osservatori esterni, ma come incarnazione sociale della propria esperienza. Per una VIG più robusta, il loro coinvolgimento non può essere decorativo — non è la spezia partecipativa sparsa su un piatto già cucinato. Deve fare il suo ingresso in cucina quando il menù è ancora da inventare.
Dal feedback agli esercizi di futuro
La VA sposta il baricentro: non più solo valutare ex post o stimare ex ante l'impatto di misure già disegnate, ma costruire contesti partecipativi in cui i futuri desiderabili vengano esplorati, discussi, messi alla prova. Uno strumento chiave è il backcasting: si formalizza un futuro desiderabile attraverso un processo di visioning, poi si torna progressivamente indietro chiedendosi quali azioni servano per raggiungerlo, quali risorse manchino, quali siano le tappe intermedie che segnalano se si è sulla strada giusta. Questo percorso a ritroso introduce un'idea preziosa: gli obiettivi non sono confini fissi, ma orizzonti mobili. Una VIG costruita oggi sul 2050 dovrà, nel 2030, spostare lo sguardo al 2055 — non perché il primo traguardo diventi inutile, ma perché il futuro non è un punto d'arrivo: è una prospettiva che tiene in movimento l'intelligenza collettiva pubblica.
La lezione giapponese: le generazioni future non si evocano, si fanno agire
A rendere concreto questo cambio di paradigma arriva un caso di studio particolarmente istruttivo, descritto in un recente articolo di Gharaati, Saijo, Hirasawa, Sho e Mahdavinejad (2026). Nel sito Unesco delle ex miniere di carbone di Miike, in Giappone, i partecipanti a workshop di Future Design sono stati invitati a immaginare il riuso sostenibile del patrimonio industriale interpretando il ruolo di generazioni future immaginarie, collocate nel 2050. Il metodo prevede tre movimenti: Past Design, Future Design e Present Design. I partecipanti analizzano prima il passato attraverso il pensiero retrospettivo, poi formulano strategie dal punto di vista delle generazioni presenti e, infine, assumono il punto di vista delle generazioni future costruendo a ritroso una storia dal 2050 a oggi. Il risultato è illuminante: quando i partecipanti ragionano come generazione presente, tendono a concentrarsi su costi, vincoli e soluzioni pragmatiche immediate. Invece, nell’istante in cui ‘vestono i panni’ delle generazioni future immaginarie, emergono strategie più creative, sistemiche e di lungo periodo, orientate a difendere i diritti di chi verrà dopo. Il dispositivo, chiamato "Dilemma di Sostenibilità Intergenerazionale", mette i partecipanti di fronte a decisioni che richiedono sacrifici nel breve periodo in cambio di benefici futuri in analogia con il processo con cui sono state edificate le Cattedrali (cathedral thinking). Pur essendo composte dalle stesse persone, le "generazioni future immaginarie" risultano sistematicamente più visionarie di quelle "presenti": propongono visioni più ampie su tecnologia, regolazione, turismo, connessione territoriale e rapporto tra memoria e futuro. La parola chiave che riassume questo scarto è futurability: la capacità di orientare pensieri e decisioni verso il benessere delle generazioni future. Non è solo un esercizio cognitivo, ma un cambio di postura. I partecipanti non aggiungono il futuro come capitolo finale di una relazione: lo abitano per un tratto, per poi tornare nel presente con domande diverse. Rispetto al solo Past Design — dove il pensiero retrospettivo rischia di generare delusione — il Future Design produce speranza e utopia come laboratorio operativo di possibilità concrete, in continuità con la Futures Literacy.
Cosa insegna il Future Design alla VIG
Il Future Design dimostra che il futuro non va solo rappresentato: va istituzionalizzato nella conversazione pubblica. Le generazioni future non possono votare, non possono presentare osservazioni a un piano urbanistico, non possono contestare una legge di bilancio. Ma è possibile costruire dispositivi deliberativi in cui la loro assenza venga trattata come una presenza da proteggere. Per la VIG questa può essere una svolta metodologica: non si tratta più solo di stimare se una misura produce effetti positivi o negativi sui giovani di oggi, ma di chiedersi chi manca al tavolo, quale generazione non ha ancora voce, quale futuro stiamo trattando come inevitabile solo perché non abbiamo immaginato alternative. Le categorie della VIG — generazionale, potenzialmente generazionale, antigenerazionale, neutrale — restano un primo alfabeto utile. Ma dopo aver classificato bisogna progettare; dopo aver misurato, deliberare; dopo aver ascoltato, tornare indietro dal futuro desiderabile e chiedersi cosa iniziare a fare subito.
Una possibile architettura operativa
Una VIG arricchita dalla VA e dal Future Design potrebbe articolarsi in sei fasi:
- Ascolto strutturato dei giovani — non come consultazione tardiva, ma come emersione autonoma di bisogni, desideri, paure, linguaggi e proposte proprie.
- Costruzione di scenari — non un unico futuro lineare, ma più mondi possibili (frammentazione sociale, transizione ecologica riuscita, stagnazione, innovazione civica) capaci di mettere sotto stress le politiche pubbliche.
- Introduzione delle generazioni future immaginarie — gruppi di cittadini, giovani, amministratori, tecnici e stakeholder assumono il punto di vista di chi vivrà nel 2050 o nel 2060, per valutare quali decisioni presenti appariranno responsabili, miopi, coraggiose o dannose.
- Backcasting — dal futuro desiderabile si torna al presente, identificando azioni, condizioni abilitanti, risorse, alleanze, ostacoli e milestone.
- Valutazione VIG potenziata — ogni misura è valutata non solo per l'impatto generazionale immediato, ma per la sua coerenza con gli scenari, con l'ascolto realizzato e con le prospettive delle generazioni future immaginarie.
- Revisione periodica — perché le generazioni cambiano, i contesti mutano, gli orizzonti si spostano. Una VIG anticipante non è un timbro su un documento formale: è un organismo metodologico che respira.
Dal "non danneggiare" al "rendere possibile"
Il salto culturale più importante è questo: una VIG matura non dovrebbe limitarsi a evitare misure antigenerazionali, ma aiutare le istituzioni a rendere possibili vite future più desiderabili. È la differenza tra un medico che cerca di non peggiorare il paziente e un giardiniere che prepara terreno, acqua, ombra e luce, sapendo che la pianta non sarà identica al seme immaginato. La VA offre alla VIG la profondità temporale. Il Future Design le offre un dispositivo deliberativo concreto. Le generazioni future le offrono il proprio banco di prova etico. Insieme, questi tre elementi trasformano la VIG da strumento di controllo a laboratorio di responsabilità intergenerazionale: non più solo "che impatto avrà questa legge sui giovani?", ma "quale patto tra generazioni stiamo costruendo, quali futuri stiamo rendendo abitabili, quali decisioni di oggi potranno essere ringraziate domani?". È forse proprio qui che la valutazione smette di essere un modulo burocratico e diventa cultura politica: un modo per far entrare il 2050 nella stanza, senza aspettare che bussi alla porta con il conto in mano.
Non decidere solo per chi è nella stanza
A ispirare questo impianto concettuale è anche il principio della settima generazione, parte della tradizione Haudenosaunee (Confederazione Irochese): quando una comunità prende una decisione importante, dovrebbe considerarne gli effetti non solo sui presenti, ma su chi nascerà molte generazioni dopo, perché il mondo presente è "preso in prestito" dalle generazioni future. Nel lavoro di Gharaati e colleghi, questo principio ispira il Future Design come meccanismo istituzionale che obbliga il presente a fare i conti con l'assenza radicale di chi non può ancora parlare, votare, protestare o presentare osservazioni. Allargare la VIG fino a includere questi "assenti radicali" non è un esercizio retorico: è un modo per permettere ai decisori pubblici di rispondere in anticipo alle aspettative delle generazioni future, riducendo i conflitti intergenerazionali prima che si trasformino in fratture sociali. La voce del futuro non può essere predeterminata dalle decisioni di oggi: deve essere immaginata, negoziata, messa alla prova. Ed è proprio questo l'invito che la Valutazione Anticipante rivolge a chi oggi progetta le politiche di domani.
* L'autore è futurista e fa parte di The Human Safety Net
Riferimenti citati nel testo: R. Poli, Fondazione Italiana Studi di Futuro; F. Pierantoni (2026); A. Gharaati, T. Saijo, K. Hirasawa, Sho, M. Mahdavinejad (2026), sul caso Future Design applicato al sito UNESCO delle miniere di carbone di Miike, Giappone.