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La realtà dell’immigrazione e la politica degli struzzi

L’equilibrio demografico europeo è garantito dall’arrivo ogni anno di milioni di migranti e anche in Italia i flussi regolari sono molto consistenti. Ma il dibattito procede per slogan e ignora il tema dell’integrazione.

lunedì 13 luglio 2026
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In occasione del World population day che si è celebrato l’11 luglio, Eurostat ha pubblicato una serie di dati che hanno stimolato la mia curiosità perché smentiscono alcuni luoghi comuni. Nell’insieme dei 27 Paesi dell’Unione, la popolazione nel 2025 ha continuato a crescere, raggiungendo il 1° gennaio 2026 i 452 milioni di abitanti con un aumento di 706mila unità rispetto all’anno precedente. Si tratta del quinto anno consecutivo di crescita dopo il calo riscontrato nel 2020 a causa del Covid.

Questo aumento però non è dovuto al saldo naturale, perché dal 2012 le morti in Europa superano le nascite, ma è effetto dell’immigrazione. Infatti, il saldo migratorio netto dai Paesi esterni all’Unione europea dal 2022 in poi ha superato ogni anno i due milioni di nuovi insediamenti, con punte ancora più alte nel 2022 e 2023 per l’arrivo dei profughi ucraini. Se guardiamo al 2024, considerando che una quota di immigrati torna nei Paesi d’origine o comunque lascia l’Unione, si può stimare che più di quattro milioni di persone si sono insediate nell’Ue arrivando da Paesi esterni. E anche se mancano ancora statistiche ufficiali, si può stimare che anche nel 2025 i nuovi insediamenti siano stati circa quattro milioni a fronte di due milioni di ripartenze. Dunque l’immigrazione continua a essere un elemento strutturale fondamentale del panorama demografico europeo.

Se poi guardiamo alla realtà italiana, anche qui possiamo avere qualche sorpresa, forse non per gli addetti dei lavori, ma certamente per le informazioni che circolano nel dibattito pubblico. Dai dati Istat sappiamo che il saldo naturale nel 2025 è stato di meno 297mila unità ma che la variazione complessiva della popolazione è stata più o meno pari a zero, perché quel calo è stato compensato dal saldo migratorio, derivante da circa 440mila arrivi e 144mila uscite. Ma le stime 2025 che distinguono tra i flussi all’interno dell’Unione e quelli con Paesi extracomunitari ci dicono che gran parte delle uscite riguardano persone che sono rimaste all’interno dei confini europei, compensando i relativi ingressi, mentre dai Paesi extracomunitari si possono conteggiare circa 300mila nuovi arrivi, cifra molto simile a quanto è avvenuto negli anni precedenti.

Che cosa significa tutto questo? Da anni i demografi ci dicono che per compensare il calo della popolazione dobbiamo accogliere tra 250mila - 300mila immigrati all’anno. Già nel 2015 su Numerus, il mio blog sul sito del Corriere della Sera, al termine di un sondaggio tra i demografi titolai: “Ogni anno da oggi al 2050 dovremo dire ‘benvenuto’ a circa 300mila immigrati”. Sembrava un’affermazione provocatoria, irrealistica, ma dieci anni dopo possiamo dire che questo flusso sta già avvenendo, che piaccia o no.

Gli arrivi irregolari attraverso i famigerati barconi sono solo una quota molto ridotta di questo flusso, una quota che è giusto cercare di fermare anche in considerazione dell’elevata mortalità in mare e del ruolo della criminalità organizzata in questo traffico di persone. Ma le motivazioni e le forme prevalenti degli arrivi sono altre: lavoro, anche attraverso il decreto flussi, ricongiungimenti familiari, permessi di studio, protezione internazionale. In parte si tratta di permessi temporanei per persone che poi comunque rimangono nel Paese, magari in situazione precaria, ma la realtà è che il dibattito pubblico non tiene conto del fatto che i veri mutamenti demografici riguardano grandi flussi che comunque non possono essere combattuti (se li si vuole combattere) con politiche di remigrazione o roboanti annunci contro l’immigrazione illegale.

La scelta politica è molto più complessa: vogliamo continuare a ricevere queste centinaia di migliaia di immigrati che arrivano in modo sostanzialmente regolare ogni anno nel nostro Paese?

Credo che sia molto difficile farne a meno: dalle tabelle di Eurostat risulta anche che fra tutti i Paesi europei il nostro è quello con l’età mediana più alta: oltre 49 anni rispetto a una mediana europea di meno di 45 (circa 19 in Africa, non dimentichiamolo mai). In pratica la metà della popolazione italiana ha un’età dai cinquant’anni in su e non c’è politica di natalità che potrà modificare sostanzialmente questa situazione, se non con effetti di lunghissimo termine, nella seconda metà del secolo nella migliore delle ipotesi. Quindi le scelte di lungo periodo che devono essere fatte, e provo a dirlo con brutalità, sono le seguenti:

  • Erigere barriere che consentano di rinunciare a gran parte dell’immigrazione che arriva ogni anno in Italia, con tutti i problemi che ne conseguirebbero per i lavori che gli italiani non vogliono più fare, dalle raccolte nei campi alle assistenze familiari, con serie conseguenze negli equilibri previdenziali e con la trasformazione del nostro Paese in un Paese di vecchi. Forse gli impatti negativi potrebbero essere ridotti con l’aumento della produttività della più ristretta popolazione che resta al lavoro, magari con l’ausilio di milioni di robot umanoidi, ma è difficile che questa prospettiva, se pur la si volesse, possa realizzarsi nei prossimi vent’anni.
  • Oppure dobbiamo evitare di ficcare la testa nella sabbia come gli struzzi e affrontare la realtà di potenti flussi migratori che devono essere governati accogliendo uomini e donne in modo da favorirne l’integrazione sociale e culturale e la permanenza del Paese.

Questa dovrebbe essere la vera natura del dibattito pubblico   sull’immigrazione, sulla base di dati che sono sotto il naso di tutti. Ma c’è poca speranza che i partiti italiani, più protesi a inseguire utopie o paure del proprio elettorato, affrontino con realismo questi temi nei prossimi mesi preelettorali.

Ancora una osservazione: quattro milioni di nuovi insediamenti in Europa ogni anno sono pari al 10% della popolazione totale. 300mila nuovi arrivi in Italia sono solo la metà di questa percentuale: per un Paese di 60 milioni di abitanti, una realtà perfettamente gestibile.