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Il ritorno che viene dal futuro: cosa può insegnarci "Arco" sull'arte di costruire i domani

Primo contributo per “Fotogrammi di Futuri”, rubrica sul cinema come dispositivo culturale e pedagogico per coltivare un’educazione anticipatoria.

venerdì 9 ottobre 2026
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Qualche mese fa, su queste pagine online, ho raccontato come L'Odissea di Christopher Nolan possa essere interpretata  attraverso la lente di una macchina per allargare il presente e pensare il tempo lungo, il long now proposto da Brian Eno: un nostos, un ritorno a casa, che diventa metafora della fatica - e della necessità - di orientarsi tra passato e futuri.  Il Long Now nasce precisamente per dilatare ciò che chiamiamo “adesso”: non il presente puntiforme dei prossimi minuti, giorni o mesi, ma un presente esteso che porta con sé il passato profondo e contiene semi di futuri: il presente come qualcosa che nasce dal passato e genera futuri. È da questa idea di presente esteso, capace di tenere insieme memoria e possibilità, che nasce Fotogrammi di Futuri: una rubrica che userà, film dopo film, il cinema come palestra per allenare l'immaginazione del domani - quella competenza strategica, strumento di emancipazione e libertà che l’UNESCO promuove fin dal 2012 come 'futures literacy', la capacità di usare il futuro, con le sue molteplici sfumature possibili, per capire meglio che scelte possiamo intraprendere oggi. Non film per parlare di fantascienza, ma per imparare, attraverso le storie, a porre le domande legittime (von Foerster, 1987) sui tempi che verranno. Inauguro questa nuova rubrica con un altro ritorno a casa. Ma stavolta chi torna non viene dal passato: proviene dal futuro.

Si tratta di Arco, l’opera filmica che introduce una torsione bellissima rispetto all’Odissea: Ulisse torna verso casa attraversando lo spazio e recuperando il proprio passato; Arco dovrà tornare a casa attraversando il tempo, verso il proprio futuro. In entrambi i casi, tuttavia, il ritorno ci “obbliga” a ridefinire il presente.

Arco – Un'amicizia per salvare il futuro, esordio alla regia del francese Ugo Bienvenu, candidato agli Oscar 2026 come miglior film d'animazione dopo il Cristal per il miglior lungometraggio vinto ad Annecy, racconta la storia di un bambino che precipita fuori dal proprio tempo indossando la tuta arcobaleno della sorella maggiore, e che deve ritrovare la strada verso casa attraversando un'epoca che non è la sua: la nostra, proiettata in avanti fino al 2075. Ad aiutarlo è Iris, una coetanea del 2075, in un'amicizia che il titolo italiano promette capace di "salvare il futuro". È un film pensato per la scuola - in Italia arriva accompagnato da un percorso didattico costruito insieme al Centro PsicoPedagogico di Daniele Novara - ma è anche, credo, qualcosa di più: un dispositivo per introdurre a uno dei metodi di futuro: il backcasting.

Due futuri, non uno

La prima cosa che colpisce di Arco è che non racconta un futuro, ma due. C'è il 2075 in cui Arco atterra: un mondo segnato da tempeste, incendi, alluvioni, dove i bambini crescono sotto cupole protettive e i genitori sono spesso sostituiti da presenze artificiali. Ed esiste un altro futuro, quello d'origine di Arco - collocato da alcune fonti attorno all'anno 3000 - dove la Terra, esausta, è lasciata "a riposo", come un campo a maggese, mentre l'umanità vive sospesa con “le teste”, è proprio il caso di dirlo, tra le nuvole. Bienvenu ha dichiarato di essersi ispirato proprio alla pratica agricola del maggese di suo nonno: la terra che si rigenera perché la si lascia in pace.

Per chi si occupa di Futures Literacy, questa costruzione narrativa è preziosa prima ancora del suo messaggio: mostra concretamente che il futuro non esiste, esistono i futuri - plurali, divergenti, in parte scelti. È lo stesso principio su cui si fonda ogni buon esercizio di scenario: non predire cosa accadrà, ma esplorare cosa potrebbe accadere, per decidere meglio cosa cominciare a fare oggi.

Un film costruito a ritroso

C'è tuttavia un secondo livello, più strutturale, che rende Arco una sorta di caso di studio: il movimento stesso della storia. Arco non avanza verso un futuro sconosciuto - è già lì, in un certo senso, con la sua tuta arcobaleno che è insieme veicolo e simbolo di un arco che unisce due tempi. Il suo compito è tornare indietro, dal futuro al proprio punto di partenza, ricostruendo passo dopo passo il percorso che lo riporterà a casa.

È l'immagine più limpida, come quella di un nitido arcobaleno, che conosco del backcasting: la tecnica, formalizzata da John B. Robinson tra il 1982 e il 1990, che capovolge la logica della previsione: il termine e il metodo furono introdotti nel 1982 ("energy backcasting"), e la formulazione maggiormente completa nel 1990 ("Futures under glass"). Una tecnica che Robinson sistematizzò e battezzò a partire dalla 'backwards-looking analysis' già impiegata negli anni '70 da Amory Lovins nei suoi studi sui 'soft energy paths'. Invece di proiettare in avanti le tendenze del presente per ‘indovinare’ cosa succederà (il forecasting), il backcasting parte da un futuro desiderabile - o, come in questo caso, da un ‘futuro dato’ - e lavora a ritroso per capire quali passi, quali scelte, quali alleanze rendono raggiungibile quel punto d'arrivo. Non "dove andremo", ma "da dove dobbiamo ripartire per arrivare lì". Il backcasting è per definizione un dispositivo normativo (parte da un futuro desiderabile); l'uso di "un futuro dato" nell'articolo è un adattamento narrativo legittimo ma non del tutto coincidente con il backcasting classico. Si focalizza, quindi, su un esercizio normativo, non predittivo: mette al centro la responsabilità etica di scegliere, non la rassegnazione a un destino già scritto. Ed è esattamente ciò che il lungometraggio animato mette in scena quando suggerisce, con la voce dei suoi stessi promotori, che il futuro non è un destino inevitabile ma una possibilità aperta alle scelte delle nuove generazioni.

Da tempo lavoro a uno strumento che ho chiamato Futures Arches Design: un adattamento, pensato per la didattica dei futuri, del Learning Arch Design elaborato da Simon Kavanagh nell'ambito di Kaospilot, la business school danese nota per i suoi metodi esperienziali di design educativo. Nel metodo originale di Kavanagh, ogni percorso formativo è un arco che si costruisce attraverso tre momenti - set (la partenza, l'evocazione), hold (l'attraversamento, lo spazio dell'esperienza) e land (l'atterraggio, il radicamento) - e la sua stessa progettazione richiede di partire dall'atterraggio e "tornare indietro" per costruire il percorso: un principio di backcasting applicato alla pedagogia. Ho trovato in Arco un'illustrazione narrativa di questa stessa architettura: il set è la partenza imprevista dal futuro d'origine, l'hold è l'attraversamento del 2075 con tutte le sue prove, il land è il ritorno - non a un punto identico a quello di partenza, ma arricchito da ciò che si è imparato lungo l'arco. È una struttura che si presta magnificamente a un esercizio di futuro in contesti educativi: chiedere ai ragazzi di disegnare il proprio "arco di futuro" personale o collettivo, partendo da un atterraggio desiderato e tornando a ritroso verso le azioni da cominciare a compiere oggi.

Il robot che pone una domanda legittima

C'è un terzo filo che rende Arco rilevante per un'educazione anticipatoria, ed è il modo in cui il film tratta il rapporto tra umani e macchine attraverso Mikki, il robot-tata che accompagna Iris. Bienvenu lo ha descritto come una figura ambivalente, né del tutto benevola né del tutto minacciosa - una presenza che, ha detto, costringe lo spettatore a chiedersi cosa significhi davvero "esserci" per qualcuno. In un mondo in cui gli ologrammi sostituiscono le visite e i genitori delegano la cura ai dispositivi, Mikki diventa una metafora tanto dell'intelligenza artificiale quanto della sua ambiguità: strumento di sollievo e, insieme, sintomo di un'indifferenza diffusa. È un nodo che meriterebbe da solo un ulteriore approfondimento tematico.

Un metodo, non solo un film

Non è un caso che l'iniziativa scolastica italiana affidi la mediazione del film al metodo maieutico di Daniele Novara: il film non viene "spiegato", ma usato come innesco per far emergere domande, vissuti, emozioni - con l'insegnante nel ruolo di regista più che di conferenziere. È lo stesso principio che dovrebbe guidare ogni attività esperienziale che si pone l’obiettivo di coltivare la Futures Literacy: il futuro non si insegna come un contenuto, si allena come una capacità - di immaginare, mettere in discussione, usare l'incertezza come risorsa invece che come minaccia.

Arco non parla esplicitamente di dispersione scolastica, di invecchiamento demografico o degli altri "rischi strategici" del nostro Paese. Ma nella sua costruzione - due futuri possibili, un arco che si percorre a ritroso, un'infanzia lasciata sola con le macchine - offre già la grammatica per parlarne. È da qui che vorrei ripartire: non un futuro, ma i futuri; non previsioni, ma archi da costruire a ritroso, un episodio alla volta.