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La moda e il clima: verso il 2030 crescono le emissioni ma avanzano le soluzioni

Dai rapporti Aii e Textile exchange emerge una filiera in cerca di nuove strade per far fronte all’impatto negativo sull’ambiente. Tecnologie, regole Ue e recupero dei materiali aprono opportunità. Investimenti e competenze restano decisivi.

martedì 27 ottobre 2026
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Un vestito può diventare un rifiuto senza essere mai stato indossato. Può restare invenduto, tornare indietro dopo un acquisto online, uscire di stagione mentre arrivano nuove collezioni.

Dal 19 luglio 2026, nell’Unione europea, alle grandi imprese si applica il divieto di distruggere abiti e calzature invenduti. Una regola che porta l’attenzione sui prodotti lasciati indietro dalla corsa della moda.

Intanto, le emissioni del settore continuano a crescere. Secondo l’Apparel impact institute (Aii), nel 2024 quelle dell’abbigliamento sono aumentate del 6,3%, raggiungendo circa un miliardo di tonnellate di CO₂ equivalente.
Seguendo la traiettoria attuale, nel 2030 potrebbero arrivare a 1,277 miliardi, contro l’obiettivo di 489 milioni previsto dalla Roadmap dell’Accordo di Parigi (il 45% in meno rispetto al 2019).

La corsa continua anche sul fronte dei materiali. Nel 2025 la produzione mondiale di fibre ha raggiunto 139 milioni di tonnellate, sette milioni in più del 2024. Destinate all’abbigliamento, alla casa e ad altri usi, sono costituite per il 59% da poliestere, prevalentemente di origine fossile.
Intanto avanzano le soluzioni per ridurre i consumi energetici, recuperare materiali e prolungare la vita degli indumenti. Quanto riescono a incidere, se i volumi continuano a crescere?

Due rapporti aiutano a leggere questa tensione. Il Materials market report 2026 di Textile exchange, pubblicato il 22 settembre, fotografa ogni anno la produzione mondiale di fibre. Taking stock of progress against the roadmap to net zero 2026, pubblicato il 1° settembre da Aii, aggiorna il percorso di decarbonizzazione dell’abbigliamento rispetto alla tabella di marcia del 2021. Colmare la distanza dagli obiettivi climatici richiede cambiamenti nelle fabbriche, nei consumi e nel lavoro.

 Le emissioni del settore dell’abbigliamento e la distanza tra lo scenario di crescita al 2030 e l’obiettivo di riduzione del 45% rispetto al 2019. Fonte: Apparel Impact Institute, Taking Stock of Progress Against the Roadmap to Net Zero 2026, figura 2, pag. 9.

Dentro le fabbriche dove comincia il cambiamento

Prima di arrivare in negozio, un capo attraversa molte lavorazioni: dalle materie prime ai filati, dai tessuti alla tintura e al finissaggio. Secondo Aii, la produzione e la lavorazione dei tessuti concentrano il 51% delle emissioni dell’abbigliamento. Sono processi che richiedono molto calore ed elettricità, rendendo decisiva la fonte energetica utilizzata. 

La distribuzione delle emissioni del settore dell'abbigliamento lungo le principali fasi produttive nel 2024. Elaborazione ASviS su dati Apparel Impact Institute, Taking Stock of Progress Against the Roadmap to Net Zero 2026.

Il rapporto cita H&M Group, che tra il 2022 e il 2025 ha ridotto da 118 a 10 gli stabilimenti (appartenenti ai propri fornitori) dotati di caldaie a carbone. Dare il via ed estendere questi interventi richiede investimenti difficili da sostenere per molti fornitori, stretti tra prezzi competitivi e margini limitati. Per Aii, servono finanziamenti accessibili e impegni di acquisto più stabili da parte dei marchi. La continuità degli ordini può aiutare i fornitori a sostenere investimenti (come la riconversione dal carbone a risorse energetiche più sostenibili) che richiedono anni per essere ripagati.

Sul fronte dei materiali, il ritorno dei vecchi indumenti alla produzione resta raro.

Secondo il Materials market report 2026 di Textile exchange, nel 2025 appena lo 0,76% delle fibre prodotte nel mondo proveniva dal riciclo di materiali tessili, contro lo 0,61% del 2021. Il poliestere riciclato deriva ancora per il 97% da bottiglie di plastica. Per trasformare gli abiti usati in nuovi tessuti occorre raccoglierli, separarli e ricavarne fibre nuovamente utilizzabili. Per Aii, comunque, la riduzione delle emissioni complessive resta la misura decisiva dei progressi verso il 2030.

Nel 2025 appena lo 0,76% della produzione mondiale di fibre proveniva dal riciclo di materiali tessili. Elaborazione ASviS su dati Textile Exchange, Materials Market Report 2026.

L’Europa prova a cambiare le regole della corsa

Il rapporto Facts & Key figures 2026 di Euratex mostra una riduzione dell’intensità delle emissioni della manifattura europea nel tessile, abbigliamento, pelle e calzature: meno CO₂ per ogni euro di valore aggiunto. Una parte consistente dei beni venduti nell’Unione viene però prodotta altrove, con impatti che restano fuori dai confini delle fabbriche europee. Per comprendere l’impatto della moda sul territorio europeo occorre quindi guardare anche a ciò che consumiamo.

L’Agenzia europea dell’ambiente stima che nel 2022 ogni abitante dell’Unione abbia consumato in media 19 chilogrammi di abbigliamento, calzature e tessili per la casa, contro i 17 del 2019. Nello stesso anno sono stati generati circa 6,94 milioni di tonnellate di rifiuti tessili.

A questa pressione contribuisce anche l’ultra-fast fashion, basato su prezzi molto bassi e continuo rinnovo dell’offerta.
La Francia è intervenuta con una legge promulgata nel luglio 2026: dal 1° settembre sono operative penalizzazioni economiche sui prodotti interessati, mentre dal 2027 scatteranno restrizioni pubblicitarie. Le misure considerano anche la frequenza di immissione di nuovi prodotti sul mercato e la scarsa propensione alla riparazione, intervenendo sulle caratteristiche del modello commerciale che favoriscono consumi e sostituzioni rapide.

A livello europeo, il regolamento sull’ecoprogettazione dei prodotti sostenibili (Espr) punta a rendere i prodotti più durevoli, riparabili e riciclabili. Il divieto di distruggere abiti e calzature invenduti, già applicato alle grandi imprese, sarà esteso alle medie dal luglio 2030. Il regolamento pone inoltre le basi per il passaporto digitale di prodotto, che renderà accessibili informazioni sulla composizione e sulle caratteristiche dei beni, utili per riparazione, riutilizzo e riciclo. Conoscere i materiali di cui è composto un indumento può aiutare a individuare le modalità più adatte per ripararlo o recuperarne le fibre.
I requisiti specifici per l’abbigliamento tessile saranno definiti con un atto europeo previsto nel 2027.

Per l’Italia la circolarità è una questione industriale

Per il tessile-abbigliamento italiano, che secondo Confindustria Moda nel 2025 ha registrato 58,4 miliardi di euro di fatturato e oltre 372mila occupati, queste trasformazioni coinvolgono un patrimonio di imprese e competenze. Il futuro di un indumento dopo l’uso riguarda anche il lavoro necessario a selezionarlo, prepararlo per il riutilizzo e recuperarne le fibre.

A finanziare queste attività dovrà contribuire chi immette i prodotti sul mercato. È il principio della responsabilità estesa del produttore (Epr), che il nuovo quadro europeo estende al tessile, con sistemi da istituire entro il 2028.

La circolarità deve però essere pensata fin dall’inizio della filiera. Il regolamento sull’ecoprogettazione interviene su durabilità, riparabilità e riciclabilità dei prodotti; l’Epr attribuisce ai produttori responsabilità e costi per la loro gestione a fine vita.
Recuperare fibre e materiali dipende anche da come gli indumenti vengono progettati e realizzati.


In Italia il percorso ha compiuto un passaggio importante il 23 luglio 2026, con il parere favorevole della Conferenza unificata sullo schema di regolamento nazionale, non ancora entrato in vigore. Il 1° ottobre, un ordine del giorno accolto dalla Camera ha richiamato la necessità di completare il sistema, garantendo raccolta, tracciabilità e contributo dei produttori ai costi.

Per trasformare i materiali recuperati in nuove risorse produttive servono impianti, logistica, competenze e imprese disposte a utilizzarli. “È una sfida industriale che richiede investimenti”, come ha ricordato Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, presentando il prossimo Venice sustainable fashion forum e richiamando la necessità di sostenere la produzione in Italia e in Europa.

Verso il 2030: le tecnologie esistono, servono investimenti e competenze

La trasformazione della moda passa anche da qualcosa che il consumatore non vede: il calore utilizzato per lavorare i tessuti. In alcuni stabilimenti, le tecnologie elettriche stanno già riducendo il ricorso ai combustibili fossili.

A Bhubaneswar, in India, Epic group utilizza pompe di calore elettriche ad alta temperatura per fornire acqua calda ai processi industriali. Aii cita il progetto tra gli esempi di elettrificazione del calore nelle lavorazioni tessili.

In Austria, Lenzing ha avviato nell’aprile 20226, insieme a Verbund, un impianto da 14 megawatt che utilizza elettricità rinnovabile per produrre calore industriale. Integrato nella rete termica dello stabilimento, contribuisce anche alla flessibilità del sistema elettrico. Sono due esempi di tecnologie già operative, la cui diffusione richiede investimenti e risultati verificabili.

Le anticipazioni del Just fashion transition study 2026 di Teha group, diffuse l’8 ottobre in vista del Venice sustainable fashion forum del 5 e 6 novembre, individuano 234 tecnologie pulite applicabili alla moda europea, il 75% già commercialmente disponibili. La sfida è renderle accessibili alle imprese e diffonderle lungo la filiera.

Servono anche competenze: secondo le stesse anticipazioni, oltre il 55% delle figure professionali ricercate nel tessile, abbigliamento e calzature risulta difficile da reperire. Formazione e trasferimento delle conoscenze diventano quindi essenziali per trasformare i processi produttivi.

Per Aii, occorrono progetti finanziati negli stabilimenti, risultati verificabili e interventi replicabili. I miglioramenti dei singoli impianti devono tradursi in una riduzione delle emissioni complessive, anche a fronte della crescita produttiva.

Anche per il vestito rimasto invenduto all’inizio di questa storia, la possibilità di una destinazione diversa dipenderà da decisioni prese molto prima: come è stato progettato, quali materiali contiene, chi saprà ripararlo o recuperarli. Il suo destino si decide anche nelle fabbriche, negli investimenti e nelle competenze che il settore saprà sviluppare da qui al 2030.

Copertina: Francois Le Nguyen/unplash