I data center rivoluzionano le prospettive economiche, ma anche quelle geopolitiche
Le proteste contro i centri imperversano nel mondo, così come gli investimenti: fino a 7mila miliardi di dollari entro il 2030. Le strutture stanno generando Pil in Europa, ma aumenta anche la dipendenza dagli Usa. Il ruolo nelle guerre ibride e nelle elezioni mid-term americane.
I data center, si sa, non sono ben visti dai cittadini: consumano molta acqua, fanno schizzare i prezzi delle bollette, inquinano. A grandi linee, sono questi i temi che vengono toccati con maggiore frequenza quando si parla dei grandi centri di elaborazione dati che, sia detto, esistevano già prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale, ma che con l’AI si sono moltiplicati (di numero) ed espansi (di gigawatt). Ce ne sono invece altri, di argomenti, che vengono affrontati con maggiore saltuarietà: le implicazioni economiche, quelle belliche, le politiche, di questi centri. E questi tre aspetti, come il consumo delle risorse idriche, sono di estrema importanza per capire dove sta andando il nostro futuro.
Europa: la manifattura dei data center
Partiamo da un dato: gli investimenti globali per la costruzione e l’aggiornamento dei data center sono stimati tra i 300 e i 360 miliardi di dollari nel 2026, con previsioni a lungo termine che indicano una spesa complessiva compresa tra i 3.900 e i 7mila miliardi di dollari entro il 2030. Cifre enormi, se pensiamo, per esempio, che per risolvere il problema della fame nel mondo entro fine decade basterebbero 93 miliardi l’anno.
Sui consumi non c’è meno da scherzare. Secondo lo Iea, i centri di elaborazione dati consumano attualmente circa 415 terawatt/ora di elettricità all’anno (un terawatt equivale a un miliardo di kilowatt), pari a circa l’1,5% della domanda mondiale, con proiezioni che indicano un aumento tra i 900 TWh e i 1.050 TWh annuali. Il consumo globale di acqua dei data center, nel 2025, è arrivato a circa 222 miliardi di litri di acqua per il raffreddamento. Entro il 2030, secondo le stime della società di ricerca indipendente Rystad Energy, questa quantità potrebbe quasi triplicare, raggiungendo 644 miliardi di litri all’anno. Dati da capogiro, che hanno degli effetti concreti già oggi (guardate, per esempio, cosa sta succedendo sull’isola indonesiana di Batam, dove il Nongsa digital park sta privando dell’acqua la popolazione locale).
L’AI ha fame di energia e sete di acqua, ma le alternative ci sono
Secondo l’Iea, entro il 2030 la domanda di elettricità globale potrebbe “più che raddoppiare” per il boom dell’AI. Sotto stress le risorse idriche: per ogni testo di cento parole scritto da ChatGPT si consuma una bottiglietta d’acqua. Tra le soluzioni i server nel mare.
Allo stesso tempo, però, i data center stanno spostando l’ago della bilancia della crescita economica di molti Paesi, e non solo americani.
Un editoriale di Federico Fubini sul Corriere della Sera ha per esempio fatto notare come Italia e Germania abbiano raddoppiato la crescita nel 2026 (rispetto alle attese), e che buona parte del merito fosse da attribuire, secondo gli economisti, all’intelligenza artificiale. In poche parole, “gli investimenti dei colossi californiani dell’AI stanno generando effetti anche lontano dagli Stati Uniti”. Ma come?
Destatis, l’istituto statistico tedesco, ha registrato un boom dell’export nel volume dei quadri elettrici (247%) tra il 2022 e il 2025, un trend che non accenna a diminuire (il Paese si avvia a quadruplicare le forniture americane di componenti dei data center nel prossimo futuro). La tedesca Siemens ha segnalato ordini di crescita del 42% nella divisione “smart infrastructures” e un “vasto arretrato di ordini” per il 2026. Il gruppo svizzero-svedese Abb riferisce di un boom del 132% dei prodotti per l’elettrificazione diretti agli Stati Uniti, rispetto a un anno fa. L’America, fa notare Fubini, ha perso buona parte delle competenze manifatturiere, e perciò si sta rivolgendo all’Europa.
Passando al nostro Paese, l’Istat segnala che dal 2022 al 2025 l’export italiano in America di cavi in fibre ottiche è raddoppiato. Ansaldo Energia, nella sua relazione sul 2025, riferisce di un’esplosione del 117% (rispetto al 2024) degli ordini di “nuove unità”, guidata in particolare “dalla domanda di turbine a gas per data center negli Stati Uniti”. Impennate dei profitti le hanno registrate anche Leonardo, Prysmian, Retelit, Ducati Energia, Gewiss e altri.
Ma tutti questi materiali, fa notare sempre Fubini, servono a costruire data center oltremanica. Che se da una parte è una buona notizia, perché vuol dire meno data center sul territorio europeo (i centri di elaborazione dati europei, anche quando vengono costruiti, sono a maggioranza investimenti americani), dall’altra è una cattiva notizia, perché amplifica la dipendenza del Vecchio Continente dal Nuovo. La prospettiva europea? Ancora è tutta da costruire, dato che l’Ue non sembra avere un piano chiaro in materia, piano che dovrebbe partire prima di tutto da maggiori investimenti e da una drastica semplificazione normativa.
Data center come obiettivi militari
I centri di elaborazione dati sono diventati negli ultimi mesi anche cruciali obiettivi militari. L’ultimo esempio in ordine temporale è l’attacco dell’Ucraina ai data center di Yandex, la “Google russa”. Quest’ultimo attacco ha fatto molto scalpore anche perché, dopo il crollo dei server Yandex, gli utenti dei social hanno notato una diminuzione dei contenuti ostili, tossici, conflittuali. È stato notato per esempio un calo di attività dei profili dell’AfD e di Reform UK, i due partiti di estrema destra rispettivamente tedesco e inglese, mentre negli Stati Uniti gli utenti hanno segnalato un quantitativo minore di risposte apparentemente automatizzate e filo-conservatrici su X, la piattaforma di proprietà di Elon Musk.
Questo dato la dice lunga su due aspetti: la forte influenza di Mosca sui social (e quindi sulle scelte politiche dei cittadini) e la centralità dei data center nelle guerre ibride del presente e del futuro.
L’accelerazione tecnologica sta riscrivendo le regole della guerra moderna
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Secondo gli esperti del Time, gli attacchi ai data center rappresentano a tutti gli effetti un nuovo fronte bellico, trattandosi di infrastrutture centrali (e quindi sensibili) che alimentano la tecnologia di molti settori industriali, e non solo.
Il boom dell'intelligenza artificiale ha infatti portato a un'impennata della domanda di potenza di calcolo, archiviazione dati e servizi cloud, e quindi della dipendenza dai data center: aziende di telecomunicazioni, banche, ospedali e fornitori di energia dipendono tutti da questi centri.
“I data center sono ormai un elemento cruciale per le moderne infrastrutture digitali”, ha dichiarato al Time Kirk Cameron, direttore e fondatore dell'Institute for advanced computing del Virginia tech. “La perdita di data center chiave potrebbe causare il collasso delle economie, interrompere i trasporti pubblici e privati a causa della perdita del Gps e compromettere i servizi essenziali governativi come la sanità, la gestione delle emergenze e le reti elettriche”.
E come stanno reagendo le grandi aziende tecnologiche? Tendenzialmente con preoccupazione, e con un minimo di preparazione. Le Big Tech stanno infatti ripensando a modalità e luoghi di costruzione dei centri.
Secondo Reuters, per esempio, gli Emirati Arabi Uniti starebbero rivedendo i piani per un progetto di data center da cinque gigawatt a seguito degli attacchi iraniani. Il piano originale prevedeva un campus di 26 chilometri quadrati ad Abu Dhabi, da costruire in collaborazione con aziende tecnologiche americane come Oracle, Nvidia e Cisco. Ora è probabile che i centri vengano distribuiti in tutto il territorio emiratino.
“L'effetto a catena è che le aziende proprietarie dei data center si stanno rendendo conto di non poterli proteggere, e questo mette in discussione il modello cloud in generale”, ha dichiarato al Time Emily Harding, direttrice del programma Intelligence, sicurezza nazionale e tecnologia presso il Center for strategic and international studies. “Potremmo assistere a un futuro in cui Amazon inizierà a perdere quote di mercato a favore di Microsoft, perché quest'ultima è più brava a nascondere la posizione dei propri data center”.
Una questione politica
Infine, le elezioni. Secondo Newsweek le prossime votazioni di mid-term americane (novembre 2026) saranno “le elezioni dei data center”. Il motivo è presto detto: il sostegno pubblico per le nuove infrastrutture (in America, ma non solo) è molto limitato, e la politica ne sta facendo un campo di battaglia per raccogliere voti. Un sondaggio Reuters/Ipsos ha rilevato che solo il 14% degli americani è favorevole alla costruzione di un data center nella propria comunità, mentre appena un terzo approvava la loro velocità di costruzione.
Un caso emblematico si è verificato proprio qualche giorno fa, quando durante un dibattito pubblico andato in onda sulla Cbs, il vicepresidente JD Vance ha provato a rispondere alle rimostranze di una cittadina del Michigan sul data center che le è stato costruito vicino a casa.
I motivi per cui le persone protestano contro la costruzione dei data center riguardano soprattutto: domanda di elettricità, consumo di acqua, aumento delle bollette e perdita di terreni agricoli. Mentre la donna ha sollevato un’altra questione: il rumore.
La cittadina del Michigan ha descritto al vicepresidente come il frastuono costante, proveniente da un impianto dall'altra parte della strada, avesse sconvolto la vita della sua famiglia. “Anche con le finestre chiuse, il ronzio si sente in tutta la casa giorno e notte, 24 ore su 24, 7 giorni su 7”, ha detto, aggiungendo che i suoi due figli piccoli (di tre e 21 mesi) erano costretti a dormire con il rumore in sottofondo.
Vance, leggermente a disagio, ha risposto che il governo americano “ha a cuore comunità come la sua” e che stanno cercando di agire: “Abbiamo imposto ai data center di dichiarare, prima di operare nelle comunità, che si impegneranno a comportarsi da ‘buoni cittadini’” (una richiesta, c’è da dirlo, abbastanza fumosa).
Vance ha chiesto poi alla platea di vedere il bicchiere mezzo pieno: “Anche i data center hanno un risvolto positivo, e intendo dire che ogni volta che utilizziamo l’AI sul nostro telefono, ad esempio per svolgere determinate attività, i calcoli vengono effettivamente eseguiti nei data center, che si trovino in Michigan o in qualsiasi altra parte del Paese”.
I democratici (ma non solo) stanno cavalcando l’onda del malcontento. Keisha Bottoms, candidata democratica alla carica di governatrice della Georgia, ha recentemente annunciato che avrebbe “sospeso la costruzione di nuovi data center”, prendendo le distanze dalla posizione del suo avversario repubblicano, Rick Jackson. Il candidato democratico del Michigan Abdul El-Sayed ha chiesto una pausa nello sviluppo di sistemi di AI avanzati e dei data center fino a quando non saranno stabilite garanzie più solide, mentre l’avversario repubblicano Mike Rogers ha appoggiato una moratoria di un anno per sospendere la costruzione dei centri.
Per capire se i data center influenzeranno veramente le elezioni americane dovremo aspettare novembre. Ma intuire come andrà a livello globale nel prossimo futuro è già possibile: questi centri di elaborazione dati stanno diventando a tutti gli effetti un nuovo campo di battaglia economica, militare, politica. E questo è un dato di fatto.
Copertina: Taylor Vick/unsplash