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L’ippica non muore con Varenne: nel mondo milioni di spettatori, ma l’Italia arranca

Dopo la morte dell’ex campione di trotto, lo sport equestre si interroga sul proprio futuro. Regno Unito, Svezia e Irlanda sono stati capaci di preservare la tradizione e reinventarsi. In Italia ippodromi obsoleti, crollo delle scommesse e crisi culturale. Il ruolo di editing genetico e AI. 

martedì 1 settembre 2026
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La recente morte di Varenne, celebre cavallo trottatore e storica bandiera italiana nelle competizioni ippiche di fine anni ’90 e inizio 2000, vincitore di tutte le più grandi gare europee e della Breeders Crown degli Stati Uniti, ha riportato l’attenzione sullo stato di salute di questo sport. E, naturalmente, sul suo futuro.

Varenne è stato infatti un cavallo che, complice un’infilata di vittorie abbastanza sbalorditive (di 73 corse disputate, ne vinse 62), contribuì a fare dell’ippica un fenomeno mediatico che attirò l’attenzione di milioni di italiani e italiane, in un contesto storico in cui questo sport poteva contare già di per sé un buon seguito di pubblico. Oggi la situazione è diversa, e non solo per l’assenza di un “campione” a fare da traino: ci sono varie ragioni – strutturali, culturali, politiche – che stanno segnando il declino di questo sport. Ma secondo alcuni questo declino può essere invertito.

Lo stato delle cose

L’ippica non sta vivendo un bel periodo in Italia, un dato che salta all’occhio se si mette a confronto con la situazione di altri Paesi europei. In cima alle classifiche degli Stati con maggior numero di spettatori c’è infatti il Regno Unito, terra con una grande tradizione ippica (a giugno si tiene per esempio la Royal Ascot, storica settimana di corse di cavalli a cui la famiglia reale partecipa ogni anno), che conta 5,6 milioni di spettatori paganti l’anno. Seguono altre nazioni come la Svezia (patria del trotto, la specialità di Varenne), dove questa disciplina viene seguita da 2,2 milioni di persone e l’Irlanda, che arriva a 1,3 milioni grazie al suo forte impegno nella cultura e divulgazione sportiva. L’Italia, invece, tocca a malapena quota 100mila spettatori annui. Perché? Le ragioni sono varie.

Nel Regno Unito e in Irlanda andare all’ippodromo è un evento sociale e intergenerazionale che attira sponsor e famiglie, mentre in Italia, almeno oggi, no. Si potrebbe sostenere che è una questione di tradizioni e culture diverse su cui si può fare ben poco. Vero, ma solo in parte: nel 1995 il nostro Paese contava 2,6 milioni di spettatori paganti, una cifra ben lontana dai 100mila odierni. Cos’è successo, quindi? Probabilmente l’Italia non è stata capace di tramandare la tradizione, mentre altri Paesi sì.  

Inoltre, Stati come la Svezia o la Francia hanno usato per anni gli incassi provenienti dalle scommesse per reinvestire nel settore, garantendo montepremi alti e strutture moderne per attirare target di pubblico più giovani (investimenti che in Italia sono stati fatti raramente). Infine, tutti questi Paesi ospitano competizioni di grande rilievo a livello europeo e globale, un incentivo per attirare capitali nazionali e stranieri. Mentre per l’Italia, come vedremo, non vale lo stesso discorso.

Realtà virtuale, intelligenza artificiale, eSport: le nuove frontiere del gioco d’azzardo

Le innovazioni tecnologiche stanno rivoluzionando il settore, creando maggiore dipendenza. Casinò digitali, applicazioni, gaming puntano alle fasce più giovani. Entro il 2030 il mercato globale potrebbe superare il tetto dei 500 miliardi di dollari.

Ricostruire lo stato di salute di questo sport sul nostro territorio non è però un lavoro semplice. Il settore ippico italiano vive infatti nell’“oscurità statistica”, sia per quanto riguarda il “bestiame” (ovvero il numero di cavalli utilizzati nelle competizioni), sia per il calcolo del pubblico pagante o dei trend di mercato. Non ci sono dati particolarmente attendibili, studi, osservatori, e questo la dice lunga sullo stato delle cose.

Il sistema ippico italiano, inoltre, non è stato capace di reinventarsi e rinnovarsi in un settore molto remunerativo per questo sport: le scommesse. I sondaggi mostrano infatti che le scommesse ippiche attraggono un pubblico prevalentemente adulto o senior, e che i giovani sono più orientati verso giochi d’azzardo di altro tipo (scommesse sportive online, gratta e vinci e giochi virtuali).

Dopo anni di calo qualitativo e di pubblico, l’European pattern committee ha inoltre declassato le corse italiane più rinomate (Derby Italiano di Galoppo, Gran Premio di Milano e Gran Premio Lotteria di Agnano) dal “Gruppo 1” (che riunisce le competizioni più importanti a livello europeo) al “Gruppo 2”, infliggendo un altro duro colpo al settore e provocando un ulteriore calo di pubblico.

Altre due questioni sono molto significative. La prima riguarda i luoghi dove le gare si svolgono: gli ippodromi. Nonostante le continue iniezioni di fondi pubblici (solo con l’ultima legge di Bilancio sono stati stanziati 140 milioni l’anno per il triennio 2026-2028 a favore del comparto), molti degli stadi più famosi del nostro Paese stanno vivendo una fase di profonda crisi, causata da problemi strutturali e casi di malagestione: tra questi gli ippodromi di Capannelle, Trieste, Montebello, Follonica, Taranto e Macerata. La seconda questione è culturale: negli ultimi anni è cambiata la percezione di questo sport. Se un tempo era considerato un’occasione di divertimento, competizione, svago e anche sfoggio di un certo status sociale (tenere un cavallo costa molto), oggi le voci critiche che vedono nell’ippica “uno sfruttamento sistematico che spreme i cavalli anche fino alla morte in nome dei soldi” sono aumentate e si sono diffuse, influendo sulla percezione che ne ha il grande pubblico.

Il futuro dello sport

Date le informazioni appena elencate, si potrebbe pensare che questa disciplina sia condannata a un domani abbastanza nefasto, almeno nel nostro Paese. In realtà non è proprio così. All’Italian gaming expo and conference Roma 2026 che si è tenuta ad aprile si è parlato proprio del futuro dell’ippica italiana, legato al mondo delle scommesse, con la partecipazione dei massimi esponenti del settore. “Non basta più preservare la tradizione: oggi bisogna renderla competitiva, accessibile e rilevante per pubblici più ampi”, ha dichiarato Marco Chantre Bompiani, Racetracks management & Asset development senior director di Snai. “L’ippodromo deve diventare sempre più un ecosistema vivo, capace di unire sport, intrattenimento, cultura e innovazione”. Chantre Bompiani punta tutto sulla capacità di “creare un’esperienza immersiva”, integrando eccellenza sportiva, attrattività per il pubblico e una più ampia evoluzione del reparto scommesse. Il senior director ha portato come esempio positivo l’Ippodromo Snai di San Siro, uno spazio polifunzionale in cui sport, arte, architettura e natura convivono. “Dobbiamo proporre un’esperienza più ricca, accessibile e coinvolgente, dentro e fuori la pista”, ha aggiunto. “Anche per questo abbiamo introdotto a bordo pista nuovi totem digitali ispirati ai migliori modelli europei e internazionali, con l’obiettivo di rendere più semplice e immediata la fruizione del prodotto scommessa all’interno dell’impianto”.

Questa visione potrebbe migliorare lo stato di salute degli impianti, ma da sola non basta. Secondo molti esperti, l’Italia deve tornare competitiva a livello sportivo, e solo a quel punto riuscirà ad attrarre nuovamente il pubblico. E per raggiungere questo obiettivo la Federazione italiana sport equestri (Fise) ha presentato il programma “Road to Los Angeles”, una strategia orientata al futuro per accompagnare il cammino sportivo dei campioni italiani verso i Giochi Olimpici del 2028. Come? Attraverso tre direttive: un sistema innovativo e meritocratico che riserva risorse specifiche agli atleti di interesse federale; una partnership che unisce sportivi, proprietari, sponsor e Federazione, ciascuno con ruoli definiti ma uniti verso la qualificazione olimpica; un “Diario di Bordo”, strumento di aggiornamento in tempo reale che trasforma i partner commerciali da semplici finanziatori a protagonisti attivi del team. E poi, cosa manca? L’innovazione.

L’ippica di domani, tra modifiche genetiche e AI

Partiamo da una notizia che è uscita qualche tempo fa e che ha fatto abbastanza discutere. In Argentina, capitale mondiale del polo, si sta discutendo da tempo se accettare o no i cavalli geneticamente modificati. Cinque cavalli di due anni circa stanno attualmente pascolando in Argentina e sono i primi dotati di Dna modificato al mondo. Copie clonate di un cavallo pluripremiato chiamato Polo Pureza, la loro genetica è stata mutata utilizzando la tecnologia Crispr per renderli più veloci e fisicamente esplosivi.

I cavalli geneticamente modificati potrebbero rivoluzionare gli sport ippici

Per il gioco del polo un’azienda argentina ha creato animali più potenti e veloci. La federazione sportiva ha messo un veto sulla modifica del Dna, ma nel Paese sudamericano la clonazione è accettata, con molte implicazioni per gli allevatori.

I cavalli clonati sono accettati già da anni nel polo, mentre per esempio l’ippica italiana li vieta. Ma l’editing genetico è tutta un’altra storia. Vissuto più come un potenziamento che come una clonazione, potrebbe portare i cavalli a superare pericolosamente i loro limiti.

Kheiron Biotech, l'azienda argentina che ha creato i cavalli, afferma che l'editing genetico ha il potenziale per rivoluzionare l'allevamento equino. Kheiron ha utilizzato la tecnica Crispr – sorta di forbici genetiche per tagliare e personalizzare Dna – per ridurre l'espressione del gene della miostatina, che limita la crescita muscolare. Aumentando le fibre muscolari, i cavalli possono così compiere falcate più potenti e veloci. L’obiettivo dell’azienda era vendere questi cavalli per i tornei, ma l’Associazione argentina di polo (Aap) ha risposto con un sonoro divieto. “Non vorrei che giocassero a polo”, ha detto alla Reuters Benjamin Araya, presidente dell'associazione. “Questo toglie il fascino, toglie la magia dell’allevamento. Mi piace scegliere una cavalla, scegliere uno stallone, incrociarli e sperare che il risultato sia ottimo”. E della stessa opinione sono gli allevatori. Alcuni di loro hanno infatti affermato che, mentre riconoscono che i cloni possono contribuire a preservare le linee di sangue, l'editing genetico va troppo oltre e potrebbe mettere a repentaglio le loro attività.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, il discorso è diverso. Se molti sottolineano i rischi di affidarsi completamente all’AI per valutare, ad esempio, il rapporto tra un fantino e il suo cavallo (che non è solo questione di efficienza prestazionale, ma di intesa), i benefici che si traggono dall’introduzione dell’AI non sono pochi: dalla veterinaria alla didattica, dalla gestione dei dati fino alla selezione e diffusione di informazioni per i professionisti come maniscalchi, chef de piste (il tecnico responsabile della progettazione e della costruzione dei percorsi nelle competizioni di sport equestri), istruttori, groom (l’addetto alla cura, alla pulizia e al benessere quotidiano dell'animale), allevatori, allenatori.

Veterinari e allevatori si avvalgono già oggi degli strumenti di AI per valutare la “soundness” (ovvero la salute psicofisica complessiva) del cavallo, in modo da agire in caso di necessità. Un esempio concreto è l’applicazione “Sleip”, che si occupa di monitorare movimento e deambulazione degli animali con il supporto dell’intelligenza artificiale, permettendo per esempio di diagnosticare zoppie quasi invisibili con un semplice smartphone.

Pivo AI è invece un supporto per cellulare che permette di mappare i micromovimenti del soggetto inquadrato, e quindi, nel caso specifico, di analizzare l’interrelazione fantino-cavallo, facilitando video-analisi e creando materiale didattico per i fantini più giovani. Il paradressage, ovvero la disciplina dell’equitazione paralimpica in cui sportivi con disabilità fisiche o visive eseguono figure e movimenti a cavallo in un rettangolo di gara, è un altro settore migliorato grazie all’AI, capace di misurare errori tecnici e comunicarli in tempo reale ai giudici di gara. iQUEST è invece una piattaforma che centralizza alimentazione, farmaci, ferrature, programmazione dello staff e appuntamenti veterinari, offrendo informazioni sempre aggiornate al personale che ruota attorno al cavallo.

Il futuro dello sport ippico, insomma, sembra già qui. Ma la domanda resta: l’Italia sarà in grado di (e forse vorrà) partecipare a questa ennesima corsa?

Copertina: Josh Chiodo/unsplash