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Sophie Adenot (ESA) dopo tre passeggiate spaziali: “Lassù ti senti piccolissimo, ma connesso a ogni essere umano”

In collegamento dalla ISS, l’astronauta dell’ESA racconta alla stampa la fatica, l’emozione indescrivibile di vedere la Terra ‘sotto i piedi’, il lavoro di squadra e quelle piccole cose (come tenere una penna) che dopo un’uscita nello Spazio diventano improvvisamente difficili.

di Flavio Fabbri

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Il giorno dopo la sua terza passeggiata spazialeSophie Adenot è stanca e non lo nasconde, ma non rinuncia ad incontrare la stampa in streaming: “Ieri ho dato tutto quello che avevo. Adesso è il momento di recuperare”, racconta dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) ai giornalisti collegati in conferenza stampa, a cui Key4Biz ha partecipato.

È forse proprio questa semplicità, accompagnata dal sorriso sincero di chi è sicuro di sé, a raccontare meglio l’astronauta francese dell’Agenzia spaziale europea (ESA), ingegnere e pilota collaudatore, alla sua prima missione nello Spazio. Dopo tre attività extraveicolari (EVA) in appena 15 giorni, Adenot ha trascorso complessivamente 19 ore e 42 minuti fuori dalla ISS: “È stata l’esperienza più emozionante della missione”.

Prima delle tre uscite dicevo sempre che quello che mi piaceva di più era la varietà, fare tante cose diverse. Ma dopo tre uscite devo ammettere – ha precisato in una risposta l’astronauta francese – che preferisco di gran lunga le attività extraveicolari”.

Davanti solo la Terra

Il motivo si capisce ascoltandola raccontare cosa significa uscire davvero dalla Stazione. Dalla famosa Cupola della ISS, “la Terra è già spettacolare, ma fuori è diverso”. Adenot usa un’immagine semplicissima: “guardare il nostro pianeta attraverso un finestrino è come osservare un precipizio restando dentro un’automobile”, ci si sente sicuri. Uscire nello Spazio, invece, “è come aprire la portiera e mettersi con i piedi proprio sul bordo”.

Il paesaggio è lo stesso, cambia completamente la sensazione: “È qualcosa che ti prende allo stomaco. È bellissimo, ma allo stesso tempo impressionante”.

Durante l’ultima EVA, mentre lavorava nella parte più avanzata della Stazione per riparare un riflettore utilizzato per la navigazione dei veicoli spaziali, davanti a lei c’era soltanto la Terra: “Lì ti senti davvero piccolissimo, ma allo stesso tempo profondamente connesso a ogni essere umano che si trova sulla Terra”.

Da 400 km di altezza confini, lingue e differenze sembrano perdere importanza: “Siamo tutti sullo stesso pianeta. È la Terra che ci protegge, che ci unisce e che ci offre tutte le risorse”.

Ogni EVA è fatica, dopo anche tenere in mano una penna fa male

Non bisogna, però, dimenticare che una passeggiata spaziale non è soltanto meraviglia, è soprattutto fatica. Il giorno dopo la terza uscita, Adenot racconta che persino prendere appunti era diventato complicato: “Anche solo tenere una penna per scrivere oggi mi fa male alla mano”.

Tre EVA così ravvicinate hanno richiesto una gestione quasi scientifica del recupero: alimentazione, sonno, allenamento e riposo muscolare. Tra la seconda e la terza uscita, Adenot ha praticamente smesso di allenare la parte superiore del corpo: “Ero completamente piena di dolori muscolari”. Ha quindi concentrato gli esercizi sulle gambe. Una scelta che, racconta, ha funzionato e alla terza EVA si sentiva nuovamente in forma.

Dietro ci sono medici, nutrizionisti e preparatori atletici che aiutano ogni astronauta a trovare il proprio equilibrio.

Piano A, piano B. Poi lo spazio inventa il piano D: “Bisogna essere pronti all’imprevisto

C’è però un’altra preparazione, quella mentale. Da ingegnere e pilota collaudatore, Adenot è abituata a lavorare sotto pressione, valutare il rischio e preparare alternative. Nello Spazio questo significa avere sempre un piano A, un piano B e un piano C.

Poi arriva inevitabilmente qualcosa che nessuno aveva previsto: “Lo spazio è talmente sorprendente che ti riserva un piano D”.

È qui che entrano in gioco metodo e lavoro di squadra. Durante una EVA gli astronauti sono “gli occhi e le mani” delle centinaia di persone che lavorano a Terra. Chi è fuori deve descrivere rapidamente ciò che vede, mentre gli specialisti devono capire il problema e trovare una soluzione.

Per Adenot la lezione è semplice: prepararsi moltissimo e poi imparare ad avere fiducia. È anche il consiglio che dà al collega belga Raphaël Liégeois, destinato a seguirla nello spazio: prepararsi bene, conoscere il proprio mestiere, saper lavorare in squadra. Ma soprattutto “prepararsi all’imprevisto”.

“Non ci si abitua mai”

Alla terza passeggiata spaziale, almeno, sparisce la paura dell’ignoto? In parte sì e la prima EVA, racconta Adenot, è la più difficile: uscire dal portello e trovarsi improvvisamente con l’immensità della Terra sotto i piedi “è un grande salto nell’ignoto”.

Alla seconda e alla terza cresce la fiducia nelle proprie capacità, ma una cosa non succede mai: abituarsi. “Non si può mai essere superficiali durante un’attività extraveicolare”, ha chiarito Adeot.

Forse è proprio questa la fotografia più semplice che ci restituisce in questo suo incontro con la stampa “volando” a 400 km di distanza dalla Terra, dopo quasi 200 giorni nello spazio: un’astronauta capace di lavorare per ore nel vuoto cosmico seguendo procedure estremamente complesse, ma ancora in grado di sorprendersi e meravigliarsi della luminosa bellezza del pianeta Terra.