L’impatto della cultura è il cambiamento
Un esperimento museale mostra come le esperienze culturali possano influenzare i comportamenti. Una riflessione sulla responsabilità di chi produce cultura, tra libertà individuale, dissenso e democrazia.
È essenziale ricordare che molte delle prassi del futuro si affermeranno a partire da sperimentazioni avviate nel presente. Iniziare a ragionare in questo modo impone una responsabilità nelle proprie scelte, ma anche una visione estesa su elementi che altrimenti rimarrebbero contingenti.
È una chiave di lettura importante per comprendere quanto la cultura possa contribuire alla costruzione del futuro: attraverso le conoscenze che trasmette, certamente, ma anche attraverso i comportamenti che può sollecitare.
Nel loro Museums as Policy Tools: The Behavioral Impact of Cultural Experiences, Pin, Rozzi e Stringhi offrono uno spunto concreto per questa riflessione.
In sintesi, lo studio descrive i risultati di un esperimento condotto al Santa Maria della Scala di Siena, coinvolgendo 388 studenti universitari in due differenti percorsi di visita. Il primo si concentrava sulle caratteristiche artistiche e storiche della Fonte Gaia; il secondo sulla precedente funzione ospedaliera del complesso, attraverso testimonianze di cura e accoglienza.
Al termine, i partecipanti potevano destinare liberamente parte del compenso ricevuto a due organizzazioni, una delle quali impegnata nel sostegno ai rifugiati.
I risultati sono stati particolarmente interessanti: nel gruppo che aveva seguito il percorso sull’accoglienza, le donazioni risultavano mediamente superiori, con un effetto concentrato soprattutto tra la compagine femminile.
Sia chiaro: a livello scientifico, lo studio compara il comportamento tra due gruppi, e non permette di affermare con esattezza che il comportamento assunto sia realmente imputabile all’esposizione a determinati contenuti.
È pur vero che confrontando le evidenze specifiche con l’esperienza sensibile di tutti noi, è possibile quantomeno ipotizzare una seppur non documentata relazione.
A ben vedere, lo studio illustra un’evidenza che, nelle sue dimensioni generali, risulta essere piuttosto nota: l’esposizione a determinati contenuti, soprattutto se non direttamente collegati a quella che oggi potrebbe essere definita una “call to action”, è in grado di influenzare non soltanto le riflessioni, ma anche le azioni delle persone.
Un esempio limite di questo meccanismo è legato all’imbuto dei social network, che tende a radicalizzare posizioni personali, o al lato opposto, la notizia che un imprenditore tedesco, dopo aver letto il libro di Zuchtriegel, attuale direttore di Pompei, ha deciso di finanziare il restauro di Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei.
Il punto, quindi, non è tanto se, e in che modo, la cultura può stimolare specifiche azioni: il punto è come può la cultura “assumersi la responsabilità” di sviluppare in modo consapevole tale facoltà, evitando di eccedere nell’ideologia o, al lato opposto, nella completa assenza d’azione che la paura degli ideologismi potrebbe indurre.
Né tantomeno questa esortazione va confusa con un invito a sviluppare una tipologia di politica culturale che abusi delle proprie potenziali influenze.
Si tratta piuttosto di una considerazione generale: la cultura ha sempre un impatto sulle persone, sia tale impatto auspicato o meno; sacrificare in nome del politicamente corretto una delle caratteristiche più potenti della cultura non è corretto, così come non è corretto sacrificare in nome degli impatti auspicati la qualità del prodotto culturale.
Quando si assiste ad uno spettacolo teatrale che mira alla sensibilizzazione sul femminicidio, si sta già sviluppando un’azione di questo tipo, talvolta in modo tutt’altro che sottile.
Stesso dicasi quando si assiste ad un film che rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza (descrizione ufficiale del film NAZA proposta dal sito web della Biennale di Venezia).
Il passaggio ulteriore riguarda la possibilità di assumere questi effetti come una dimensione esplicita della progettazione culturale, interrogandosi sulle azioni che si intendono favorire e verificando quelle che effettivamente si producono.
Se riusciamo invece a definire un prodotto culturale in grado di generare azioni tra i propri destinatari, dobbiamo allora iniziare ad interrogarci su come tale attività vada condotta secondo una logica coerente con il libero arbitrio e con il sistema democratico.
Si tratta infatti di un potere che è funzionale alla cultura e alla democrazia, e che con il tempo abbiamo un pò alla volta disinnescato, ed è una delle condizioni che, probabilmente, si è accompagnata alla generale trasformazione della cultura da prodotto di conoscenza a semplice contenuto.
Recuperare questa facoltà richiede quindi una riflessione sul rapporto che intendiamo costruire tra produzione culturale e società. Se un’opera sollecita una lettura del mondo, può anche contribuire a definire il modo in cui scegliamo di abitarlo. È in questo passaggio che la responsabilità culturale assume una dimensione concreta.
Il libero arbitrio si esercita anche attraverso l’incontro con prospettive capaci di mettere in discussione le nostre abitudini. Un prodotto culturale può offrire elementi per compiere una scelta, renderne percepibili le conseguenze, far emergere possibilità che prima non avevamo considerato. La sua forza democratica dipende anche dallo spazio che lascia alla risposta delle persone, compresa quella di dissentire.
Per chi produce e programma cultura, assumersi questa responsabilità significa allora interrogarsi sulla relazione fra le intenzioni e gli effetti.
Quali azioni si vorrebbero favorire? Attraverso quali contenuti? E quanto si è disponibili ad accettare che l’incontro con il pubblico generi esiti differenti da quelli immaginati?
Tornando agli eventi di questi giorni, in che modo la cultura può dare forma pubblica al conflitto e all’emersione di un disagio, consentendo alla democrazia di intercettare aree di malcontento nella normale vita quotidiana, senza dover attendere la paralisi del Paese?
Non si tratta di voler rendere la cultura uno strumento di “omologazione di pensiero”, nè di ambire ad una nuova forma di realismo sovietico.
Si tratta di comprendere che la cultura ha un peso. E che questo peso può generare cambiamenti, anche attraverso il dissenso e il conflitto democratico. Assumersi questa responsabilità significa discutere apertamente quali trasformazioni si intendano favorire, attraverso quali scelte e lasciando quale spazio alla libertà delle persone.