Decidiamo oggi per un domani sostenibile

Può davvero esistere una crescita senza sviluppo?

Lo sviluppo è più difficile da perseguire, ma la difficoltà non può essere un alibi. Dalla demografia al lavoro, occorre concentrarsi sulle priorità strutturali del Paese.

di Stefano Monti

giovedì 24 settembre 2026
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Il nostro attuale sistema sociale si basa sul presupposto che sia sempre necessario perseguire una crescita economica. Condizione che possiamo indicare come veritiera per comodità, ma che in realtà merita una precisazione.

Non è il sistema sociale, ma alcune componenti su cui si fonda la nostra struttura economica ad implicare tale necessità. A rendere tale caratteristica essenziale è l’assetto istituzionale che, come specie, abbiamo costruito: debito, remunerazione del capitale, dipendenza dell’occupazione dall’aumento della produzione. Si tratta di una distinzione importante, perché incrina l’assioma della crescita come condizione necessaria.

Gli studi scientifici, su questo tema, sono numerosi ed eterogenei: dalle critiche all’espansione continua a livello macro -  spesso associate ad una visione biofisica dell’economia -  alle dimensioni che invece si concentrano sulla dimensione d’impresa, e che evidenziano, ad esempio, che la priorità dell’impresa sia il profitto, e che la dimensione di produzione sia, in realtà, soltanto uno degli strumenti attraverso i quali raggiungere tale obiettivo, mentre altri studi validano la possibilità di imprese in condizioni stazionarie.

Allo stesso tempo, numerosi sono anche gli studi che chiariscono la differenza tra crescita economica e sviluppo. Tra di essi, un ruolo importante è giocato da Amartya Sen, che, nel 1988, in The Concept of Development, chiarisce quanto gli elementi che costituiscono la “crescita”, e vale a dire “reddito, industrializzazione e crescita”, siano “mezzi” dello sviluppo e non coincidano con esso. Il lavoro di Sen ha poi ispirato generazioni e generazioni di ricercatori, che hanno sempre più affinato la distinzione tra le dimensioni della crescita economica di un territorio e quelle del suo sviluppo.

Concetti molto ampi, che oltre a coinvolgere gli aspetti della ricerca economica hanno influenzato in modo significativo anche il dibattito pubblico internazionale, soprattutto con la costituzione della cosiddetta commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi, istituita dal Presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel proprio rapporto finale ha indagato i “limiti” dell’utilizzo del Pil come indicatore globalmente condiviso, e la necessità di integrare le informazioni legate al Pil con informazioni riferite al benessere delle persone.

Se la crescita non coincide necessariamente con il progresso, viene meno anche l’assunto secondo cui la sopravvivenza di una società debba dipendere dall’espansione permanente della produzione. Ciò di cui un sistema economico ha bisogno non è necessariamente una quantità sempre maggiore di beni, ma una capacità stabile di generare e distribuire condizioni di benessere, preservando nel tempo le risorse che le rendono possibili. Si tratta di considerazioni che, pur se sviluppate all’interno di una riflessione prettamente economica, superano di gran lunga i confini della disciplina, perché si interrogano principalmente su quali siano, o debbano essere, le priorità individuali e collettive che gli esseri umani, attraverso il proprio agire, personale, lavorativo, organizzativo, devono insieme perseguire.

Domande alle quali, è ovvio, l’economia può fornire un contributo anche teorico, ma soprattutto funzionale, agendo come strumento attraverso il quale un insieme di priorità collettivamente identificate, possono essere analizzate nelle sue dimensioni più concrete.

È dunque in questa formulazione che è possibile inquadrare in modo corretto l’interrogativo che questa riflessione intende indagare. Il punto centrale, infatti, non è se possa o meno esistere un sistema sociale che pone come prioritaria la crescita rispetto allo sviluppo; il punto centrale è comprendere se tale scelta sia positiva per il sistema sociale in sé.

Procedendo per gradi, quindi, occorre in primo luogo delineare in modo più puntuale la questione, al fine di scongiurare una declinazione troppo teorica. Un’azione necessaria, ma che merita una premessa sostanziale: non esiste una definizione puntuale che divida la crescita dallo sviluppo; esistono “indizi” (proxy) che permettono di identificare l’ordine gerarchico delle priorità che un sistema sociale persegue. Trattandosi di un’astrazione, quindi, la descrizione che segue non ha carattere di scientificità e in quanto tale è passibile di obiezioni e di confutazioni, per quanto essa basi sia su una vasta letteratura sull’argomento, sia su osservazioni empiriche.

Tenendo in considerazioni tali premesse, è tuttavia possibile definire un sistema sociale che fornisce priorità alla crescita come un sistema la cui continuità dipende prevalentemente dall’espansione dei fattori produttivi, dei consumi, del credito e del valore patrimoniale. Ciò implica che tale sistema si misura, in primo luogo, attraverso indicatori che esaminano gli aggregati di produzione, in cui l’elemento quantitativo prevale su quello qualitativo, in cui le dinamiche economiche tendono naturalmente ad una concentrazione della ricchezza, sia sotto il profilo imprenditoriale (grandi imprese che impongono delle condizioni di mercato), sia sotto il profilo del reddito, con l’aumento dei prezzi che supera la crescita del reddito disponibile, erodendo il potere d’acquisto. Una descrizione che, su tantissimi fronti, non risulta molto distante da sistemi economici e sociali contemporanei.

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A differenziare un sistema che invece si concentra prevalentemente su dinamiche di sviluppo è principalmente la dimensione “temporale” di riferimento. In questo senso, un sistema sociale che intenda perseguire lo sviluppo, quindi, interpreta tutti i fenomeni della crescita come funzionali ad altre caratteristiche dell’ambiente economico di riferimento: alla concentrazione della ricchezza si oppone quindi la tendenza al pluralismo economico, vincola l’espansione produttiva al perseguimento di un’utilità aggregata collettiva, accettando anche periodi di stabilità se finalizzati ad un consolidamento delle condizioni interne, governa la distribuzione iniziale delle risorse, veicolando processi di crescita equilibrata, interpreta fattori come cultura, benessere sociale, capacità di spesa, servizi alla persona, come elementi di sviluppo di medio-lungo termine, e non come semplici input produttivi, osserva non solo il dato aggregato produttivo, ma anche la sua distribuzione. Un sistema, quindi, in cui i fattori produttivi vengono remunerati già nel breve periodo, e in cui i fattori di reinvestimento di remunerazione incidono positivamente non solo sulla dimensione produttiva, ma anche su quella redistributiva: un sistema democratico, nel senso più aulico che la nostra costituzione ben interpreta.

E già da queste approssimazioni emerge dunque una condizione essenziale: è desiderabile pertanto che crescita e sviluppo non vengano percepite come elementi ontologicamente distinti, ma che siano ciascuno in relazione con l’altro. La crescita è funzionale allo sviluppo, che è a sua volta funzionale ad una più sostenuta crescita. Una crescita del Pil non accompagnata da un miglioramento diffuso della qualità della vita può accumulare disuguaglianze, debito, concentrazione e sfiducia, riducendo la capacità del sistema di assorbire gli shock. Eventi anche limitati possono allora funzionare da innesco di crisi molto più profonde, ed esempi di questo tipo si sono più volte succeduti nella storia.

È in questo contesto che entrano in gioco fattori che non sempre emergono come centrali all’interno delle riflessioni economiche: fattori come la cultura, l’istruzione, la libertà di assumere scelte consapevoli, rischi consapevoli, la capacità di innovare, la possibilità di autodeterminazione dell’individuo, la capacità di un sistema di far fronte a shock esogeni contando anche su risorse informali, come il comportamento proattivo, la coesione sociale, e altre dimensioni di questo tipo. La rilevanza di tali condizioni è centrale, ed è un punto che merita essere sottolineato: spesso, infatti, si tende a voler dimostrare quanto queste variabili siano essenziali all’interno della costruzione macro-economica di medio periodo. Condizione corretta, ma che pecca forse di “eccesso di focus”. Senza dubbio queste dimensioni sono funzionali, ma sono anche sovraordinate rispetto al sistema che si sta analizzando: la loro rilevanza, infatti, non è da rintracciare esclusivamente nella capacità che tali dimensioni hanno di dare ad un determinato territorio o sistema sociale una capacità di crescita; la loro rilevanza sta nel fatto che l’intero sistema economico, in fondo, è stato costruito per essere capace di generare tali condizioni.

Un esempio concreto di questo tipo di approccio è noto in economia come “la curva a gomito” del mercato del lavoro: in pratica, quello che si osserva è che, fino ad una certa soglia di reddito, le persone sono disposte a lavorare un’ora in più per avere maggiore “ricchezza”. Superata tale soglia, l’offerta di lavoro da parte delle persone crolla. Semplicemente: questione di priorità. Un esempio che introduce un altro tassello importantissimo per questa riflessione: assunto un dato intervallo di tempo, ad esempio 10 o 15 anni, non è affatto necessario che crescita e sviluppo siano sempre in una condizione di equilibrio. Ciò che è necessario è che, in tale intervallo di tempo la distanza tra crescita e sviluppo resti all’interno di un intervallo di “riconversione”, e vale a dire che i risultati della crescita possano quindi essere reindirizzati verso un riequilibrio generale delle condizioni sistemiche.

È a fronte di questa considerazione che vale dunque la pena riconoscere che, nel nostro Paese, esistono numerosi segnali che vanno monitorati: non per generare una critica assolutistica alle attuali condizioni di sistema, quanto piuttosto per porre l’attenzione sulle necessarie azioni di riconversione. Tali segnali sono, ad esempio, rintracciabili nella dinamica dell’occupazione e dei salari, con più occupati ma salari reali ancora compromessi rispetto al contesto europeo e rispetto a quanto osservabile nel nostro Paese negli scorsi decenni; una crescita, seppur troppo modesta del Pil, che tuttavia non è associata ad una riduzione strutturale degli indici di povertà; un incremento degli investimenti non legato ad un incremento generale della produttività; una difficoltà sostanziale nell’identificazione di percorsi virtuosi in grado di trasformare il capitale umano in fattori di crescita produttiva; una tendenziale “specializzazione” della dimensione imprenditoriale, con crescita concentrata esclusivamente in alcuni settori. Fattori a cui si integrano, anche, una visione degli elementi di “base” poco “distribuita”: la sanità sta migliorando, ma permangono importanti difficoltà d’accesso; la fruizione culturale si sta concentrando su flussi sempre più ampi di visitatori, ma gli indicatori di fruizione culturale tra i cittadini mostrano tassi di crescita inferiori; il flusso turistico genera economie che tuttavia non vengono ridistribuite sul territorio in modo congruo, generando anche esternalità negative su popolazione e su mercato immobiliare.

Si tratta di condizioni che non è necessario ostracizzare in modo assolutistico. Soltanto elementi da monitorare, per comprendere in che modo l’insieme di misure e di policy che oggi vengono costruite per favorire la crescita del nostro Paese generino davvero un valore aggiunto per il nostro sistema economico e sociale. O quali costi, di converso, siamo disposti a sostenere a fronte di un miglioramento strutturale del sistema, in grado di definire, in un intervallo di tempo dato, condizioni per un nuovo sviluppo.

L’economia non è una scienza esatta. La politica non è una scienza esatta. La legge non è una scienza esatta. Sono strumenti attraverso i quali una collettività assume scelte informate, e decide obiettivi prioritari e modalità attraverso i quali perseguirli. Troppo spesso il dibattito pubblico, e anche quello tecnico, si concentra su fenomeni puntuali, quando la priorità dovrebbe probabilmente essere comprendere quali sono i reali obiettivi che come Paese intendiamo darci. La crescita senza sviluppo si limita all’oggi.

Lo sviluppo è invece un fattore di crescita dell’oggi e del domani. È soltanto più difficile da perseguire. Ma non possiamo utilizzare la difficoltà come un alibi. È dunque essenziale iniziare, sin da subito, a generare una riflessione che, per quanto incompleta, ci conduca a definire, al di là della cronaca politica, quali siano le priorità che, come Paese, intendiamo perseguire, su tematiche strutturali, e non su singoli elementi di dibattito.

È necessario ad esempio comprendere quali siano gli obiettivi che intendiamo porci in termini demografici: non solo una retorica politica legata all’incremento delle nascite, ma anche una valutazione globale e complessiva legata alla composizione demografica del nostro Paese, che includa obiettivi in termini di fasce d’età, in termini di nazionalità, in termini di distribuzione all’interno del territorio nazionale, e soprattutto, in termini di rapporto tra urbanizzazione e popolazione nelle aree interne.

È analogamente necessario riflettere sul ruolo dell’istruzione formale all’interno del nostro sistema sociale ed economico: ad oggi, sistema produttivo, sistema del credito, sistema finanziario presentano importanti disallineamenti rispetto al sistema formativo e universitario: gli effetti di tali disallineamenti sono osservabili nell’occupazione, nel mismatching tra competenze e responsabilità, e in quota parte nei dati legati all’emigrazione.

Sotto il profilo dei redditi, è necessario comprendere quali siano i settori su cui principalmente investire in ambito di politiche industriali e territoriali: la grande crescita di occupazione in settori a basso valore aggiunto per personale addetto, pur incidendo sui dati legati all’occupazione nella sua interezza, genera una condizione di crescita sub-ottimale, veicolando professionisti verso settori, come quello del personale di sala nel comparto della ristorazione e della nightlife, in cui esprimono una produttività inferiore a quanto sarebbe osservabile invece in differenti comparti dell’economia, tra i quali rientrano senza dubbio anche le industrie culturali e creative, nella mora di rendere tale comparto realmente industriale.

Sotto il profilo del benessere sociale, è necessario agire sugli indicatori che misurino la qualità della vita dei cittadini, distinguendo le dimensioni del tempo libero, delle aspettative (che giocano un ruolo centrale anche nell’economia), e le dimensioni della capacità di generare piani a lungo termine.

Sotto il profilo del welfare, invece, è necessario considerare l’attuale condizione, che vede un ruolo centrale della spesa in termini di assistenza e prestazioni sanitarie, e cercare di identificare modalità per far convergere l’intera collettività verso una visione del welfare sempre più quotidiana.

Sotto il profilo culturale, occorre premiare anche quelle politiche che non si traducono semplicemente in un incremento dei visitatori, soprattutto se turisti internazionali, ma che hanno invece la capacità di generare visite ripetute ai musei, e un senso di collettività e di coesione sociale non compartimentato.

Sotto il profilo della produzione, è essenziale iniziare a ragionare sul made in italy non solo in termini di prodotti, ma anche in termini di processi e di servizi. Inserire l’Italia in catene di creazione globale del valore ad alto contenuto di conoscenza, così da estendere le connessioni con i mercati globali anche sul versante dei settori professionali.

La dimensione occupazionale va poi reintegrata all’interno di una dimensione di lungo periodo, anche attraverso una coraggiosa rivalutazione degli incentivi all’autoimprenditorialità, e mediante una ricognizione ragionata legata alle politiche della Partita Iva, valutando eventuali misure che concorrano agli stessi obiettivi perseguiti da un’azione che si è rivelata efficace per il nostro Paese, ma che al di là delle pressioni comunitarie, è in ogni caso destinata ad essere temporalmente definita.

È inoltre necessario trasformare la tendenza all’imprenditoria in un reale valore aggiunto, elaborando sistemi che consentano alle start-up di introdursi in piani di finanziamento globale, evitando il moltiplicarsi di start-up italiane fondate all’estero (condizione che se da un lato esprime già in sé un fenomeno migratorio, implica anche un’ulteriore perdita di opportunità per il lavoro all’interno del territorio nazionale). Allo stesso modo, è necessario stabilire il rapporto che il nostro Paese intende instaurare con i non-residenti, scegliendo se premiare un carattere di permanenza, e quindi incentivando le persone a creare una propria esistenza nei confini della nazione, riducendo così il trasferimento di risorse generate nell’economia nazionale verso famiglie e investimenti realizzati in territori d’origine.

Occorre infine comprendere in che modo trasformare le grandi trasformazioni del nostro tempo in un’opportunità concreta per il nostro territorio: la presenza di tantissime persone nella cosiddetta silver-age deve essere trasformato in opportunità concreta per il Paese, senza per questo generare delle barriere all’entrata per le giovani generazioni.

Altrettanto importante è poi la presenza di capitali esteri, e la capacità del nostro Paese di attrarre tali capitali (altissima) e di rendere tali capitali immediatamente funzionali allo sviluppo economico.

Occorre ancora valutare se la trasformazione del nostro tessuto urbano, sempre più orientato al consumo, possa contemplare momenti di socialità non vincolati al consumo, soprattutto nell’area del tempo libero e della night-life.

I temi sono tantissimi, e questi sono soltanto piccolissimi esempi di come, nel riflettere su dimensioni economiche, si possa preferire in modo concreto e operativo un ritorno di breve termine rispetto ad uno sviluppo più consolidato della collettività e dei territori. Si tratta di scelte, che devono essere assunte in modo esplicito, ed essere governate da una visione e una strategia unitaria: la parcellizzazione delle politiche è un atto oggi necessario, che tuttavia deve trovare, nella capacità di governare il Paese, la forza per ricondurre la specializzazione delle singole attività all’interno di una strategia di più ampio respiro, che definisca in modo chiaro quali siano le direttrici di sviluppo verso le quali tendere. C’è differenza tra amministrare e governare. Ed è una differenza abissale.

Copertina: Imagine Buddy/unsplash