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Clima più caldo, l’Italia rischia fino a - 6 punti di Pil entro il 2050 e danni fino a 18 mld di euro l’anno

L’estremizzazione del clima potrebbe indebolire in maniera profonda il sistema economico e finanziario del nostro Paese e dell’Europa intera, colpendo le infrastrutture critiche (Tlc, energia e digitale). Lo studio del Cmcc.

di Flavio Fabbri

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Il cambiamento climatico, per anni, è stato raccontato soprattutto come una questione ambientale. La nuova analisi del CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, realizzata con Deloitte Climate & Sustainability ed European University Institute, sposta definitivamente il baricentro del dibattito: il riscaldamento globale è anche un rischio macroeconomico e fiscale. Non riguarda soltanto eventi estremi, danni alle infrastrutture o perdite agricole, ma la capacità stessa dell’economia italiana di crescere e dello Stato di finanziare il proprio debito.

Per la prima volta, lo studio quantifica in modo integrato il legame tra rischio climatico, crescita economica e finanze pubbliche, mostrando come gli effetti del riscaldamento possano indebolire strutturalmente una delle economie europee già caratterizzate da una crescita potenziale tra le più basse dell’area euro.

Nel periodo 1980-2024, gli eventi estremi hanno causato nell’Unione europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro. Gli ultimi quattro anni rientrano tra i cinque anni con le perdite più elevate dell’intera serie storica: nel complesso, il quadriennio 2021-2024 ha fatto registrare perdite per oltre 208 miliardi di euro, più del 25% del totale degli ultimi 45 anni.

Queste stime riguardano soprattutto le perdite sugli asset fisici e non esauriscono l’insieme dei costi indiretti, sanitari, produttivi e distributivi associati al cambiamento climatico. Le perdite da ondate di calore, misurate attraverso la riduzione della produttività del lavoro, sono state stimate tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, con impatti superiori all’1% in diverse regioni particolarmente vulnerabili.
Le proiezioni indicano inoltre che, tra il 2060 ed il 2070, tali perdite potrebbero superare l’1,1% del PIL europeo in assenza di ulteriore adattamento.

Un accumulo di eventi catastrofici può portare a una riduzione fino a sei punti di PIL entro metà secolo

Lo scenario elaborato dal CMCC è chiaro: in assenza di ulteriori politiche di mitigazione e di investimenti adeguati in adattamento, l’Italia potrebbe registrare entro il 2050 un livello del PIL inferiore fino al 6% rispetto a uno scenario senza danni climatici.

La perdita non deriva da un singolo evento catastrofico, ma dall’accumulo progressivo di shock che riducono produttività, investimenti e capacità competitiva del sistema economico. È proprio questa natura strutturale del fenomeno a rappresentare la principale novità dello studio.

Il rapporto evidenzia infatti che il cambiamento climatico agisce come un freno permanente alla crescita. Nello scenario più critico analizzato dal documento (SSP3-RCP7.0), la crescita economica italiana tra il 2025 e il 2050 potrebbe ridursi fino al 15% della crescita media annuale prevista (stima centrale), mentre nello scenario di rischio più elevato la perdita potrebbe arrivare addirittura al 41% della crescita attesa. Anche nello scenario più favorevole (SSP2-RCP4.5), la perdita rimane significativa: circa il 6% della crescita media, con punte fino al 16% nelle ipotesi più pessimistiche.

In termini complessivi, i modelli stimano una riduzione del PIL compresa tra l’1,6% e il 6% entro metà secolo, a seconda dell’intensità degli impatti climatici e dello scenario socioeconomico considerato.

Il rischio climatico diventa un rischio sovrano

La conclusione più rilevante del rapporto è probabilmente questa: il rischio climatico non è più soltanto un rischio settoriale, ma diventa un rischio sovrano.

Una crescita economica più debole riduce infatti la capacità dello Stato di generare entrate fiscali, mentre aumentano contemporaneamente le spese per riparare i danni, ricostruire infrastrutture, sostenere imprese e cittadini colpiti dagli eventi estremi e finanziare gli investimenti necessari all’adattamento.
Ne deriva un peggioramento della sostenibilità delle finanze pubbliche.

Lo studio mostra come il cambiamento climatico possa rendere più difficile stabilizzare il rapporto debito/PIL e aumentare la vulnerabilità dell’Italia sui mercati finanziari. In alcuni scenari, i rischi di rifinanziamento del debito pubblico potrebbero addirittura raddoppiare, perché una crescita più lenta rende più complesso ridurre il peso del debito e aumenta la percezione del rischio da parte degli investitori.

In altre parole, il clima entra direttamente nei fondamentali della finanza pubblica.

Le infrastrutture sono il primo canale di trasmissione del rischio: possibili danni fino a 18 miliardi di euro l’anno entro il 2050

Il deterioramento della crescita passa innanzitutto attraverso le infrastrutture, che il rapporto identifica come uno dei principali canali di trasmissione del rischio climatico all’economia italiana.

La rete infrastrutturale nazionale – trasporti, energia, reti idriche, telecomunicazioni e logistica – è sempre più esposta a eventi estremi ma anche agli effetti cronici dell’aumento delle temperature.

Negli ultimi anni i segnali sono già evidenti: deformazione dei binari ferroviari durante le ondate di calore, rallentamenti della circolazione, blackout elettrici, riduzione della produzione energetica durante la siccità, danni ai porti provocati da venti estremi, interruzioni delle reti di trasporto durante le alluvioni.

Secondo il rapporto, il danno diretto annuo alle infrastrutture italiane potrebbe passare da circa 0,4 miliardi di euro del periodo storico (1981-2010) a circa 2 miliardi di euro entro il 2030, fino a raggiungere 5,2 miliardi di euro all’anno nel 2050.

Ma il costo reale è molto più elevato. Quando si considerano anche gli effetti indiretti – interruzioni dei servizi, blocchi della produzione, rallentamenti logistici, perdite lungo le catene di fornitura – il danno complessivo sale a 2,3-8,7 miliardi di euro all’anno nel periodo 2020-2030, fino a raggiungere 11,5-18 miliardi di euro annui entro il 2050.

Cambia anche la natura del rischio: caldo estremo e scarsità d’acqua

Lo studio evidenzia un cambiamento profondo nella composizione dei danni climatici. Storicamente, il principale fattore di rischio era rappresentato dalle esondazioni fluviali. Nei prossimi decenni, invece, il baricentro si sposterà verso caldo estremo e scarsità d’acqua.

Nel periodo 2041-2070, siccità e ondate di calore potrebbero rappresentare circa il 92% dei danni climatici alle infrastrutture, contro il 31% registrato nel periodo 1981-2010.

Questo significa che il problema non sarà soltanto la distruzione improvvisa provocata da un evento estremo, ma il progressivo deterioramento della capacità operativa delle infrastrutture.

Il settore energetico costituisce uno degli esempi più evidenti. Temperature elevate e scarsità d’acqua riducono l’efficienza dei sistemi di raffreddamento delle centrali, limitano la capacità produttiva proprio nei momenti di maggiore domanda e aumentano lo stress operativo degli impianti.

Le conseguenze si propagano rapidamente agli altri comparti.

L’effetto domino sulle reti critiche e il digitale soffre la sua ‘fisicità’

Il rapporto insiste su un elemento spesso sottovalutato: le infrastrutture moderne sono sistemi profondamente interconnessi. Una criticità sulla rete elettrica può compromettere telecomunicazioni, data center, reti digitali, distribuzione dell’acqua, trasporti e servizi sanitari.

Il digitale, spesso percepito come un’infrastruttura immateriale, dipende invece da asset fisici altamente vulnerabili: disponibilità continua di energiasistemi di raffreddamento efficienti e connettività stabile.

Il caldo estremo aumenta il fabbisogno energetico dei data center, riduce l’efficienza dei sistemi di raffreddamento e rende più probabili interruzioni e guasti. La vulnerabilità del sistema, quindi, non dipende soltanto dalla resistenza dei singoli impianti, ma dalla loro interdipendenza.

Gli episodi recenti lo dimostrano. L’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna nel 2023 ha interrotto per giorni importanti collegamenti ferroviari, mentre le ondate di calore del 2022 hanno provocato blackout diffusi e rallentamenti della rete ferroviaria dovuti a problemi degli impianti elettrici.

Poca acqua in futura, a rischio anche i piani italiani per le nuove centrali nucleari?

Nel documento il quadro idrico italiano è descritto come sempre più instabile: meno piogge ordinarie, più periodi secchi lunghi, più evaporazione e più variabilità estrema. Questo significa che un eventuale programma nucleare dovrebbe confrontarsi non solo con il rischio climatico generale, ma con la disponibilità locale e stagionale della risorsa, che nel Mezzogiorno e in alcune aree del Centro-Nord tende a peggiorare in modo marcato.

Per una centrale futura, la siccità può tradursi in tre effetti: riduzione della capacità produttiva, maggiore probabilità di fermate o derating, e aumento dei costi di progettazione e gestione. In altre parole, il problema non sarebbe solo “avere abbastanza acqua”, ma garantire continuità operativa in estati sempre più calde e con minore portata dei corsi d’acqua.

Questo incide anche sulla scelta del sito. Il documento mostra che il rischio climatico va letto come rischio infrastrutturale e territoriale, non come variabile astratta. Per il nucleare, ciò implica che localizzazione, disponibilità idrica, sistemi di raffreddamento e resilienza della rete elettrica dovrebbero essere valutati insieme, altrimenti il rischio fisico potrebbe ridurre la redditività e l’affidabilità dell’investimento

Il rischio cresce più rapidamente nel Mezzogiorno italiano

Le perdite economiche non si distribuiscono in modo uniforme. A livello europeo, le regioni meridionali e orientali risultano le più esposte agli effetti economici del cambiamento climatico. Per l’Italia emerge una doppia geografia del rischio.

In termini assoluti, le perdite maggiori si concentrano nelle regioni del Nord, dove è presente la quota più consistente delle infrastrutture strategiche e della produzione industriale. In termini relativi, però, è il Mezzogiorno a registrare l’aumento più marcato della vulnerabilità.

Temperature più elevate, periodi di siccità più lunghi, maggiore esposizione agli estremi climatici e minori capacità amministrative e finanziarie di adattamento rischiano infatti di ampliare ulteriormente i divari territoriali già esistenti.

Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici evidenzia come molte amministrazioni locali, soprattutto nelle aree interne, costiere e insulari, dispongano di risorse limitate, personale tecnico insufficiente e strumenti ancora inadeguati per trasformare la conoscenza scientifica in interventi operativi.

Il costo dell’inazione supera quello della prevenzione

Il rapporto offre anche una valutazione economica dell’adattamento. Le risorse aggiuntive necessarie per aumentare la resilienza delle infrastrutture italiane sono stimate tra 8 e 10 miliardi di euro complessivi fino al 2030, ai quali si aggiungono circa 604 milioni di euro all’anno di costi operativi e manutentivi.

Si tratta di investimenti significativi, ma nettamente inferiori ai danni evitabili. Secondo le stime, ogni euro investito nell’adattamento può generare benefici economici vicini a cinque euro entro il 2050, grazie alla riduzione dei danni diretti, delle interruzioni di servizio e dei costi di ricostruzione.

Il problema, osserva il rapporto, non è soltanto finanziario. Molte infrastrutture italiane sono state progettate utilizzando mappe climatiche ormai superate, mentre gli standard tecnici europei stanno ancora aggiornando i criteri progettuali per incorporare gli effetti del cambiamento climatico. A questo si aggiunge un patrimonio infrastrutturale invecchiato: oltre un terzo delle infrastrutture pubbliche italiane ha ormai superato i 50 anni senza interventi strutturali significativi.

Una questione di competitività nazionale

Il messaggio conclusivo dello studio va oltre la dimensione ambientale. Il cambiamento climatico non rappresenta soltanto un costo crescente, ma un fattore capace di modificare le prospettive di sviluppo del Paese.

Una crescita più lenta, infrastrutture meno affidabili, investimenti più rischiosi e finanze pubbliche più fragili possono innescare un circolo vizioso che riduce progressivamente la capacità competitiva dell’Italia.

Per questo, conclude il CMCC, adattamento climatico, resilienza delle infrastrutture e sostenibilità delle finanze pubbliche non sono più politiche separate. Sono tre dimensioni dello stesso problema economico. E la velocità con cui verranno affrontate determinerà non solo la capacità del Paese di gestire gli impatti del riscaldamento globale, ma anche quella di preservare crescita, stabilità fiscale e competitività nei prossimi decenni.