04 agosto 2021

"Come comunicano gli alieni", "Andiamo tutti in Nuova Zelanda", "La scommessa del 2040": questi i temi della nostra rassegna settimanale.

  • Come comunicano gli alieni. Il fisico quantistico Terry Rudolph, dell’Imperial college di Londra, nell’anticipazione di una ricerca pubblicata la settimana scorsa, ha ipotizzato che civiltà aliene molto avanzate potrebbero comunicare tra loro modificando le emissioni luminose delle stelle. Rudolph nel suo articolo dimostra che questa forma di interscambio è tecnicamente possibile, ma ovviamente non abbiamo elementi per dire se l’ipotesi è fondata. Se lo fosse, potremmo essere al centro di intensi scambi intergalattici senza nemmeno rendercene conto.
     
  • Andiamo tutti in Nuova Zelanda. Che cosa succederebbe se, in un tempo non troppo lontano, l’ordine globale che noi diamo per scontato dovesse dissolversi a seguito di crisi energetiche, ambientali o infrastrutturali? Due ricercatori dell’Anglia Ruskin University, Nick King e Aled Jones, hanno pubblicato uno studio dal quale risulta che la “tempesta perfetta” non sarebbe uguale per tutti. Tra i Paesi con la migliore possibilità di continuare una vita più o meno simile a quella attuale, spicca la Nuova Zelanda, ma anche Islanda, Regno unito, Australia e Irlanda non dovrebbero passarsela troppo male. Fra i fattori presi in considerazione, gli effetti del cambiamento climatico (fenomeni meteorologici estremi, siccità, inondazioni) ma anche l’impatto dei movimenti delle popolazioni costrette a migrare per sopravvivere.
     
  • La scommessa del 2040. Sempre in tema di collasso della civiltà, quando dovrebbe avvenire la catastrofe? La ricercatrice olandese Gaya Herrington, riferisce il Guardian, afferma che le previsioni del famoso studio del Mit del 1972 sui limiti della crescita, realizzato per conto del Club di Roma, sono ancora valide: la situazione si farà insostenibile attorno al 2040. Solo che le motivazioni sono in parte diverse. Il Mit attribuiva il collasso all’effetto combinato della sovrappopolazione e della scarsità di risorse, a meno che le nuove ricerche non fossero riuscite ad attenuare la stretta sui fabbisogni di materiali. Questo è in effetti avvenuto, ma senza badare alle conseguenze in termini di inquinamento e riscaldamento globale, per cui la diagnosi è tuttora infausta. “Ma niente è scritto nella pietra”, dice Herrington. “Siamo ancora in tempo per cambiare strada”.

di Donato Speroni