U-Young

di U-Young, il blog in cui giovani italiani, nuovi italiani, migranti e rifugiati si confrontano su tematiche legate al futuro. U-Young è uno spin off di UBlogger, il programma di Blogging Internship di Unicef.

Giovani e Neet, come evitare di perdere il capitale umano di una generazione

18 febbraio 2021

Dall’inizio della pandemia, la disoccupazione giovanile in Europa è aumentata del 2%. I giovani hanno perso il lavoro e chiuso le loro imprese e attività produttive più velocemente rispetto ad altre fasce d’età, diventando una delle parti sociali più colpite dalla pandemia in termini d’impiego (e non solo).

Nel nostro Paese, come rilevato dall’ultimo sondaggio Istat di dicembre 2020, dopo un periodo di disoccupazione giovanile in calo, con la pandemia la curva è tornata a salire, raggiungendo il picco del 29,7% alla fine dello scorso anno.

La perdita del lavoro è però solo una delle drammatiche conseguenze che la pandemia ha avuto e continua ad avere sulla nostra generazione. L’interruzione della formazione tradizionale, con scuole, università, centri d’apprendimento di ogni genere, chiusi, aggiunge alla già esistente piaga della disoccupazione giovanile un problema ancora più drammatico: un gap di competenze, tra il 30% e il 50% nella matematica e nelle lingue, per via della scuola “a singhiozzo”.

Non possiamo non citare l’effetto psicologico della pandemia sulle più giovani generazioni. Uno studio dell’agenzia europea Eurofund ha riscontrato che il 20% degli under 35 si sente solo, mentre il 18% è in uno stato di tensione permanente, con l’Italia terzultima per benessere mentale dei giovani a livello europeo.

Il problema dei Neet (Not in education, employement or training), i giovani che non hanno un impiego e sono fuori dall’istruzione e dalla formazione, è quanto mai drammatico, e si presenta con ancora più forza davanti ai decisori politici.

L'incidenza di Neet sulla fascia d'età 15-29 anni è al 22,2%. Le disparità per genere – il 24,3% sono ragazze e il 20,2% ragazzi – si aggiungono a forti differenze territoriali a livello regionale – 14,5% al Nord, 18,1% al Centro e 33% nel Mezzogiorno. (dati Istat 2020 relativi all'anno 2019)

Ad oggi, in Italia, i Neet sono circa due milioni. Due milioni di idee, di visioni, di contributi originali inattivi, con il rischio di rimanere fuori dall’istruzione e dal mercato del lavoro per ancora molto tempo. A livello italiano ed europeo esistono delle politiche volte a contrastare questo fenomeno.

La Youth Guarantee (cioè l’impegno dei Paesi dell’Unione europea affinché ogni Neet under 30 riceva un’offerta di lavoro o di istruzione di qualità entro quattro mesi dal momento in cui diventa disoccupato o abbandona la scuola) è un’iniziativa fondamentale in tal senso, tanto che è stata potenziata dopo la crisi conseguente al Covid-19 con il “Pandemic youth unemployment support package”, che aumenta l’età massima per accedere alla Youth Guarantee e le risorse allocate.

Esiste anche lo European social fund plus (Esf+) che impone agli Stati membri con una percentuale di Neet superiore alla media europea, di investire il 10% del fondo assegnato in politiche per contrastare la disoccupazione giovanile.

Da sottolineare in Italia l'impegno dell'Unicef con il progetto Neet Equity realizzato a Napoli, Taranto e Carbonia con l'obiettivo di migliorare la capacità del territorio nel costruire politiche attive partecipate a favore della inclusione dei giovani Neet.

È poi fondamentale ricordare le (con)cause psico-sociali della disoccupazione endemica tra i giovani (la sfiducia, il senso di isolamento, la paura per il futuro) e tenerle in considerazione nella risposta. La possibilità di contribuire attivamente alla vita della propria comunità, con l’impiego e il lavoro o con la formazione, non é soltanto il fondamento per il benessere mentale dei nostri più giovani cittadini ma anche un vantaggio enorme per la comunità stessa.

I giovani portano energie nuove, competenze diverse, visioni all’avanguardia, un diverso stile di leadership: insomma, sono l’ossigeno necessario per l’innovazione e il progresso di qualsiasi comunità umana. Limitare le loro possibilità di accesso alla formazione e al lavoro è un problema sistemico che richiede una soluzione sistemica.

L’economia degli Stati deve tornare a crescere per poter creare posti di lavoro dignitosi per i più giovani, che devono essere istruiti per potersi integrare nel mercato del futuro, con competenze trasversali e digitali.

La transizione ecologica che dovremo necessariamente attuare per scongiurare la crisi climatica, richiederà nuove professionalità, i cosiddetti “green jobs”, per i quali i lavoratori del futuro dovranno prepararsi adeguatamente.

È anche necessaria un riforma dei centri per l’impiego, per far sì che siano parte integrante della comunità in cui sono presenti, che possano raggiungere i giovani e i giovanissimi, che possano proporre soluzioni adeguate ai loro bisogni, offrendo corsi professionalizzanti (di up-skilling e re-skilling), soprattutto in vista delle competenze fondamentali per gli impieghi del futuro.

La nostra generazione merita un accesso equo e dignitoso al lavoro, merita di non essere lasciata indietro, merita di avere la possibilità di contribuire attivamente al benessere della collettività. Ogni giovane che si aggiunge alla categoria dei Neet segna una sconfitta collettiva, una perdita di capitale umano, di valore, di idee che non è calcolabile in punti percentuali o di Pil.

Non possiamo permetterci di sprecare oltre le risorse più promettenti che abbiamo. È il momento di prendere decisioni ancora più coraggiose di quelle assunte in passato per combattere la disoccupazione giovanile, perché, altrimenti, avremo un’intera generazione esclusa dal diritto/dovere sul quale si fonda la nostra Repubblica: il lavoro.

 

di Virginia Maria Barchiesi: nata nel 2002, comincia ad impegnarsi nel volontariato con YoUnicef all’età di 14 anni, organizzando dei laboratori per i bambini migranti sui diritti dell’infanzia e corsi d’italiano per i giovani rifugiati. Partecipa ad eventi e formazioni nazionali e internazionali e nel 2020 viene nominata Alfiere della Repubbilica dal Presidente Mattarella. Dal 2020 scrive su U-Blog (https://www.ublogger.org/)

La bellezza del futuro: la guardiamo o la sentiamo?

9 febbraio 2021

Immagino un futuro in cui quando incontrerai una persona, la prima cosa che accenderà la tua curiosità e ti spingerà ad avvicinarti, sarà la sua ricchezza interiore e non l’aspetto fisico, ossia tutto ciò che non puoi vedere con gli occhi.

Sì, sembrerò ingenua, sembrerà pure un'utopia. Voler immaginare una bellezza in contrasto con il concetto ancestrale legato all’estetica, all’aspetto, un concetto che risale alle origini dell’umanità, come lo dimostra ad esempio il culto egiziano delle bellezza fisica nella loro religione; la bellezza era considerata fondamentale per attrarre l’attenzione degli dei e permettere alle anime di passare all’aldilà. La bellezza era la loro salvezza.

Un’illusione ancora più forte oggi? Ai giorni nostri, la cultura visuale è tutto: apparire sembra più importante di essere.

Si tende a tutti i costi a soddisfare i canoni estetici legati all’aspetto fisico (bellezza e vestiario), creando così un personaggio da mostrare al mondo. Questa ricerca ci svuota dentro piano piano, nella nostra essenza. E noi, così concentrati sull’esterno, finiamo per non accorgercene. Addirittura, arriviamo a sentire paura o sospetto verso chi non è simile a noi fisicamente, mentre potrebbe essere la nostra anima gemella.

Questa cultura “degli occhi” ci fa vivere un presente pieno di discriminazioni ed attacchi per motivi estetici (un fenonemo chiamato lookism in inglese) ed etnici.

I social media sono le principali vetrine di questo modo di vedere e con l'aumento della loro popolarità sarà un caso se, per esempio, le richieste di chirurgia estetica siano aumentate? Nell'ultima classifica mondiale dei Paesi che ricorrono a procedure estetiche, l'Italia si colloca al quarto posto, con il record di interventi effettuati negli ultimi anni. Può essere uno degli effetti dei social media, della cultura del body shaming, ossia una forma di cyberbullismo attraverso la derisione dell’aspetto fisico?

Sarò ingenua, ma ritengo che solo con il cuore si può vedere bene, l’essenziale è invisibile agli occhi. Lo dice il Piccolo Principe, ve lo ricordate? Chiamatemi infantile, ma è un libro che mi ha toccato ed emozionato, ed è un concetto che mi è rimasto impregnato da piccola. Purtroppo, è un concetto facile da dimenticare nel quotidiano, quando siamo sovrastati da immagini, immagini e immagini! È ora di dire basta e cominciare un percorso di consapevolezza per contrastarlo.

A mio parere, uno degli obiettivi da perseguire per avere un futuro più equo, empatico e solidale è quello di cambiare prospettiva: dalla cultura che guarda alla cultura che ascolta, col cuore. Credetemi, ci sono piccole cose che possiamo cominciare a fare nel nostro quotidiano, che possono sembrare senza effetto ma che in verità possono fare la differenza.

Come faccio io per ascoltare, anziché guardare, le persone? Faccio delle domande innocue, che le portano poco a poco ad aprirsi, senza obblighi, creando legami di fiducia e sicurezza. In questo modo le persone sono libere di interagire con me, scegliendo se rispondere o meno, se usare il proprio personaggio o essere se stesse…e io intanto ascolto, non solo con le orecchie.

Se vi incuriosisce questo metodo, vi condivido una lista di cinque domande che io generalmente uso e permettono all’altro di esprimersi - e a me di sentire:

Qual è la tua stagione preferita dell’anno?

Qual è il tuo piatto preferito?

Ti piacciono le lingue straniere?

Ti piace la natura? Mare o montagna?

Che musica ti piace? E balli?

In pratica, questo articolo è un esercizio per me, per aprirmi con voi che mi leggete, ma anche per voi per ascoltarmi. Spero che facciate lo stesso con chi vi sta vicino, buoni esercizi!

Prima di chiudere, ho una domanda per voi: qual'è la vostra stagione dell’anno preferita?

E quali domande aggiungereste?

 

di Diana Rodriguez

Sull'orlo del precipizio

26 gennaio 2021

Gli scienziati hanno deciso che la Terra è entrata in una nuova fase della sua esistenza, l'Antropocene, che può essere definita come l’età in cui ambiente e natura sono condizionati principalmente dall'impatto dell'azione dell’uomo.

C'è solo un problema: i cambiamenti climatici si stanno muovendo più velocemente di noi con conseguenze disastrose per le persone e per tutti i sistemi naturali che ci sostengono. Siamo totalmente fuori equilibrio con la natura e, a meno che non lo ritroviamo, questa era dell'umanità sarà di breve durata.

I progressi per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei due gradi sono stati lenti dall'accordo internazionale di Parigi del 2015. L'ultimo rapporto presentato da Copernicus parla chiaro: negli ultimi 5 anni la temperatura media globale si è innalzata di 1.1 gradi rispetto all'epoca preindustriale. Stiamo assistendo al verificarsi di alcuni degli scenari peggiori anche in Italia,  dove il 2018 è stato l'anno più caldo degli ultimi 2 secoli, com 1.58 gradi al di sopra della media annuale.

Se non si è abbastanza lungimiranti per pensare al futuro del pianeta, si può considerare il problema anche solo dal punto di vista economico. Durante il World Economic Forum, che si è tenuto a gennaio del 2020, è emerso che la peggior minaccia per l'economia oggi è rappresentata proprio dai cambiamenti climatici, oltre che dal Covid-19, che rischiano di spazzare via interi settori dell'economia facendo crollare drasticamente il Pil mondiale.

La comunità imprenditoriale sta affrontando più rischi che mai a causa delle condizioni meteorologiche causate dai cambiamenti climatici, le statistiche su questo sono chiarissime, la perdita finanziaria per eventi legati al clima è a livelli record e l'impatto negli ultimi anni è stato devastante. Per proteggere le società e le imprese dal duro colpo dei cambiamenti climatici si stima siano necessari circa 180 miliardi di dollari di investimento ogni anno nel prossimo decennio.

Le emissioni mondiali di carbonio sono aumentate negli ultimi tre decenni di oltre il 60% e oltre il 70% di questo inquinamento può essere ricondotto a sole 100 aziende. Principalmente attraverso i prodotti che vendono, come petrolio o carbone. Per queste aziende e per molte altre fare greenwash risulta sempre più difficile. Il settore non è comunque adeguatamente preparato per questa transizione: solo il 16% delle società quotate attualmente calcola e comunica la propria impronta di carbonio.

Il cambiamento climatico è come il cancro. Più a lungo aspetti, minori sono le tue possibilità di arrestarne la crescita!

A noi, adulti di domani, toccherà l'impresa più difficile: dovremo assolutamente raggiungere standard di emissioni nette zero per le nuove costruzioni, rendere tutti i nuovi autobus a emissioni zero, creare un settore elettrico privo di inquinamento da carbonio.

Zero emissioni significa anche zero business del petrolio, zero business del gas naturale. Nessun business del carbone, nessun business automobilistico con motori a combustione interna. Il numero "zero" significa eliminare la competizione tra il sistema economico, basato sui combustibili fossili e un nuovo sistema molto più sostenibile, senza effetti collaterali per l'ambiente.

È un lavoro lungo che spetterà prevalentemente a noi, adolescenti di oggi, ma che deve cominciare ora, dalle istituzioni, dalle aziende, dagli economisti di oggi.

Se non lo faranno loro, non vi sarà nessun cambiamento di paradigma domani, perché non ci sarà più nulla per cui lottare.

E avere leader che considerano il cambiamento climatico o che ratificano l'emendamento di Kigali aiuterà sicuramente, ma non è ancora abbastanza.

Oggi siamo tutti chiamati a risvegliare il nostro istinto primordiale di sopravvivenza per affrontare una sfida senza precedenti nella storia dell'evoluzione umana.

Dobbiamo utilizzare ogni singolo strumento a nostra disposizione per smantellare il nostro sistema estrattivo di combustibili fossili. E soprattutto superare l'idea dell'individuo come consumatore e non come cittadino globale. Per ristabilire un equilibrio globale sul nostro pianeta, i livelli di consumo devono diminuire del 95% nei Paesi con i più alti consumi pro-capite, riducendo sprechi ed eccessi e puntando ad un unico obiettivo comune: la sostenibilità ambientale.

 

di Nafissa Aboulkassim, 20 anni, nata in Marocco e cresciuta ad Asti, studentessa di Medicina a Parigi. Attivista Younicef e Ublogger, crede fermamente nella partecipazione dei giovani come strumento fondamentale per affrontare le problematiche della società ed i suoi necessari cambiamenti.