Le parole del futuro

Il valore sociale della cultura “domani”

19 agosto 2020

“Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri” (Antonio Gramsci, I Quaderni del Carcere, 1935).

Riflettendo sulle parole che la sensibilità di Gramsci elaborava dalla cella di Turi, mi sono chiesto che ruolo avrà la cultura nella società di domani, quando isolamento e quarantena saranno finiti e finalmente potremo liberarci dalle catene invisibili di questa pandemia.

Interrogarsi sul valore sociale della cultura significa innanzitutto domandarsi quale sarà il senso del termine e quale ruolo potrà occupare. Non si tratta di una riflessione facile, perché la parola cultura, nella sua accezione più comune, mi pare assai generica e inadeguata a esprimerne il senso profondo.

Cultura deriva dal latino cultus, che pertiene a colere, coltivare. Fare cultura significa quindi coltivare. Ma coltivare cosa? A rischio di apparire a mia volta generico, credo che l’unica possibile risposta oggi sia: coltivare la vita; attivare cioè i sensi ed acquisire la consapevolezza di ciò che ci circonda. Gli uomini colti sono infatti individui “coltivati” capaci al tempo stesso “di coltivare” quotidianamente e in qualunque circostanza i frutti della vita, anche durante una quarantena. Scrutano e di conseguenza si interrogano sul senso della vita, ricominciano a viverla evitando quella presunta conoscenza che li distacca dalle persone e dalle cose, come fossero muri. Vedono la vita come un orto il cui terreno può sempre essere reso fertile.

Aristotele invitava a distinguere il significato delle cose, che l’intelletto attribuisce ad esse, dal loro senso, che è invece un prodotto dell’anima, un frutto dell’esperienza del vivere quotidiano. Significato e senso non sono la stessa cosa. Il primo è un dato oggettivo che nasce dalla conoscenza, mentre il secondo scaturisce da quella sorta di “religione della realtà” che è una dimensione soggettiva dell’esistenza, un’immersione appassionata nel mare della vita e dei suoi elementi fondamentali. Il senso, inoltre, non rappresenta esclusivamente ciò che l’uomo cerca internamente, nella propria anima, bensì anche un dono che gli viene offerto dal prossimo e da cui scaturisce il senso di comunità, di condivisione. Credo che fare cultura, oggi più che mai, voglia quindi dire resistere a quel risparmio emotivo che ci allontana dalla partecipazione attiva; resistere all’apatia e ritrovare la strada del pathos; resistere alla morte dei sentimenti che preludono alla fine della vita stessa.

Mi sono dilungato sulla distinzione tra senso e significato perché ritengo che sia alla base di una possibile definizione di cultura e soprattutto delle pratiche necessarie per “fare cultura”. Per innestare nella società di domani un senso colto – e quindi attivo, partecipativo – sarà fondamentale assumere una visione ampia delle cose: non limitarsi a conoscerne il significato, ma sforzarsi a comprenderne il senso. Una società colta è infatti una collettività coesa, consapevole, fattiva. Non nasce per grazia divina, ma deve essere formata, attingendo alle più diverse discipline. In questa prospettiva, parlare ancor più che in passato di cultura senza fare direttamente riferimento alla formazione, non avrebbe a mio avviso alcun senso. Sarà cruciale dare invece forma alla formazione; indirizzare gli sforzi verso una dimensione umanistica – nel senso più alto e nobile del termine – per distaccarci dalla dicotomia del pragmatismo e della concretezza a tutti i costi. Occorrerà tornare a un primato del senso sul mero significato.

Significato sono i numeri, le certezze oggettive; senso è invece la comprensione soggettiva dei dati della realtà ma anche dell’immaginazione, della creatività, dell’invenzione, della fantasia, della visione personale e distintiva.

Ci si domanda in questa analisi se la cultura abbia anche un valore economico, e ci si chiede perché la politica operi spesso nella direzione opposta a quella di una convivenza civile, di una comprensione reciproca, di un superamento delle barriere che erroneamente definiamo culturali. La cultura non divide mai.

Una visione della vita fratturata, scissa tra categorie di opposti, porta a incasellare la realtà e allontana da quell’intraprendenza emotiva che è propria della cultura e della volontà di fare cultura. È certamente più facile per la politica, ma non solo per la politica, trovare rifugio nei dati, nella rassicurante concretezza di presunte certezze, dimenticando il valore del pensiero e la dimensione spirituale e individuale della vita.

Peter Russel diceva che “ogni essere umano è una specie umana”. Una definizione che riafferma l’individualità dell’esistenza e il diritto a una visione soggettiva delle cose.

È chiaro che una società debba fondarsi anche su un patrimonio di norme condivise, su un corredo di significati comuni e oggettivi; ed è altrettanto ovvio che la politica debba sforzarsi di calcolare il valore economico della cultura. Ma non potrà e non dovrà tornare a limitarsi a questo quando “rinasceremo”. La politica dovrà innanzitutto offrire sogni all’uomo e preoccuparsi della sua felicità

Ritornando alla citazione iniziale di Gramsci, vorrei concludere il suo discorso aggiungendo una piccola considerazione: “Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri e condivide con essi il vero frutto della cultura: la felicità”. A questo proposito, ricordo che la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, scritta nel 1776 da Thomas Jefferson e dai rappresentanti dei tredici Stati, proclamando i diritti inalienabili dell’uomo, associava la libertà alla vita e alla ricerca della felicità. Affermava in sostanza che l’uomo è felice quando è fertile, consapevole e libero di creare. Fare cultura – oggi più che mai – vuol dire quindi rendere felici gli esseri umani, dare loro la possibilità di comprendere il visibile ed immaginare l’inaccessibile.

Davvero non di solo pane vive l’uomo. E la cultura non è difatti pane per la carne, ma cibo per lo spirito. Una linfa capace di rendere gli essere umani liberi di vivere e produrre in felicità. Prepariamoci, dunque, a spiccare di nuovo il volo e a “librarci sulle cose che noi sappiamo” (Alexander von Humboldt, Il cosmo, 1827-1828).

Il sentimento del ri-cordo

23 giugno 2020

Memoria, figlia di Urano e Gea, della volta eterea e della “gran secca”*, madre delle Muse.

Il fulgore dell’abbraccio cosmico, dell’indissolubile copula tra Urano e Gea generò una femmina Titanide, che per prima cominciò a dar nome a cose, concetti, azioni, permettendo ai mortali di potersi comprendere, dialogare.

Quanta bellezza e ordine si svelò agli occhi degli uomini, quante variabili armonie nacquero dal sentimento del “ri-cordo”.

Timore, angoscia, paura, stupore, meraviglia, magia: fioriva il racconto del mondo, il sacro si rivelava nel terribile splendore delle Cosmogonie.

Invaghito dalle mille parole, dalle mille storie, il padre degli dei, nelle sembianze di un pastore, amò Mnemosine per nove notti.

Nacquero nove olimpiche dee, figlie della magnificenza divina, della memoria del mondo, ispiratrici delle arti e delle scienze, dell’ideale supremo che spinse gli uomini alla ricerca della verità del “tutto”.

Oggi, l’archeologia della “memoria” rinviene lacerti incomprensibili, lo studio di questi mondi prossimi rimanda memorie senza “ri-cordo”, ovvero prive della “sensibilità” che le ha animate.

L’esperienza del sacro, “il sentore del soprannaturale, l’effluvio dell’uranico, il sapore dell’ineffabile”, tutto questo è svanito.

Forse, potremmo ritrovare esperienza di ciò, nel suono delle parole, dei versi, degli idiomi passati, e probabilmente a questo alludeva Catone quando esprimeva la sua inquietudine: “difficil cosa è fra comprendere a coloro che verranno ciò che giustifica oggi la nostra vita”.

Lo “iustus facere” è codifica di leggi e regole, ma soprattutto è sentimento intimo, cammino di coscienza alimentato dal “senso del vivere”.

Catone sente la difficoltà di far comprendere ciò.

Solo la metafora, il linguaggio ispirato dalle figlie di Zeus e Mnemosine, concede all’uomo la “memoria-ricordo” del proprio sentire.

Oggi, l’enorme quantità di dati, di numeri che giorno dopo giorno si accumula nello “spazio digitale”, sono il nuovo fluido, inerte “firmamento” dove vengono tracciati percorsi algoritmici che elaborano previsioni “oracolari”, che indirizzano le strade del “futuro” e dei “futures”. Questo “spazio” non suggerisce come le lucenti stelle, disegni, costellazioni, che accendono l’ammirazione, i sogni, le narrazioni degli uomini.

L’atto di “re-gistrare” ogni momento importante della giornata non crea “memoria”, ma accumulo di immagini e suoni, catalogati da una data e da un’ora.

Sequenze interminabili, che per essere “ri-vissute”, divorerebbero il tempo della vita.

Probabilmente, l’atto, la volontà che collettivamente spinge a compiere questo rito, è trovare un tempo della “memoria”, del “ri-cordo”, un tempo dove ri-affermare la propria identità, evadendo la violenta costrizione “dell’invisibilità”.

Quando l’uomo alza lo sguardo, rapito dall’ecatombe d’astri o dal cielo che ridona vita con il calore del sole, si sofferma sulle terre lavorate come giardini, sulle ardite e armoniche proporzioni di un architettura.

Allora, nell’impressione dell’emozione, nasce un sentimento e la sua narrazione.

È nel racconto di quel sentimento, che l’uomo si svela, trova il proprio nome, divenendo visibile a se stesso e al mondo.

L’ascolto dei nostri sentimenti, dell’infinite sfumature che declinano il nostro sentire, degli attimi indivisibili e la narrazione con il linguaggio dei suoni, dei segni, dell’immagini: tutto questo è “memoria” e “muse”, “azione” e “sogno”, “arte” e “scienza”.

Ma, se i cieli sono vuoti, non vibrano del mistero della bellezza, tutto ciò che chiamiamo memorie diviene archivio. Utile, prezioso, ma solo archivio.

“Il nostro gioco è finito. Dilegueranno le torri che salgono su alle nubi, gli splendenti palazzi, i templi solenni, la terra immensa e quello che contiene; e come la labile finzione, lentamente ora svanita, non lasceremo orma.

Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. E la nostra piccola vita è cinta di sogni.”


*Dante, Inferno, 34, 113

*William Shakespeare, La tempesta, finale.

Il “senso” della bellezza e il “poieo” che la ispira. Le parole del futuro devono indicare e stimolare "at-tese"

05 giugno 2020

Nell’incanto terso di una notte di plenilunio, la visione della dea argentata, trionfante nella sua luminosità perfetta, ispirò a Saffo il verso “ kalan Selannan”, “la bella Luna”. Fu una delle prime volte che il sentimento, l’emozione che chiamiamo “Bellezza”, fu espresso e scritto. Ma l’intensità, le idee che questa parola vorrebbe e dovrebbe esprimere e significare, sono cambiate nel tempo. Ci sono parole come “Verità”, “Giustizia”, “Bene”, “Bellezza”, che più di altre perdono o mutano di senso. Probabilmente oggi la parola “Bellezza”, nel suo significare, ha smarrito i sentimenti di buono e di vero che anticamente le davano l’energia rassicurante e armoniosa del sacro che si svelava al cuore degli uomini. Il contadino, che costruiva pietra su pietra un muro circolare alto alcuni metri, per proteggere dal vento dell’isola una sola pianta del profumato arancio, radicava l’albero nel cielo affinché la luce fornisse energia che permetteva ai frutti di maturare. Ricchezza preziosa, alimento, tradizione, memoria di una bellezza nata nel giardino delle Esperidi e che, ad ogni stagione, lui rinnovava. Nei paesaggi, nelle chiese, nei borghi, nelle feste, nelle forme del pane quotidiano, rimane la testimonianza del fare di uomini che hanno formato il loro sapere nel sentimento profondo della bellezza. Orfani del profondo, del vero, del giusto, del buono, oggi sentiamo l’urgenza di rappresentare le contraddizioni e l’armonia del reale con quel sentimento che sostenne coloro che espressero tutta questa operosità, e si facevano incantare dal profumo caldo dell’arancio o dall’argentea luminosità sacra della Luna.

Avere cura delle “cose del mondo”

19 maggio 2020

La testimonianza di forza, di sopportazione offerta da medici, infermieri, operatori sanitari, sacerdoti, e da tutte le anonime pluralità operose, nell’affrontare i dolori, gli affanni, gli sconforti, le infelicità, ha risvegliato nella collettività dolente il valore attorno alla quale una comunità si rigenera: il senso del sacro, del mistero, del limite. Il sacrificio - sacrum-facere - che l’uomo fa, compie, sublima il valore della vita per ridonare agli altri uomini “l’amore rinnovato per la vita”.

Questo accade ogni qualvolta l’uomo compie un sacrificio. Le guerre, le catastrofi, passate le immanenti brutalità, lasciano nel cuore sofferente dei superstiti la volontà e il desiderio di rigenerarsi, di rinascere. Alcuni mantengono il patto e proseguono sulla via della ricostruzione virtuosa, altri dimenticano l’intesa e l’arroganza li guida.

“L’incantesimo” dei giorni trascorsi ci impediva di “superare la soglia”, mutando “l’esperienza del vivere”. Abbiamo mangiato, cantato, studiato, lavorato, ma anche subito, imprecato, sofferto, violentato. “Il sortilegio” a poco a poco ci ha fatto dimenticare “le cose del mondo”, minacciando le nostre notti con l’inquietudine della paura, mentre la metrica infausta dei bollettini quotidiani dava pubblica notizia del pianto del paese. Nei device rimbalzavano moltiplicandosi brevi storie di acque trasparenti, immobili lagune, l’esibizione di giocosi delfini, intanto che, nelle vigne e negli orti trascorrevano famiglie di cinghiali. Uno stupore infantile e commosso testimoniava il riequilibrio rapido del pianeta, “oltre la soglia”.

Oggi stiamo iniziando a ri-coniugare il tempo del fare e dell’azione. Come vogliamo declinare questa opportunità? Consci che le guerre, le catastrofi, sono contro la vita spirituale, contro qualsiasi sottigliezza e complessità, consci che l’esperienza passata è effetto delle molte nostre vulnerabilità, è evidente, allora, che l’impellente necessità di ri-partire deve essere di fatto la cosciente determinazione di ri-nascere. Non ci si chiede di superare il logoramento passivo dell’attrito e andare, ma di essere il frutto di un patto d’amore. Ricomporre il mucchio di frammenti di immagini frante, con cui abbiamo puntellato le nostre rovine, ricomporre la rapsodia dei sentimenti delicati, gentili che avevamo dimenticato: sensibilità, attenzione, ascolto e “cura”. Bisogna riappropriarsi, riconquistare quel “senso del tutto” che nell’umanesimo motivava la “curiosità” per ogni cosa di mercanti, artisti, uomini di scienza e d’arme, “curiosi” del tutto che si prendevano “cura”, di ogni cosa. La sicumera dei poteri, l’ottundimento delle ideologie, l’indifferenza, l’ingiustizia, lo sfruttamento, la violenza, sono il costante “lato oscuro” dell’umanità. Tutto questo oggi, moltiplicato dall’epica tragica dell’immigrazione, dal dissennato depauperamento delle risorse, dalla corruzione delle acque e dell’atmosfera, dall’estinzione delle biodiversità, e ora dall’avvelenata incertezza del nostro quotidiano, tutto ciò da un risultato alla cui interpretazione e risoluzione non bastano i saperi scientifici né i sofisticatissimi strumenti tecnologici che gli interessi dei “sistemi” propongono. Dobbiamo dirigere e usare i saperi e gli strumenti con il sentimento profondo e responsabile della cura. Un ascolto sollecito e costante, rivolto prima di tutto a noi, per difenderci dal frastuono anfetaminico della babele che minaccia l’ascolto, la ricerca di senso. Dobbiamo rigenerare il nostro lessico per dare nuova vita alle cose, “parole inesatte non possono consentire una conoscenza esatta”. Le parole che compongono il nostro linguaggio sono troppo vaghe e imprecise nel senso e soprattutto nel sentimento. La precisione e la chiarezza sono generate dalla coscienza dei nostri sentimenti. Cura di noi, curatori a nostra volta dell’altro da noi, curatori tutti assieme delle “cose del mondo”.

Nelle prime comunità cristiane e nelle successive generazioni, il grande dono e sentimento della fede creò comunità. Una fiducia incorruttibile viveva negli animi degli uomini, motore unanime del fare e del saper fare, che tutto rende concreto: perché le cose divengono cum-crete, concrete, se sono cum-credute, credute assieme. Il sentimento della cura potrebbe essere la metafora interpretativa che dà senso e indirizzo alla sostanza ormai logora della “Sostenibilità”, riferita alla progettazione di cose e processi sostenibili. La curatela coinvolge la sfera emotiva e affettiva, insegna a conoscere, amando le cose e i processi, indicando la strada del ben-essere e non del ben-avere.

La ri-costruzione, la ri-nascita, si concretizzerà se le comunità di imprenditori, di progettisti, di artigiani, di commercianti, di formatori, le comunità tutte dei borghi, dei campanili d’Italia non cesseranno, nonostante tutto, di “progettare” il loro cammino. È di queste comunità, degli italiani tutti, il talento della creatività, dell’ideazione, del fare e del saper realizzare. È antica e radicata nella civiltà latina la “cultura del progetto”: vale a dire, il design. I Viaggi in Italia, i taccuini e i diari degli aristocratici e dei ricchi borghesi che venivano d’oltralpe nelle nostre città e percorrevano le nostre campagne, coltivate come giardini, per completare e perfezionare la loro formazione, sono la testimonianza dell’apprezzamento e della valorizzazione di tutto quel capitale umano che in mille modi diversi ha progettato campagne, borghi, palazzi, teatri, coltivando, cucinando, componendo, dipingendo, recitando, scoprendo visioni e terre sconosciute. La “Patria dell’anima” che Gogol tanto amava, deve ancora una volta, rigenerare se stessa. Il “Vivere all’italiana”, modello di chi, nel mondo, vuole migliorare il proprio gusto, la propria attitudine alla vita, deve saper offrire un altro paradigma, archetipo della Vita Nova che il pianeta richiede: ritrovare l’Arte della Cura, creare il Design della Cura.