Le tante opportunità per frenare il consumo di carne

Dall’agricoltura sostenibile alle alternative vegetali, l’innovazione può aiutare a nutrire una popolazione in crescita riducendo l’impatto ambientale.

di Andrea De Tommasi

 

Trascinata dalla domanda dei Paesi ricchi, la produzione di carne è cresciuta inesorabilmente per sei decenni consecutivi. E in futuro le previsioni concordano sul fatto che le persone ne produrranno e mangeranno sempre di più. Un rapporto dell’Ocse e della Fao ha stimato che il consumo totale di carne potrebbe aumentare del 12% entro il 2029.

 

Uno dei principali motori di questo incremento è identificato come Legge di Bennet, una teoria economica che suggerisce che con l’aumentare del reddito, non solo aumenta la quantità di cibo, ma cambia anche la composizione del paniere alimentare: più verdure, più carne e meno carboidrati.

 

Una maggiore domanda di carne si traduce però in un forte impatto sull’ambiente. Una parte significativa della superficie terrestre (tra il 25 e il 30%) viene utilizzata per l’allevamento di carne e occorrono 150 litri d’acqua per produrre un singolo hamburger. Ecco perché nel prossimo futuro, molti esperti concordano sul fatto che nei Paesi sviluppati ai consumatori verrà presentato un ampio ventaglio di alternative alla carne, che potranno avere diversa provenienza: animale (con metodi di allevamento più sostenibili), trasformata da proteine vegetali o coltivata in laboratorio.

 

Mangiamo sempre più carne

Se nel Nord del mondo l’aumento della carne di origine vegetale, insieme all’interruzione delle catene di approvvigionamento nel 2020, ha rallentato la crescita della produzione, in altre parti del globo il consumo sta accelerando come mai prima d’ora. L’aumento dei redditi della classe media in Asia, oltre al cambiamento delle preferenze alimentari, sta giocando un ruolo decisivo.

 

 

La traiettoria della Cina è descritta in questo grafico di Carbon Brief. Nel 1980, la produzione annuale di carne dalla Cina era circa la metà di quella degli Stati Uniti. Nel 2018 era quadruplicata, facendo diventare Pechino il più grande produttore di carne al mondo. Poiché molti cinesi - ma anche vietnamiti, indonesiani - entrano nella nuova classe media, i prodotti a base di carne stanno diventando una componente cruciale del sistema alimentare della regione. Una volta la carne era un lusso, ora è nel menu quotidiano di molti asiatici.

 

Per usare le parole di David Sprinkle, che con la sua Packaged Facts ha tracciato le tendenze del consumo di carne in 15 Paesi, “in molte parti del mondo, la carne è tra le opzioni alimentari meno convenienti. È generalmente più costosa dei cereali, dei fagioli, delle verdure e della frutta disponibili localmente. Tuttavia, con l’aumentare del reddito medio, più persone mangiano carne, prima come un comportamento occasionale e poi più volte alla settimana, se non quotidianamente”. Nel prossimo futuro, prevedono Sprinkle e il suo gruppo di ricerca, sarà il pollame a registrare gli aumenti più rapidi, soprattutto a causa del prezzo più basso e per le preoccupazioni per gli impatti sulla salute delle carni rosse nei Paesi ad alto reddito.

 

Abbiamo bisogno di coltivare diversamente

La produzione alimentare in tutto il mondo deve aumentare significativamente nei prossimi 30 anni per sostenere una popolazione mondiale che, secondo le previsioni dell'Onu, dovrebbe raggiungere i 9,7 miliardi entro il 2050. Allo stesso tempo, c’è urgente bisogno sia di ridurre le emissioni di gas serra dalla produzione agricola, sia di fermare la conversione delle foreste rimanenti in terreni agricoli.

 

La sfida di nutrire 10 miliardi di persone in modo sostenibile, secondo uno studio del World resources institute, richiede di colmare almeno tre lacune:

  • un divario alimentare del 56% tra le calorie dei raccolti prodotte nel 2010 e quelle necessarie nel 2050 con una crescita “normale”;
  • un divario di quasi 600 milioni di ettari (un'area quasi il doppio dell'India) tra la superficie agricola globale nel 2010 e l'espansione agricola prevista entro il 2050;
  • un divario di mitigazione di 11 gigatoni di CO2 tra le emissioni agricole previste nel 2050 e il livello necessario per mantenere l’aumento del riscaldamento globale al di sotto dei 2 °.

 

Quindi dobbiamo trovare più terra da coltivare?

 

Trovare una quantità di terra necessaria a soddisfare quel fabbisogno significherebbe la scomparsa di molte foreste, che rilascerebbero il carbonio accelerando il cambiamento climatico. Inoltre l'agricoltura intensiva ha già avuto un enorme effetto sulla biodiversità e sull'ambiente in tutto il mondo. I fertilizzanti chimici contribuiscono direttamente al cambiamento climatico, attraverso il protossido di azoto dei gas serra, e all'inquinamento atmosferico attraverso l'ammoniaca.

 

Allora quali sono le risposte?

 

Le Nazioni unite hanno dichiarato pochi giorni fa il 2021 anno mondiale della frutta e della verdura, invitando anche a “ripensare il rapporto con il modo con cui produciamo e consumiamo cibo”. Dal segretario generale Antonio Guterres è arrivato l’appello a “cogliere l’occasione per riesaminare i nostri sistemi alimentari, impegnandoci per un mondo più sano, resiliente e sostenibile dove ognuno abbia accesso e possa permettersi quell’alimentazione diversificata che è necessaria per tutti”. Il 2021 sarà anche l’anno del World food systems summit, il vertice sui sistemi alimentari convocato dall’Onu che riunirà personalità del mondo scientifico e accademico, della politica, della finanza, nonché agricoltori, consumatori e organizzazioni giovanili. ll summit sarà articolato in cinque percorsi d’azione, con l’obiettivo di generare azioni significative e progressi misurabili verso l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

 

L’alternativa forse più ovvia all’agricoltura intensiva industrializzata è quella biologica. L’etichetta bio è familiare in molti supermercati e vede l’Italia leader in Ue con oltre il 15% dell’intera superficie agricola coltivata a biologico. L’Europa, con il Green deal e la strategia “Farm to fork” sta puntando fortemente sul biologico, con l’obiettivo di arrivare in dieci anni al 25% di coltivazioni senza chimica. Gli agricoltori biologici devono rispettare regole rigorose su come coltivano i loro raccolti e allevano il bestiame, tra cui l’uso di antibiotici sugli animali solo quando necessario, l'eliminazione quasi totale di fertilizzanti chimici e pesticidi a favore di alternative naturali, come fertilizzanti e pesticidi di origine vegetale, e la gestione sostenibile del terreno.

 

Tuttavia per molti agricoltori l’investimento e il tempo necessari per soddisfare gli standard biologici possono essere un limite. C’è un’alternativa per passare a un’agricoltura più sostenibile senza certificazione biologica. Agroecologia è il nome dato a un'ampia gamma di tecniche agricole che cercano di ridurre al minimo l'impatto ambientale; comprende l'agricoltura biologica, ma è informale e non richiede certificazione e ispezione.

 

Altri sistemi utilizzano l'idroponica, mediante la quale le piante vengono immerse in acqua contenente soluzioni minerali, al posto del suolo. Un esempio di agricoltura verticale è quella creata da Ikea a Malmö, in Svezia: coltivazione senza terra, verdura per 12 mesi l’anno, con qualsiasi condizione climatica.

 

In che modo la tecnologia e l’innovazione possono aiutare?

La carne è uno dei modi meno efficienti per sfamare la gente. Per ogni 100 grammi di proteine vegetali date a una mucca, solo quattro grammi finiranno nella carne. Serve trovare soluzioni alimentari alternative e il consumo di insetti potrebbe essere una di queste. Mangiare cavallette, grilli, coleotteri è un argomento che in Europa è ancora quasi tabù (con le eccezioni di Olanda e Danimarca), ma in molte nazioni del mondo ha una non trascurabile diffusione. Eppure il consumo di insetti, oltre a rappresentare un potenziale sostituto proteico, è decisamente più rispettoso dell’ambiente rispetto agli allevamenti. Nel suo laboratorio di Aarush, in Danimarca, Lars-Henrik Lau, uno massimi esperti sulla produzione di insetti, coltiva larve e cavallette su larga scala: “Nei prossimi anni entreranno a far parte dell’alimentazione di noi europei”, ha dichiarato recentemente.

 

Ma se invece le piante sapessero di carne?

 

Un certo numero di aziende si sta concentrando sull'immissione sul mercato di carne di origine vegetale, per imitare la carne in ogni modo, dal gusto, alla consistenza, all'odore e all'aspetto. I sostituti vegetali della carne non sono una novità. Dal tofu e al seitan, la storia delle alternative alla carne risale a molto tempo fa, prima dell’emergere di cibi e stili di vita vegani. Ma ora la carne a base vegetale sta diventando più popolare per una buona ragione: è più sostenibile e può ridurre il consumo di carne, se non eliminarlo del tutto.

 

Bill Gates, con la sua Beyond Meat, si appresta a diventare uno dei primi produttori al mondo di carni di origine vegetale. Il fondatore di Microsoft è da tempo sostenitore di una dieta plant-based e sulla carne “pulita”, che considera il cibo del futuro, ha le idee chiare: “È leggermente più salutare in termini di riduzione del colesterolo, ma soprattutto rappresenta una drastica riduzione delle emissioni di metano, dell’uso del suolo, nonché della crudeltà sugli animali”. Già da alcuni anni aziende come Impossible Foods si impegnano a riprodurre carne usando esclusivamente prodotti vegetali.

 

Tralasciando qui il dibattito sul fatto che i prodotti di laboratorio siano in futuro etichettati o meno come “carne”, potrebbe essere questa la carne delle nuove generazioni?

 

Michael Pollan, autore di The onnivore's dilemma e In defense of food e noto per essere un sostenitore della vera carne, ha assaggiato un panino con le polpette di origine vegetale e ha commentato: “Penso sia un prodotto eccellente”.

 

Di certo la domanda di alternative sostenibili alla carne è in aumento e le frontiere sono potenzialmente infinite. Altre aziende stanno lavorando alla coltivazione di cellule di carne in coltura, prodotta senza bisogno di allevare e uccidere animali. La start-up spagnola Novameat, guidata da Giuseppe Scionti, un ingegnere biomedico italiano, ha iniziato a creare bistecche stampate in 3D, con la stessa consistenza fibrosa e lo stesso sapore della carne.

 

Singapore è diventato in questi giorni il primo Paese al mondo a permettere la vendita di carne coltivata in laboratorio. Dietro all’operazione, c’è la start-up americana Eat Just, che ha annunciato di aver effettuato la sua prima vendita commerciale di “carne di pollo”.

 

L’umanità non riuscirà probabilmente a rimpiazzare del tutto la produzione animale, ma potrà cambiare il sistema industriale. La tecnologia, che è causa della nostra dieta carnivora attuale, potrebbe essere in futuro l’unico strumento in grado di soddisfare quel desiderio.

 

di Andrea De Tommasi

Lunedì 21 Dicembre 2020