Il dilemma del gas: trappola o risorsa? Fino a quando ne avremo davvero bisogno?

Il ruolo del metano nella transizione energetica è innegabile, finché non sapremo stoccare meglio le energie rinnovabili. Ma quanto è opportuno investire ulteriormente su questo combustibile che comunque è inquinante? 

di Flavio Natale

È di pochi giorni fa la notizia del termine dei lavori per il Tap (Trans adriatic pipeline), gasdotto che porterà il gas dall’Azerbaigian in Italia e in Europa, grazie a quattromila chilometri di tubazioni, di cui gli ultimi 878 sono stati posti in Grecia, Albania e nel nostro Paese. L’infrastruttura è costata quattro miliardi di euro, e i lavori sono durati quattro anni e mezzo, ritardati anche a causa delle numerose proteste dei No Tap per la costruzione del gasdotto.

 

Da questo evento, come da molti altri, nasce il turbolento dibattito sull’utilizzo del gas naturale come possibile alternativa al carbone e al petrolio. Infatti, se l’Europa vuole raggiungere il suo obiettivo carbon neutral entro il 2050, deve ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili e farlo nel più breve tempo possibile, compito tutt’altro che semplice. Dunque, dato l’alto livello degli obiettivi, molte nazioni hanno pensato al gas come possibile “energia di transizione” per arrivare a raggiungere i traguardi climatici, per muoversi poi definitivamente verso risorse rinnovabili. 

 

La questione è: passare dal petrolio o carbone al gas è davvero il modo migliore per farlo?Basandosi sui dati provenienti dal Global energy monitor (Gem) la rivista Investigate Europe ha denunciato che “il sistema industriale europeo sta attualmente costruendo o pianificando investimenti per almeno 104 miliardi di euro in infrastrutture del gas”.

 

Numerosi economisti e ricercatori, come Claudia Kemfert, a capo del dipartimento dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), hanno commentato che questi investimenti non sono altro che “una trappola”, dal momento che “il gas non fa più parte della soluzione, ma è diventato parte del problema, e dunque qualsiasi investimento in infrastrutture fossili, inclusi gasdotti e terminali di gas naturale liquefatto, sarà un investimento perso”.

 

Le dichiarazioni traggono spunto dal fatto che queste nuove infrastrutture hanno poche possibilità di essere convertite (i tubi del gas potrebbero essere utilizzati per condurre l’idrogeno, ma non sempre) facendo di questi investimenti dei potenziali progetti lock-in, ovvero non riutilizzabili per un passaggio definitivo alle energie rinnovabili e, dunque, già oggi, obsoleti. A questo proposito, sempre Investigate Europe ha compiuto un’interessante inchiesta sui sistemi di funzionamento dei Progetti di interesse comune (Pic), una categoria di progetti che l'Unione europea identifica come prioritari per l'interconnessione delle infrastrutture del sistema energetico dell'Europa. “Entrare nell’elenco del Pic dà diritto a ricevere finanziamenti e prestiti dalla Banca europea per gli investimenti, dalle istituzioni Ue e dagli investitori privati” afferma la rivista. “L'attuale elenco Pci include 32 progetti sul gas, che non solo sono contrari agli impegni sul clima, ma potrebbero anche non essere necessari”. Nel gennaio 2020, Artelys, società di consulenza francese, ha prodotto lo studio “An updated analysis on gas supply security in the Eu energy transition” dove sostiene a proposito che “l'Ue rischia un investimento eccessivo di 29 miliardi di euro in progetti non necessari”.

 

Tesi avvalorata anche dallo studio “Gas at a Crossroads” del Global energy monitor (Gem), dove si evidenzia l’eccesso di infrastrutture per il gas presenti nel territorio dell’Unione, e la conseguente inutilità di ulteriori progetti. La capacità di importazione dell'Ue è infatti quasi doppia rispetto al consumo: secondo il rapporto, “Il tasso di utilizzo nel 2018 è stato del 60% circa, con una capacità inutilizzata del 40%”. L’indagine del Gem ha rilevato inoltre che sono in fase di sviluppo altri progetti Ue per un totale di 117 miliardi di euro (52 miliardi per i gasdotti, 12 miliardi per i terminali di importazione e 53 miliardi di euro per le centrali elettriche a gas).

 

 

Renew Europe, un gruppo di parlamentari europei, ha invitato a questo proposito Frans Timmermans, vicepresidente responsabile della Commissione europea, e Kadri Simson, Commissaria europea per l’energia, a “garantire che solo i progetti a prova di clima sulla lista dei Pic ricevessero finanziamenti dell'Unione”, domandando inoltre “un’analisi approfondita delle proposte, in modo da finanziare solo quelle strettamente necessari, nonché compatibili con i nuovi impegni climatici e ambientali derivanti dal Green deal”. Tuttavia, la risposta è stata laconica: un cambiamento sarebbe stato previsto ma non per questo Pic. Dunque, trattandosi di una lista chiusa e da votare in blocco, il Piano è stato adottato dall’Unione Europea, con 149 progetti, 32 dei quali per nuove strutture a gas.

 

A livello italiano, proteste in questo campo si sono levate da più fronti. Oltre al sopracitato movimento No Tap, più recente è il dossier di Legambiente “La decarbonizzazione in Italia non passa per il gas”, il cui obiettivo è sfatare alcuni falsi miti sul metano quale fonte di transizione energetica, essendo in Italia già presenti “un numero sufficiente di impianti a gas, realizzati dopo il blackout del settembre 2003 grazie al decreto sblocca centrali dell’allora governo Berlusconi”. Per questa ragione, secondo Legambiente, il nostro Paese “deve evitare questa inutile e insensata corsa al gas”. Il parco di generazione esistente, secondo dati Terna, ammonta infatti a 115mila Mw (Megawatt) di potenza installata, quasi il doppio rispetto alla domanda massima sulla rete (58.219 Mw nel luglio 2019). “Più che realizzare nuovi impianti” sottolinea Legambiente “basterebbe dunque aumentare le ore medie annue di esercizio delle centrali a gas esistenti, passando da 3.261 a 4mila ore”. Uno scenario comunque poco auspicabile, secondo Legambiente perché se da una parte permetterebbe di compensare la mancata produzione di energia elettrica generata dal carbone, dall’altra richiederebbe un aumento dei consumi di metano, invece di puntare a una riduzione accompagnata da interventi di efficientamento.

 

Ma per quale ragione questa risorsa è così controversa?

 

“La molecola di metano CH4 ­ ha un effetto serra maggiore della CO2” si legge nel rapporto di Legambiente, “ma grazie a una emivita (negli elementi chimici radioattivi, il tempo in cui decade metà della massa iniziale dell’elemento stesso, ndr) di dieci anni, non ha destato più di tanto preoccupazione”. In poche parole, passato questo periodo, metà del metano si trasforma in vapore acqueo e CO2, “come se si trattasse di una lenta combustione prolungata negli anni”. “Per questa ragione sino ad ora ci si è preoccupati essenzialmente della continua crescita delle emissioni di CO2, rispetto alle quali il metano, pur svolgendo la sua parte di colpevole tra i combustibili fossili, si presentava ancora come il più pulito”.

 

È infatti innegabile che, a parità di apporto energetico, il metano sia responsabile di minori emissioni CO2 rispetto al petrolio (25% in meno) e ancor meno del carbone (quasi la metà). Nonostante ciò, il metano resta un gas inquinante, preoccupazione che incrementa quando si pensa che, dal 1750 ad oggi, la quantità di metano presente in atmosfera sia passata da 0,7 a 1,8 ppm (parti per milione), e, dopo un periodo di sostanziale stabilità tra il 1990 e il 2007, sia ripresa a salire rapidamente.

Per questo incremento, si sono individuate varie cause: aumento degli allevamenti bovini, maggiore consumo di gas e fughe del sistema estrattivo e distributivo, fuoriuscite dovute al “fracking” (nuovo sistema estrattivo dello shale gas basato sulla frantumazione idraulica delle rocce argillose ricche di idrocarburi), “ma non si avevano ancora le prove scientifiche definitive”. Una di queste “prove” è stata portata dallo studioso Robert W. Howarth, che nel 2019 ha pubblicato una ricerca su Biogeosciences dove ha raccolto le analisi del metano presente nell'atmosfera negli ultimi anni, per studiarne il “Dna”. Questo studio ha avuto infatti lo scopo di comprendere l’origine di questo incremento del metano, separando il gas di origine biogenica (paludi, allevamenti bovini, risaie, discariche) da quello industriale, legato a fuoriuscite spontanee da depositi superficiali, da attività minerarie in fase di estrazione, da giacimenti fossili, dalla combustione incompleta nelle abitazioni o nell'industria. “La ricerca ha messo in evidenza come l’aumento della presenza in atmosfera di metano sia legata ai giacimenti di shale gas e al suo metodo estrattivo, capace di liberare maggior quantità di idrocarburi e inquinare le acque” si legge nel rapporto di Legambiente, che riporta lo studio.

 

Sull’argomento si è recentemente espressa anche l’Agenzia internazionale dell’energia, nel suo rapporto World Energy Outlook 2020: “Le tariffe del gas naturale sono migliori di altri combustibili fossili, ma contesti politici diversi producono forti variazioni” dichiara l’Agenzia. Secondo l’Iea, nello Scenario delle politiche attuali (Steps) un incremento del 30% della domanda globale di gas naturale entro il 2040 “si concentrerà nell'Asia meridionale e orientale”, dal momento che le priorità politiche in queste regioni – una spinta per migliorare la qualità dell'aria combinata con una crescita della produzione – le condurranno a un uso maggiore delle infrastrutture che utilizzano questo combustibile. Allo stesso tempo, questo è il primo rapporto in cui le proiezioni Steps mostrano che la domanda di gas nelle economie avanzate entrerà in lieve calo entro il 2040: “Una ripresa economica incerta solleva interrogativi sulle prospettive future della quantità record di nuovi impianti di esportazione di gas naturale liquefatto approvati nel 2019”.

 

 

Dunque, la questione di maggiore preoccupazione nel settore – oltre a una necessità di efficientamento e consumi minori – non è tanto l’utilizzo delle attuali centrali a gas, quanto la quantità di progetti finanziati negli ultimi anni, non sostenuti da autentiche necessità.  “In Europa e in tutte le parti del mondo, la sfida per l'industria del gas è riorganizzarsi per un futuro energetico diverso” dichiara in conclusione l’Iea.

 

Ma come si arriva a questo futuro?

 

In occasione del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2020, l’associazione ambientalista “Amici delle Terra Italia” ha presentato lo studio “Proposte per la riduzione delle emissioni di metano della filiera legate alla produzione e ai consumi di gas naturale in Italia” che si concentra proprio su questo tema. “Il metano è il secondo gas oggetto delle politiche di riduzione delle emissioni climalteranti, ma è anche una fonte indispensabile per la transizione energetica” ha affermato Monica Tommasi, presidente dell’associazione. “Crediamo che l’introduzione di strumenti di mercato efficaci come quelli proposti possa costituire il perno di un set complessivo necessario per l’indispensabile salto di qualità per la riduzione delle emissioni climalteranti”.

 

Le proposte degli Amici della Terra si basano su regolazione e strumenti di mercato, tra cui:

  • Adozione di una stringente regolazione con obblighi e incentivi per la riduzione delle emissioni di metano dalle reti di distribuzione, trasporto e stoccaggio a fini della tutela climatica. “Nell'Unione europea il 74% delle emissioni della filiera del gas naturale proviene infatti da perdite nelle infrastrutture di trasporto e stoccaggio (21%) e nelle reti distribuzione (53%)", afferma l'associazione. Va espressamente implementata la regolazione vincolante di Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) e delle altre Autorità per l’energia europee”

 

  • Estensione dell’Emission trading system (Ets) alle emissioni specifiche di metano per le infrastrutture della filiera del gas naturale. Le centrali di compressione della rete di trasporto e i terminali di rigassificazione sono già soggetti al regime Ets per le emissioni di CO2, ma questo va esteso, secondo l’organizzazione, “alle specifiche emissioni di queste infrastrutture e di tutte le altre della filiera, compresi trasporto, distribuzione, compressione, stoccaggio”.

 

  • Adozione dell’Imposta sulle emissioni aggiunte (Imea) applicabile, in attuazione del Carbon border tax adjustement mechanism previsto dall’European green deal, per le emissioni di metano nella produzione di gas naturale nel mercato europeo, così come per le importazioni extra Ue.

 

Il ruolo del metano nella transizione energetica dipende inoltre dai progressi delle tecnologie di stoccaggio nelle energie rinnovabili. Vento e sole non sono infatti sempre disponibili, e ciascun Paese necessita di una struttura di produzione di elettricità da fonti fossili, come supporto alle fasi della giornata in cui le rinnovabili non forniscono abbastanza energia; tra le fonti fossili il metano è certamente il meno inquinante. L’immagazzinamento dell’energia prodotta, al di là delle tradizionali batterie poco efficaci (e inquinanti nella fase di smaltimento) è per questa ragione una delle grandi sfide del futuro. È evidente che quando questo sviluppo tecnologico darà risultati adeguati, consentendo di sfruttare l’elettricità solare ed eolica in ogni ora e stagione, anche l’era del metano sarà destinata a tramontare.

 

Di certo, la costruzione di nuove centrali a gas non corrisponde, oltre che a un autentico bisogno di molti Paesi sviluppati, a un futuro orientato verso la sostenibilità. 

 

di Flavio Natale

Lunedì 26 Ottobre 2020