Il futuro della biodiversità, o il passaggio dall’antropocentrismo all’ecocentrismo

Cosa vuol dire proteggere il nostro ecosistema? Il Summit sulla biodiversità si interroga sullo stato di salute del Pianeta, così come due rapporti del Wwf e del Cbd. Ma è necessario un cambio di paradigma: l’uomo non deve più costituire l’unica unità di misura.

di Flavio Natale

L’umanità ha fatto guerra alla natura. Dobbiamo ricostruire la nostra relazione con lei”. Con questa dichiarazione Volkan Bozkir, presidente della 75ma sessione dell’Assemblea generale dell’Onu, ha inaugurato il Summit delle Nazioni Unite sulla biodiversità, tenutosi il 30 settembre a New York. “La nostra esistenza su questo Pianeta dipende dalla capacità di proteggere il mondo naturale che ci circonda”. Il principale obiettivo del summit è stata la creazione di un “terreno politico” per arrivare preparati alla 15esima Cop della Convention on biological diversity (Cop15 Cbd), prevista per maggio 2021 in Cina, dove sarà fondamentale definire un quadro ambizioso per il futuro della biodiversità.

Al summit è intervenuto anche António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, che ha sottolineato quanto “La deforestazione, il cambiamento climatico e la conversione degli spazi naturali per la produzione alimentare stiano distruggendo la trama della vita sulla Terra”. Gli esseri umani fanno parte di quella che Guterres chiama la “fragile trama del mondo”, da fortificare “affinché le generazioni future possano prosperare”. Per il segretario dell’Assemblea generale, inoltre, la ripresa verde è necessaria perché “può aiutare a sbloccare opportunità commerciali stimate in mille miliardi di dollari, creare 395 milioni di posti di lavoro entro il 2030 e incoraggiare un’economia più verde”.

Guterres ha infine sottolineato che “Dieci anni fa, abbiamo ottenuto degli impegni che avrebbero dovuto proteggere il nostro pianeta, ma abbiamo ampiamente fallito: la natura è resiliente e può recuperare solo se l’umanità attenua il suo assalto incessante”.

Guterres ha concluso evidenziando tre priorità per salvaguardare e gestire sostenibilmente la biodiversità:

  • Integrare nature-based solutions nei piani di sviluppo post-Covid19;

  • Tenere conto, sul piano economico e finanziario, della biodiversità, incrementando gli investimenti nella natura;

  • Garantire politiche e obiettivi più ambiziosi che tutelino la biodiversità e non lascino indietro nessuno (la Convention on biological diversity stima che i servizi ecosistemici rappresentino tra il 50 e il 90% dei mezzi di sussistenza per le famiglie rurali più povere del mondo).

Alle dichiarazioni del segretario generale dell’Onu si sono aggiunte quelle di Elizabeth Mrema, segretaria esecutiva della Convention on biological diversity, che ha sottolineato l’importanza della tutela degli oceani, costituendo “circa l’80% di tutta la vita sulla Terra”, e sottolineando che “un futuro sostenibile per la biodiversità dipende anche da un oceano sano”.

Ma quale sarà il futuro della biodiversità? E per quale ragione, nonostante costantemente a conoscenza dei dati sopra citati, continuiamo a fallire nella protezione del nostro ambiente?

Due rapporti, usciti recentemente, descrivono bene il quadro della biodiversità registrato negli ultimi anni, delineando le basi per le azioni future.

Il primo è il Living planet report 2020, recentemente pubblicato dal Wwf. In questo documento, l’organizzazione dichiara che “circa i due terzi della popolazione globale di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci hanno subìto perdite nel corso degli ultimi 50 anni”. Nello specifico, il calo medio ha interessato il 68% della fauna selvatica planetaria, minacciata dalla distruzione ambientale a causa della pressione esercitata dall’attività umana: questa catena è la stessa che ha attivato (e attiverà nel futuro) numerose zoonosi, come il virus Sars-Cov 2, responsabile della generazione nell’uomo della malattia Covid-19. “La natura sta mandando un messaggio alla società umana, che mette in luce la necessità di vivere in uno spazio operativo sicuro”.

 

Il Rapporto ha fornito inoltre, attraverso il “Living planet index” (Lpi) “un’istantanea sullo stato del mondo naturale”, analizzando i fattori che contribuiscono al depauperamento degli ecosistemi (principalmente, cambio dell’uso del suolo e commercio di fauna selvatica) che hanno inciso significativamente sul declino di specie di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci tra il 1970 e il 2016. Tra le porzioni di Terra a registrare un Lpi maggiore troviamo in testa Sud America e Africa, che si attestano rispettivamente al 94% e 65% (e che hanno dunque subito dunque un decremento della varietà delle specie molto elevato). Seguono Asia meridionale con un Lpi del 45%, America del nord con un Lpi del 33%, mentre Europa e Asia centrale registrano un Lpi del 24%.

“Se da una parte il dato europeo potrebbe far pensare a una gestione migliore della biodiversità comunitaria, va ricordato che l’impronta globale dell’Ue, per via delle importazioni, cresce sempre di più: dopo la Cina, l’Europa è il secondo mercato al mondo per le materie prime a rischio forestale, come la soia e la carne bovina”. Dunque, la bassa percentuale europea è dovuta non tanto a una protezione del proprio ambiente, quanto allo sfruttamento del territorio altrui.

Marco Lambertini, direttore generale di Wwf international, ha affermato a proposito che “Il Living planet report dimostra chiaramente come la crescente distruzione della natura da parte dell'umanità stia avendo impatti catastrofici non solo sulle popolazioni di fauna selvatica, ma anche sulla salute umana e su tutti gli aspetti della nostra vita”.

L’altro rapporto uscito recentemente è il Global biodiversity outlook, o Gbo-5, giunto alla sua quinta edizione, prodotto dalla Convenzione sulla diversità biologica. “Nessuno dei 20 Aichi biodiversity target (target sulla biodiversità stipulati a Nagoya, prefettura di Aichi, e colonna vertebrale del Piano strategico per la biodiversità 2011-2020) sarà pienamente raggiunto” si legge nel documento. “La natura soffre enormemente e il suo stato si deteriora malgrado i progressi incoraggianti realizzati in vari campi: ci vorrebbero 1,7 Terre per rigenerare le risorse biologiche utilizzate dall’umanità dal 2011 al 2016”.

Il rapporto ha dunque lanciato un appello ad abbandonare lo status quo, presentando otto grandi transizioni necessarie per “salvare la biodiversità, ripristinare gli ecosistemi e ridurre urgentemente gli impatti antropici negativi”. Tra questi, troviamo:

  • La transizione verso un miglioramento dello stato naturale delle foreste, conservando gli ecosistemi incontaminati e ripristinando quelli in decomposizione, nonché mitigando, tramite la pianificazione dell’uso del suolo, gli effetti dello sfruttamento;

 

  • La transizione verso un’agricoltura sostenibile, riprogettando i sistemi produttivi tramite approcci agroecologici e altri strumenti innovativi;

  • La transizione verso sistemi alimentari sostenibili, promuovendo diete sane che enfatizzino una differenziazione di alimenti (di origine vegetale) e che inducano un consumo più moderato di carne e pesce, così come una riduzione dei rifiuti e degli scarti;

  • Transizione verso pesca e oceani sostenibili, proteggendo e ripristinando gli ecosistemi marini e costieri, gestendo l’acquacoltura e garantendo la sostenibilità e sicurezza alimentare;

  • La transizione delle città, implementando “infrastrutture verdi” e integrando l’ambiente urbano con quello naturale, al fine di migliorare la salute e la qualità della vita dei cittadini e ridurre l’impronta ambientale urbana;

  • La transizione verso un uso sostenibile dell’acqua dolce, adottando un approccio integrato che garantisca il flusso dei fiumi essenziale per la natura e le popolazioni, migliorando la qualità dell’acqua, proteggendo gli habitat critici;

 

  • La transizione verso un’azione sostenibile per il clima, eliminando rapidamente l’uso di combustibili fossili per ridurre l’entità degli effetti del cambiamento climatico;

 

  • La transizione verso un’azione integrata tra le nazioni nella gestione degli ecosistemi.

“Questo rapporto” ha sottolineato in chiusura Elizabeth Mrema, “mette in evidenza il fatto che l’umanità è al bivio del suo cammino per quel che riguarda l’eredità che vogliamo lasciare alle future generazioni: più gli esseri umani sfrutteranno la natura in maniera non sostenibile, più metteranno in pericolo il proprio benessere, la propria sicurezza e prosperità”. 

La domanda, dunque, sorge ancora più pressante: per quale ragione, nonostante dati e convenzioni, continuiamo a fallire nella protezione del nostro ambiente?

Una delle motivazioni principali è che, quando si parla di biodiversità (ovvero la coesistenza di varie specie, animali e vegetali, in un determinato ecosistema), nella maggior parte dei casi si parla della sopravvivenza dell’essere umano nell’ecosistema stesso.

Questa visione tutta antropocentrica della Terra (e della biodiversità) è entrata così a fondo negli ingranaggi del nostro pensiero da non risultare più degna di nota, e il fatto che quando si parli di biodiversità si parli anzitutto dell’uomo in funzione di essa ci sembra discorso comunemente accettato. In quest’ottica, dunque, la dichiarazione di Volkan Bozkir, quando afferma che “L’umanità ha fatto guerra alla natura”, può essere vista sotto una lente differente (come altre dichiarazioni sopra citate).  

Il filosofo inglese Eugene Thacker nel suo saggio Tra le ceneri di questo pianeta sottolinea a proposito la differenza, minima eppure cruciale, che intercorre tra la definizione di mondo-per-noi e mondo-in-sé. Il mondo-per-noi è “il mondo che noi, in quanto esseri umani, interpretiamo e al quale diamo significato; è il mondo al quale ci relazioniamo o dal quale ci sentiamo alienati”. Il fatto è che questo stesso mondo, citando sempre Thacker, alcune volte “morde”, resistendo ai nostri tentativi di plasmarlo come mondo-per-noi: “chiamiamo questo mondo che resiste il mondo-in-sé”, che è quel mondo descritto dalla ricerca scientifica, che ci rammenta della sua esistenza “quando si manifesta sottoforma di disastro naturale”. In breve, il mondo-per-noi corrispondere al Mondo, mentre il mondo-in-sé alla Terra.

Assumere questa visione, del Mondo come Terra, è compito ostico, ma senza dubbio necessario per comprendere quanto le nostre azioni, quando si parla di biodiversità, debbano essere indirizzate anzitutto a qualcosa fuori-di-noi e non in funzione-di-noi.

È anche vero che, per lo stesso Thacker, “nel momento in cui lo pensiamo, il mondo-in-sé diventa mondo-per-noi”, motivo per cui risulta necessario l’intervento di un’altra categoria, quella del mondo-senza-di-noi (la Terra come un Pianeta), in grado di farci osservare il mondo-in-sé senza le catene della visione antropocentrica del mondo-per-noi (compito svolto dalla narrazione horror e sci-fi). Comunque, è significativo tenere conto di queste differenze per reinterpretare in una nuova chiave l’intervento di Bozkir, domandandoci: l’umanità ha veramente dichiarato guerra alla natura? L’essere umano si è infatti da sempre comportato, con i propri simili e prima ancora con l’ecosistema, come un conquistatore, un colonizzatore di un territorio che gli apparteneva di diritto, che da Terra è diventato Mondo.

“Desidero condividere con te una geniale intuizione che ho avuto durante la mia missione qui” afferma a questo proposito l’agente Smith, in Matrix, quando illustra a Morpheus la sua personalissima descrizione del genere umano. “Ho capito che voi non siete dei veri mammiferi: tutti i mammiferi di questo pianeta d’istinto sviluppano un naturale equilibrio con l’ambiente circostante, cosa che voi umani non fate. Vi insediate in una zona e vi moltiplicate, finché ogni risorsa naturale non si esaurisce. E l’unico modo in cui sapete sopravvivere è quello di spostarvi in un’altra zona ricca. C’è un altro organismo su questo pianeta che adotta lo stesso comportamento, e sai qual è? Il virus”.

Parlare di biodiversità, nel presente come nel futuro, vorrà dire dunque tenere conto della sopravvivenza di tutti gli esseri viventi, e non della sopravvivenza di tutti in funzione di un unico essere vivente. Per affrontare in modo quanto più obiettivo possibile la questione della biodiversità sarà dunque fondamentale, in futuro, un cambio di paradigma, passando da una concezione di Mondo a una di Terra, da una visione antropocentrica a una più ecocentrica.

Compiere azioni per l’ecosistema non vuol dire dunque assicurarci la nostra sopravvivenza, ma quella dell’ecosistema stesso, di cui siamo parte ma non centro, perché anche se la natura è la nostra “casa comune”, è allo stesso tempo indipendente da noi, avendoci preceduto, e, con un po’ di fortuna, possedendo le potenzialità per sopravviverci.  

Umani permettendo.  

 

di Flavio Natale