Il mondo in movimento: oltre 300 milioni di migranti entro il 2030

I fattori demografici ed economici che hanno agito sui flussi migratori negli ultimi decenni continueranno ad essere ben presenti anche nel futuro. Rosina: “In Europa squilibri tra generazioni destinati ad allargarsi”.

di Andrea De Tommasi

Nell’ottobre del 2019 il World migration report ha aggiornato le statistiche delle migrazioni a livello globale. Secondo il Rapporto, il numero di persone che vivono in un Paese diverso da quello in cui sono nate continua a crescere, anche in modo più accelerato rispetto alla stessa crescita della popolazione. Nel 2000 le persone che si trovavano in tale condizione erano il 2,8% degli abitanti del Pianeta, salite a 3,2% nel 2010 e a 3,5 oggi: in valore assoluto si tratta di 272 milioni. È quindi verosimile che prima del 2030 si arrivi abbondantemente sopra i 300 milioni. Come rivelato da un’indagine Gallup, il 15% degli adulti nel mondo (più di 750 milioni di persone), si sposterebbe in un altro Paese se ne avesse la possibilità. Uno su cinque (158 milioni) vorrebbe andare negli Stati Uniti; circa 30 milioni di persone sceglierebbero Canada, Germania, Francia, Australia o Regno Unito.

 

I fattori demografici ed economici che hanno agito sui flussi migratori negli ultimi decenni continueranno ad essere ben presenti anche fino e oltre il 2030. Tuttavia, ragiona Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, “l’immigrazione internazionale è un fenomeno complesso e delicato, difficile da prevedere oltre che da governare. Tra i fattori che la alimentano ci sono gli squilibri e le disparità tra le varie aree del mondo in termini di ritmi di crescita della popolazione, di composizione per età, di benessere materiale e di opportunità di lavoro. Tipicamente gli spostamenti vanno dai Paesi con maggior pressione demografica, con abbondanza di giovani ma con basse prospettive di miglioramento della propria condizione. Ma agiscono anche fattori meno prevedibili, come l’instabilità politica e quella climatica, che possono produrre nel breve periodo eventi negativi che portano ad una intensificazione degli spostamenti, alimentando soprattutto i flussi di profughi e richiedenti asilo. Tra i fattori non sempre prevedibili, “continua Rosina, “ci sono anche i cambiamenti delle politiche sul governo dei flussi da parte dei Paesi di arrivo e sul tipo di accordi tra Paesi di partenza e destinazione. L’impatto stesso della pandemia di Covid-19 può portare a maggiori restrizioni sulla mobilità internazionale”.

 

Negli ultimi dieci anni, 36 Paesi o regioni hanno registrato un afflusso netto di oltre 200mila migranti; in 14 di questi, l’afflusso netto totale supererà un milione di persone nel decennio. Si stima che dieci Paesi abbiano registrato, invece, un deflusso netto di oltre un milione di migranti tra il 2010 e il 2020. Per molti di questi, le perdite di popolazione dovute alla migrazione sono dominate da movimenti temporanei di manodopera, come per il Bangladesh (deflusso netto di -4,2 milioni nel periodo 2010-2020), Nepal (-1,8 milioni) e Filippine (-1,2 milioni). In altri, tra cui Siria (-7,5 milioni), Venezuela (-3,7 milioni) e Myanmar (-1,3 milioni), livelli elevati di spostamento sono stati causati da conflitti, violenza e persecuzioni, comprendendo all’interno anche una quota elevata di donne e bambini.

 

Oltre il 40% dei migranti internazionali è nato in Asia, con peso rilevante soprattutto di India, Cina, Bangladesh, Pakistan, Afghanistan. I corridoi con flussi più intensi sono quello interno all’Europa e quello dall’America Latina al Nord America. Riguardo all’Africa, l’incidenza sullo stock complessivo dei migranti internazionali globali è più basso rispetto agli altri continenti, ma si prevede che sperimenterà la maggior crescita nel corso dei prossimi decenni. Non si tratta, però, solo di flussi verso l’Europa. La maggior parte dei movimenti migratori rimane comunque interna al continente africano, tra Paesi diversi e dalle zone rurali alle metropoli. Inoltre è in crescita anche il flusso verso Oriente, in particolare verso le economie asiatiche in rapida crescita.

 

Le prospettive sulla popolazione mondiale

Ogni anno la popolazione mondiale cresce di quasi 75 milioni di individui. Siamo all’incirca 7,7 miliardi di persone, ma potremmo arrivare a 8,5 miliardi nel 2030, 9,7 nel 2050 e 10,9 miliardi nel 2100. Il tasso annuo di crescita globale è in realtà diminuito: dopo aver raggiunto il picco del 2,19% a metà anni ’60, è in calo costante, ha rilevato il World population prospect 2019 dell’Onu . Come spiega Rosina, “l’accentuata crescita della popolazione è la conseguenza del successo nella capacità di riduzione della mortalità. Dopo aver toccato l’apice nella seconda metà del XX secolo, i tassi annuali di incremento demografico sono entrati in una fase calante. Nel corso del Novecento gli abitanti del Pianeta sono quasi quadruplicati, ma nel 21° secolo difficilmente raddoppieranno. Se, quindi, il secondo millennio si è chiuso con un periodo di crescita accelerata, il terzo millennio è iniziato con un secolo caratterizzato dalla decelerazione, pur con ritmi molto differenziati tra aree del mondo. Inoltre, continua Rosina, “se la diminuzione della mortalità è stata il motore della pressione demografica, è l’assestamento verso il basso della fecondità che consente un progressivo allentamento. La pressione risulta però ancora molto alta nei Paesi meno sviluppati, spesso più vulnerabili anche rispetto agli effetti negativi dei cambiamenti climatici, che a loro volta agiscono sui flussi migratori. Ciò fa capire anche che non si tratta solo di aiutare tali Paesi a trovare la propria via verso lo sviluppo, ma anche di cambiare il modo di intendere lo sviluppo nei Paesi più ricchi. Squilibri, diseguaglianze e deterioramento del rapporto con l’ambiente, sono fattori che si intrecciano e producono ricadute a catena che coinvolgono ogni area del pianeta”.

 

La crescita demografica dell’Africa

L’Africa continua a crescere a ritmi impressionanti. Negli anni Sessanta la popolazione africana era la metà di quella europea. Oggi è quasi il doppio ed entro la metà del secolo potrebbe diventare oltre il triplo. Entro il 2050 la regione sub-sahariana conterà all’incirca il 57% della crescita demografica globale, con elevati tassi di fecondità. Il numero di bambini che dovrebbero nascere tra il 2020 e il 2050 (quasi 1,4 miliardi) nella regione supera il numero dei nati tra il 1990 e il 2020 di oltre il 50%. Ciò avrà inevitabili ricadute anche sul fenomeno migratorio. In valore assoluto, è probabile che i flussi di uscita dall’Africa sub-sahariana continueranno a crescere, oltre ad un incremento dei flussi interni Sud-Sud. Il fenomeno avrà anche importanti implicazioni sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile: in particolare, su servizi per madri e neonati (Goal 1, 3, 5), investimenti in salute e istruzione (3 e 4), inserimento dei giovani nella forza lavoro (8).

 

Mentre in Africa i tassi di fecondità rimangono elevati, nelle aree più ricche del mondo, in Europa in particolare, la fecondità è da tempo molto sotto i due figli per donna. Si prevede che le popolazioni di 55 Paesi diminuiranno dell’1% o più tra il 2019 e il 2050 a causa dei bassi livelli di fecondità e, in alcuni luoghi, degli alti tassi di emigrazione. Le maggiori riduzioni relative della popolazione in quel periodo, con perdite intorno al 20%, sono previste in Bulgaria, Lettonia, Lituania, Ucraina e nelle isole Wallis e Futuna. Secondo Rosina, ciò significa che “la popolazione ha perso la sua capacità di crescita endogena ed è quindi destinata ad un progressivo declino demografico in assenza di flussi in entrata. Ma più che la riduzione della popolazione europea in sé, la persistente denatalità va a produrre squilibri tra generazioni destinati ad allargarsi nei prossimi decenni, con sempre più popolazione anziana in età da pensione e sempre meno persone in età attiva”.

 

I migranti climatici

Anche gli effetti dei cambiamenti climatici saranno tra le cause destinate a spingere sempre più persone ad abbandonare le proprie case. Al mondo numerosi Paesi e aree, inclusi alcuni piccoli Stati insulari in via di sviluppo, sono vulnerabili ai cambiamenti climatici. Si tratta di aree povere, dotate di infrastrutture inadeguate, messe a rischio dall’innalzamento del livello del mare e dalle mareggiate. Secondo uno studio della Banca mondiale, gli effetti del cambiamento climatico in atto nelle tre regioni più densamente popolate al mondo (Africa subsahariana, Asia meridionale e America Latina) potrebbero provocare entro il 2050 migrazioni interne di 140 milioni di persone. Si prevede che la migrazione climatica interna probabilmente aumenterà entro la metà del secolo e poi accelererà, a meno che non ci siano riduzioni significative delle emissioni di gas serra e misure efficaci da parte dei Paesi. La maggior parte dei migranti climatici, però, non si dirigerà all’estero per iniziare una nuova vita: si stabilirà altrove nei propri Paesi d’origine. Migrerà cioè da aree poco vivibili a livello di stress idrico e coltivazioni e da aree a rischio disastri naturali, in particolare in Mozambico, Filippine, Cina, India e Stati Uniti. Secondo uno studio pubblicato su Nature,110 milioni di persone occupano la terra al di sotto dell’attuale linea di alta marea e 250 milioni al di sotto dei livelli annuali di inondazione. Con l’innalzamento previsto del livello dei mari, entro il 2050 circa 150 milioni di persone potrebbero vivere al di sotto delle linee di alta marea.

 

Quale futuro?

In 13 Paesi la metà della popolazione adulta vorrebbe trasferirsi altrove se ne avesse la possibilità. Questi Paesi rappresentano quasi tutte le regioni del mondo, ad eccezione del Nord America e dell’Asia, e la maggior parte di questi stava o sta ancora attraversando una sorta di sconvolgimento. La Sierra Leone e la Liberia, ad esempio, erano alle prese con un’epidemia di Ebola, al momento dell’indagine Gallup. Ma la maggior parte dei potenziali migranti è ancora rappresentato da migranti economici. Conclude Rosina: “Senza un sostegno solido al processo di sviluppo, che rafforzi anche la prospettiva del passaggio dalla quantità dei figli all’investimento sulla qualità delle nuove generazioni, il rischio è quello di una persistenza di condizioni di vita precarie, un’alta instabilità politica, una crescita ancora maggiore dell’emigrazione. Tutti i Paesi in transizione demografica tendono ad alimentare flussi migratori, che però diventano particolarmente consistenti quando lo sviluppo economico rimane bloccato e le aspettative di miglioramento della condizione delle nuove generazioni rimangono deluse. Sono, allora, soprattutto i nodi che frenano uno sviluppo sostenibile che vanno sciolti, sia per sostenere il carico dell’aumento della popolazione in corso, sia per creare le condizioni di un suo rallentamento attraverso meccanismi in grado di mettere in relazione virtuosa risorse, crescita economica e scelte familiari di investimento sulla qualità della vita dei figli”.

 

di Andrea De Tommasi

Mercoledì 16 Settembre 2020