Dagli Stati “fragili” a quelli “falliti”, il disordine mondiale è una minaccia per tutti

Cresce il numero dei Paesi che non riescono più a controllare i loro territori. Non solo la Somalia e la Libia, ma molti Stati subsahariani e persino il Messico stanno precipitando in questa condizione, senza efficaci interventi di governance internazionale.

di William Valentini

Secondo l’Enciclopedia britannica uno Stato si definisce “fallito” quando non è (più) in grado di svolgere le funzioni fondamentali di uno Stato-nazione sovrano nel sistema mondiale moderno. In altri termini, continua il testo, le autorità non riescono a mantenere il controllo sul territorio, sulla popolazione e sui confini. A questo si aggiunge spesso l’incapacità delle istituzioni di adempiere ai propri compiti amministrativi, riuscendo ad erogare, quando è possibile, solo i servizi di base. Si genera così un contesto in cui la cittadinanza è provata dalla mancata fornitura di servizi essenziali, il che a sua volta determina un forte malcontento nella popolazione che spesso esplode in rivolte violente. Incidenti che, oltretutto, delegittimano lo Stato agli occhi della comunità internazionale. In sintesi, se il controllo del territorio rappresenta la discriminante per valutare l’efficienza di uno Stato, sono molti i Paesi che oggi sono in crisi.

Quando si parla di Stati falliti si pensa immediatamente alla Somalia, alla Libia, alla Siria. Tuttavia gli scontri che si sono verificati a Beirut dopo lo scoppio di un deposito stipato con quasi 3mila tonnellate di nitrato di ammonio sembrano ricalcare questo schema. Anche se le cause che hanno provocato la detonazione devono ancora essere accertate, il fatto che le autorità non fossero intervenute per tempo per smaltire il carico esplosivo (fermo in porto dal 2013) e che, soprattutto, non siano  sembrate in grado di fare una seria autocritica su che cosa abbia portato alla tragedia, ha messo in evidenza la condizione di “disfacimento dello Stato libanese” che, secondo il corrispondente dal Libano della Stampa, Giordano Stabile, “va ricostruito nelle infrastrutture e nella fiducia”. Infatti, anche prima delle terribili esplosioni, il Paese dei cedri stava vivendo una delle sue peggiori crisi dall’epoca della guerra civile. “Economia ai minimi, disoccupazione, tensioni, riflessi dei guai siriani e nodi mai sciolti”, mentre la sentenza sul caso dell’omicidio dell’ex premer Rafiq Hariri, - rimandata al 18 di agosto a causa della tragedia - rischia di far ripiombare il Paese nel suo passato più buio, ha spiegato Guido Olimpio sul Corriere della sera. “La democrazia va annaffiata con il buon governo, lo sviluppo economico, altrimenti si secca e muore” ha scritto l’editorialista ed ex inviato di guerra Domenico Quirico per la Stampa a proposito della Tunisia, ma lo stesso sembra valere anche per il Libano. In un altro articolo, pubblicato il 17 agosto, lo stesso Quirico segnala che “l’Africa dimenticata si getta tra le braccia della Jihad: dalla Libia al Mozambico, il terrorismo islamico si insinua nelle comunità sfruttando conflitti locali e povertà. Fallite le strategie dell’Occidente: i soldi ai Paesi per combattere i miliziani alimentano il traffico degli affaristi”.

La Tunisia è un altro esempio di crisi profonda. “Dopo la rivoluzione il Paese è allo stremo: economia in panne, investitori fuggiti, alberghi vuoti per l’assenza di turisti”. Nelle zone interne, circa il 30% della popolazione è sotto la soglia di povertà mentre la disoccupazione è un fenomeno che riguarda anche i cittadini provvisti di titolo di studio, spiega Quirico, citando dati dell’Ispi. Il futuro del Paese, secondo il giornalista, “non è differente dal suo ieri, la delusione per la democrazia soffocata da un fiorente malcostume, da una soda miseria striscia, affiora proterva, infine straripa. C’è chi rimpiange il dittatore e maledice i tempi nuovi, chi applaude alle tentazioni torve e fanatiche che hanno spinto migliaia di bigotti guerrieri nel jihad”. Per questa ragione i tunisini “sono ridiventati migranti, naufraghi, questuanti, disperati. In 95 mila, dicono i dati”. Secondo quanto spiega all’Huffington Post l’analista dell’Ispi Fabio Frettoli “Dal 2011 in poi, se da un lato il Paese è migliorato dal punto di vista della democrazia interna, tutta la questione economica è andata sempre di più ad aggravarsi. Il debito interno è aumentato e soprattutto nelle zone interne per la popolazione è difficile raggiungere standard di vita decenti. È un problema che va a toccare soprattutto i cittadini più giovani” che partono verso le coste dell’Europa meridionale.

Ma se, in alcuni Paesi la povertà spinge lo Stato verso il fallimento, dall’altro è la stessa instabilità politica a impoverire la popolazione danneggiando anche le istituzioni.  Un esempio è il Messico: secondo i comunicati stampa diffusi dalle autorità, un gruppo di turisti non meglio specificato, tra i 14 e i 15 individui, provenienti dello Stato di Guanajuato è stato rapito il 18 luglio a Puerto Vallarta, nello Stato di Jalisco. A quasi un mese dal rapimento, tuttavia, nessuno ha presentato alcuna formale richiesta di riscatto e molti osservatori pensano si possa trattare di un regolamento di conti tra gruppi criminali. “Cosa c'è dietro questo caso?” ha scritto commentando la vicenda il giornalista messicano Alejandro Hope. Pur senza accusare direttamente le organizzazioni criminali, l’opinionista, che è stato ripreso anche da un articolo del Corriere firmato da Olimpio, spiega come dal 2010 “i rapimenti di massa sono un segno che la violenza criminale in uno spazio specifico ha iniziato a diventare indiscriminata” anche grazie alla “cooperazione con diversi ordini di governo”. Una situazione che rischia di “essere l’ultima goccia” anche per l’industria del turismo, già provata dalla diffusione della pandemia di Covid. Una situazione che mette in luce “il deterioramento delle condizioni di sicurezza nel centro-ovest del Paese e rappresenta un segno della libertà che i vari gruppi criminali hanno di operare”.

Ma la tendenza all’instabilità riguarda tutto il mondo. Secondo il report annuale del Fragile States Index (prodotto da The Fund for Peace -FFP) negli ultimi dieci anni due grandi shock globali sembrano averla rafforzata. In primo luogo, la crisi finanziaria del 2008 ha scatenato un'ondata di populismo in molte democrazie e ha spinto la politica su posizioni più isolazioniste e meno disposte al dialogo. Nel 2014, quando milioni di persone sono fuggite dalla Siria dilaniata da una guerra senza precedenti, la xenofobia e il sentimento anti-immigrazione hanno ulteriormente complicato l'urgenza della sfida, deteriorando il livello di stabilità e di democrazia anche nei Paesi occidentali. Questi due shock, spiega ancora il documento, hanno reso molto più difficile radunare il capitale politico e sociale necessario per compiere i sacrifici che occorrono non solo per riprendersi, ma anche per apportare i cambiamenti fondamentali per affrontare le nuove sfide. Inutile ricordare che, con la pandemia ancora in corso, ci apprestiamo ad affrontare una terza crisi.

“A sostegno della diagnosi generale il Fragile States Index (FSI) rileva che il 16% di tutte le democrazie è peggiorato in modo significativo” per quanto riguarda gli indicatori che analizzano la qualità della politica in termini di linguaggio e dibattito, di trasparenza e di indipendenza delle istituzioni; lo stesso vale per gli indicatori che si concentrano sulle divisioni tra i diversi gruppi della società - in particolare quelle basate su caratteristiche sociali o politiche - e sul loro ruolo nell'accesso ai servizi o alle risorse e sull'inclusione nel processo politico. In un mondo altamente interconnesso, le pressioni su uno Stato fragile possono avere gravi ripercussioni non solo per il Paese stesso e per la sua popolazione, ma anche per i suoi vicini e per altri Paesi dall'altra parte del globo. Spiega ancora il report: dalla fine della guerra fredda un certo numero di Stati è esploso a causa di violenze di massa derivanti da conflitti interni. Alcune di queste crisi sono emerse da tensioni etniche; alcune sono sfociate in guerre civili; altre hanno assunto la forma di rivoluzioni provocando emergenze umanitarie. Le tensioni possono, dunque, degenerare in conflitto a causa di una serie di circostanze, come la competizione per le risorse, una leadership predatoria o fratturata, corruzione o reclami irrisolti di gruppi sociali diversi.

Tuttavia, le ragioni della fragilità di uno Stato sono complesse ma non imprevedibili, conclude il report. È di fondamentale importanza che la comunità internazionale comprenda e controlli da vicino le condizioni che contribuiscono alla fragilità e sia pronta a intraprendere le azioni necessarie per affrontare le questioni sottostanti o mitigare in altro modo gli effetti negativi. Per avere un preallarme significativo e risposte politiche efficaci, le valutazioni devono andare oltre la conoscenza dell'area specializzata, gli studi di casi narrativi e le prove aneddotiche per identificare e cogliere le tendenze sociali generali, così da prevenire l’instabilità mantenendo la sicurezza.

Che succede però quando uno Stato da “fragile” diventa “fallito”, perdendo il controllo in tutto o in parte di uno dei suoi elementi costitutivi, popolazione, territorio, istituzioni di governo? Che diritto ha la comunità internazionale di intervenire e con quali strumenti? L’aggravarsi della situazione in molte parti del mondo e la debolezza delle istituzioni multilaterali, a cominciare dalle Nazioni unite rende drammatico questo interrogativo che minaccia qualsiasi ipotesi di costruzione di un ordine internazionale adeguato per afrontare le sfide del futuro.  

di William Valentini, redazione ASviS

Mercoledì 19 Agosto 2020