Lo shock sistemico che costringe le città a immaginare un futuro diverso

Il lavoro a distanza che svuota i grandi centri urbani ma d’altra parte li rende più vivibili è solo una delle grandi transizioni innescate dalla pandemia.

di Andrea De Tommasi

“Credo ci sia una consapevolezza del fatto che dobbiamo cambiare gli stili di vita, anche nelle città prima di tutto. Il cambiamento va nella direzione di abitare in quartieri dove in uno spazio temporale che sta fra i 500 metri e i 15 minuti dobbiamo avere tutti i servizi più importanti per il cittadino: la riscoperta dei negozi di vicinato, l’ambulatorio medico, la scuola, l’asilo, lo spazio per la cultura. Credo sia importante cominciare a ripensare una città che lavori per i quartieri con un certo grado di autosufficienza, fenomeno che eviterebbe la congestione nei luoghi centrali”. Così in una recente intervista Stefano Boeri, l’architetto che si è occupato in questi anni della progettazione di alcuni importanti poli urbani, come il Bosco verticale di Milano e le Smart forest cities di Cancun (Messico) e Liuzhou (Cina), ha disegnato la sua città del futuro: più tetti verdi e più boschi, la riscoperta dei piccoli borghi, collegati a un parco centrale tramite corridoi alberati. Secondo Boeri, nella città del futuro ovviamente ci sarà una mobilità, ma le grandi strade non entrano mai davvero dentro i borghi.

 

D’altronde il modo di muoversi delle persone in città sta cambiando, e questa è una buona notizia, con una sempre maggiore propensione a scegliere modalità a emissioni zero. “In cinque grandi città italiane, Milano, Napoli, Venezia, Bologna, Torino e Firenze più di un terzo degli spostamenti (tra il 34 e il 58%) si compiono a piedi, in bici, in treno, metropolitane o con mezzi elettrici (dal monopattino all’auto) privati o in condivisione”, è stata la scoperta del recente rapporto CittàMEZ 2020 di Legambiente, che ha fotografato prima del lockdown i cambiamenti in corso nelle città italiane. Ci sono poi dei numeri interessanti che riguardano centri urbani di medie dimensioni come Ferrara, Bolzano, Padova, Trento, Bergamo, Ravenna, Pesaro e Brescia, che dimostrano come sia possibile la transizione verso un futuro senza inquinamento e traffico automobilistico. Ora, nella nuova normalità post-Covid le politiche adottate dai Comuni e dal governo saranno determinanti per ripartire con centri multimodali e sostenibili. Alcune città già puntano con decisione all’elettrificazione dei mezzi entro il 2030: il Tpl di Milano sarà tutto elettrico per quell’anno, nel centro di Bologna saranno consentiti solo mezzi elettrici, pubblici o privati.

 

Nel 1950 poco più di 750 milioni di persone vivevano in città. Oggi, questa cifra è cresciuta fino a superare i 4,2 miliardi. Più della metà della popolazione mondiale è concentrata nelle città, una cifra che secondo le Nazioni unite raggiungerà il 68% entro il 2050. La previsione risale però a prima del Covid-19 e forse è il caso di chiedersi se, tra le grandi trasformazioni indotte dalla pandemia, non ci sia anche la messa in crisi della tendenza alla concentrazione nelle metropoli. In passato le opportunità di occupazione, ricchezza e istruzione hanno attivato l’esodo verso le città ma il mondo post Covid potrebbe essere diverso: la tecnologia e la capacità di lavorare in remoto potrebbe spingere molte persone, e non per forza appartenenti alle classi più agiate, ad abbandonare le città. Abbiamo sotto gli occhi le immagini dell’esodo “biblico” da Nuova Delhi all’annuncio del lockdown, con centinaia di migliaia di lavoratori giornalieri, quasi tutti uomini, ammassati lungo le strade per tentare di raggiungere i villaggi o le aree rurali, a volte percorrendo a piedi anche centinaia di chilometri. Eppure anche in alcuni Paesi più sviluppati il Coronavirus potrebbe accelerare un processo di abbandono delle città che era in atto da tempo, come ha osservato un articolo di aprile del New York Times: “Il futuro della vita delle più grandi città americane non è chiaro. I sindaci si stanno già preoccupando per la caduta delle entrate pubbliche a causa della disoccupazione. Gli spazi comuni come parchi e autobus, arterie centrali della vita urbana, stanno diventando zone pericolose. E col diffondersi del lavoro a distanza da parte dei professionisti, molti possono pensare che dopotutto non hanno bisogno di vivere nel mezzo di una grande città”.

 

L’appello del sindaco di Milano Giuseppe Sala (“bisogna tornare a popolare gli uffici, altrimenti le città muoiono”) ha posto l’accento sul rischio che con il prolungamento dello smart working interi quartieri di uffici possano sparire, mettendo in ginocchio l’indotto rappresentato da ristoranti e negozi. D’altronde intere economie nelle città sono state modellate proprio attorno al vasto afflusso di persone da e verso gli uffici, dagli orari delle metropolitane, di autobus e treni alla costruzione di nuovi edifici, a ristoranti, bar, negozi che dipendono dai pendolari. La chiusura sistematica di uffici, enti e altre realtà atrofizza i consumi e il giusto equilibrio potrebbe essere lavorare in remoto un paio di volte alla settimana per preservare da un lato i benefici del lavoro a distanza (minore inquinamento atmosferico, riduzione del consumo di carta e plastica, effetti sull’ambiente), dall’altra tutelare i consumi e la crescita economica dei grandi centri urbani. Ma il futuro delle città si giocherà anche su altri terreni, dai cambiamenti climatici al rischio di pandemie, dalle disuguaglianze all’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione. Per questo, l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile nel Goal 11 richiama la necessità di “rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”.

 

“La sfida della sostenibilità si vince o si perde nelle città, come sostiene UN Sdsn”, ha dichiarato Walter Vitali, direttore esecutivo di Urban@it e coordinatore del Gruppo di lavoro dell’ASviS sul Goal 11. “Questo vale a maggior ragione oggi, dopo la crisi del Covid-19 che ha messo in luce la necessità inderogabile di un profondo cambiamento globale. Molte città hanno deciso di anticipare rispetto al 2050 gli obiettivi della Carbon neutrality (Copenaghen, Stoccolma, Melbourne, Minneapolis e altre) e sono riunite nella Carbon neutral cities alliance (Cnca). Bisognerebbe che anche le città italiane si muovessero in quella direzione”.

 

Una buona qualità di vita comporta un miglioramento di tutti gli aspetti della quotidianità dei cittadini. Dalle strade sicure agli spazi verdi, dai trasporti all’accesso all’arte e alla cultura. I futuristi hanno sognato a lungo la realizzazione di città intelligenti che permettessero a residenti e turisti di vivere al meglio. Ambienti urbani moderni, gestiti da processi ottimizzati con sistemi di transito intermodale, reti energetiche autosufficienti, quartieri puliti e sicuri con servizi ben integrati. Nonostante i progressi che sono stati fatti per raggiungere questa visione, le comunità cittadine continuano ad affrontare sfide complesse, tra cui la manutenzione delle infrastrutture, la sostenibilità, la crescita e la migrazione della popolazione. Ciò nonostante lo sviluppo di Smart cities in tutto il mondo sta accelerando, con un valore totale del mercato globale che dovrebbe superare i 2,5 miliardi di dollari entro il 2025, secondo il rapporto “Creating the smart cities of the future” realizzato da Pwc. Una città smart deve essere capace di garantire ai propri cittadini una serie di servizi e strumenti smart. Tra questi, gli strumenti fondamentali sono la rete (5G, Wi-Fi), l’identità digitale e le piattaforme di integrazione delle informazioni. Le città applicheranno sempre più nuove tecnologie e innovazione in una vasta gamma di settori, dai trasporti e dalla mobilità all'impegno dei cittadini. Le nuove tecniche di Intelligenza Artificiale potranno essere utilizzate per progettare città più sicure e più funzionali. L'Internet of Things (IoT) è ovviamente al centro della visione delle future città intelligenti. IoT consente a più dispositivi e sensori di essere monitorati e controllati da remoto, mentre comunicano tra loro su una rete condivisa.

 

Secondo molte classifiche, New York la città più smart del mondo per tecnologia, innovazione e capacità imprenditoriale. Con i suoi quasi 9 milioni di abitanti, la metropoli americana è stata storicamente una delle prime città in assoluto a dotarsi di soluzioni intelligenti. Quasi 300mila newyorkesi lavorano attualmente nella tecnologia, ma la digitalizzazione dell'area metropolitana va ben oltre le startup e le società tecnologiche. Allo stesso tempo, gli hub urbani emergenti, come Dublino, Sydney, Taipei e Abu Dhabi, sono in rapida ascesa. Certo, nessuna città si avvicina alla perfezione, se è vero che sulla base dei 27 parametri dell’indice Global city report 2019, l’indice annuale che misura le città più competitive in base a capacità imprenditoriale, innovazione, benessere personale e governance, sono necessarie 17 città per creare quella teoricamente perfetta con un punteggio composito di 100. 

 

Krishna Jayakar, professore di telecomunicazioni alla Penn State University, insieme al suo gruppo di lavoro ha analizzato 60 esempi di Smart cities nel mondo, raggruppandole in quattro modelli principali:

 

  • Essential services Si tratta di città caratterizzate dall’uso delle reti di telecomunicazioni nei loro programmi di gestione delle emergenze e dai loro servizi di assistenza sanitaria digitale. Queste città, che potrebbero già disporre di buone infrastrutture di comunicazione, investono i loro soldi in programmi smart ben scelti. Gli esempi includono Tokyo e Copenaghen;
  • Smart transportation Sono città densamente popolate, come Singapore e Dubai, che affrontano problemi quotidiani nello spostamento di merci e persone e hanno messo in campo iniziative per controllare la congestione del traffico, attraverso trasporti pubblici intelligenti, car sharing o auto a guida autonoma, nonché l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione;
  • Broad spectrum Le città che rientrano nel Broad spectrum model hanno privilegiato soluzioni intelligenti per i servizi urbani, come l’acqua e la gestione dei rifiuti e per il controllo dell’inquinamento. Sono caratterizzate da un alto livello di partecipazione civica. Barcellona, Vancouver e Pechino appartengono a questo modello;
  • Business ecosystem Il modello di ecosistema aziendale cerca di sfruttare, invece, il potenziale delle tecnologie ITC per avviare l’attività economica. Queste città puntano sullo sviluppo delle competenze digitali come accompagnamento necessario per creare una forza lavoro qualificata e promuovere le imprese ad alta tecnologia. Amsterdam, Edimburgo e Città del Capo rientrano in questo standard.

 

La Smart city, con l’uso diffuso delle nuove tecnologie, è sembrata finora la risposta più convincente alle strategie per costruire la città del futuro. Eppure, secondo Maurizio Carta, architetto e urbanista, presidente della Scuola Politecnica dell’Università di Palermo, per sfruttare a pieno il potenziale innovativo e creativo delle città è necessario un nuovo paradigma urbano, quello della Augmented city: un “dispositivo spaziale, culturale, sociale, economico per connettere le componenti della vita urbana contemporanea, individuale e collettiva, informale e istituzionale, generatrice di benessere e felicità”. Il ragionamento è che, dopo due secoli caratterizzata dalla società industriale fordista, dobbiamo entrare nell’era di un nuovo Antropocene, il quale non è solo caratterizzato dal primato della tecnologia dell’informazione e della comunicazione, dalla smartness urbana e sull’internet delle cose, ma anche su una rinnovata e produttiva dimensione ecologica degli insediamenti e sui nuovi diritti di cittadinanza basati sulla cooperazione e la condivisione.

 

di Andrea De Tommasi

Martedì 14 Luglio 2020