Cambiamento climatico e pandemia, i demondificatori

Per prevenire le catastrofi globali, non basta l’individuazione di rapporti causali, ma la sistematizzazione complessa della realtà. Il tema della settimana

di Flavio Natale

“La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli erano soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata “ragione del mondo”.

Questa citazione viene dritta dalle elucubrazioni con cui Carlo Emilio Gadda presenta il personaggio del dottor Ingravallo, il meditabondo e sonnolento protagonista del romanzo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. L’estratto è utile per tracciare la complessa architettura causale che sottende la relazione tra cambiamento climatico e pandemia, tanto più dato l’uso che Italo Calvino ne ha fatto (della stessa citazione) per introdurre la quinta delle sue Lezioni Americane, che avrebbe dovuto tenere ad Harvard nell’anno accademico 1985-86. Il romanzo di Gadda, in quel caso, era stato riportato per introdurre l’uditorio al tema della molteplicità, o meglio alla diatriba sul romanzo contemporaneo come strumento enciclopedico, metodo di conoscenza, rete di connessioni. Gadda percepiva infatti la realtà come un “groviglio” di difficile rappresentazione, un “sistema di sistemi”, dove la causa diretta di un fenomeno poteva, a prima vista, essere una, ma al di sotto della quale brulicavano centinaia di ragioni, che contribuivano a creare “un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti”.

Così è per il rapporto tra clima e pandemia. In questo caso tracciare la causa diretta di una conseguenza manifesta è un’impresa (a dir poco) impossibile. Esistono invece una molteplicità di dinamiche che devono essere interpretate, raccolte, sistematizzate. Questa è la ragione per cui, ancor prima che un problema di rintracciamento consequenziale (che può proseguire all’infinito) il rapporto tra cambiamento climatico e pandemia diventa un problema di sistematizzazione della realtà.

In un articolo di Rob Wijnberg pubblicato recentemente sul The Correspondent il giornalista individua quattro analogie tra pandemia ed emergenza climatica. La prima consiste nella loro comune “invisibilità” e nell’avere, entrambe, un periodo di incubazione relativamente celato (settimane in un caso, decenni nell’altro). Secondo, sono entrambe due “malattie” globali, a cui nessuno può sfuggire, e che si propagano in maniera esponenziale, anche se con conseguenze diverse a seconda dei Paesi e delle popolazioni che incontrano. Infatti (terzo punto) cambiamento climatico e pandemia influiscono sulle persone e le categorie deboli con grande violenza, diventando dei propagatori di fragilità sistemiche. Infine, in entrambi i casi la “medicina” per debellare queste malattie è un cambio di rotta globale. Questo farebbe dell’emergenza climatica, secondo Wijnberg, una “pandemia al rallentatore”.

L’analogia tra cambiamento climatico e pandemia viene spesso ripresa anche nel discorso pubblico. Tra i tanti interventi, quello di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, che ha recentemente dichiarato che “un giorno si troverà il vaccino per il Coronavirus, mentre non esiste vaccino per il cambiamento climatico”. In aggiunta, la differenza che traccia una linea di confine tra crisi climatica e pandemia è che la prima, al contrario della seconda, contiene una connaturata irreversibilità, una serie di punti di non ritorno, delle soglie oltre le quali il mondo non si cura ma semplicemente muta.

Da dove iniziare dunque a comprendere le relazioni tra clima e virus? Qualche certezza esiste, ed è il nostro punto di partenza.

“L’uomo con le proprie attività ha alterato in maniera significativa i tre quarti delle terre emerse e i due terzi degli oceani, modificando a tal punto il Pianeta da determinare la nascita di una nuova epoca denominata Antropocene”. Queste parole sono tratte dal rapporto pubblicato dal Wwf “Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi” che qualche mese fa ha portato all’attenzione pubblica il collegamento tra intervento antropico e diffusione pandemica, interpretando le catastrofi a cui assistiamo non come calamità casuali ma “la conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi naturali”.

Tra le azioni che hanno condotto all’esplosione dell’emergenza sanitaria su larga scala, il Wwf ha infatti annoverato la deforestazione. Già nel 2005 il “Millenium ecosystem assessment” delle Nazioni unite sottolineava il ruolo della deforestazione come propagatore del “rischio di malaria in Africa e in Sud America, in larga parte imputabile allo stravolgimento degli equilibri ecologici che riducono la diffusione delle zanzare”. Le foreste, dunque, coprendo il 31% delle terre emerse e rappresentando un rifugio per l’80% della biodiversità planetaria, sono il nostro antivirus naturale, e la perdita di questo habitat è “responsabile dell’insorgenza di almeno la metà delle zoonosi emergenti”.

Il pericoloso livello di emissioni presenti nell’aria, oltre all’abbattimento delle foreste, è tra le cause antropiche principali di propagazione del virus. “Sulla base della rassegna scientifica, storicamente ricostruita, si può dedurre che il particolato atmosferico (Pm10, Pm2.5) costituisca un efficace vettore per il trasporto, diffusione e proliferazione delle infezioni virali”. Questa affermazione è contenuta nel position paper “Relazione circa l’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione” elaborato da un team di accademici e ricercatori italiani. Il gruppo di scienziati ha spiegato come il particolato atmosferico, ovvero le particelle di aerosol presenti nell’aria per cause naturali (sale marino, azione del vento, pollini, eruzioni vulcaniche) e fonti antropiche (traffico, riscaldamento, processi industriali, inceneritori) funga da carrier, ovvero vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. Questi ultimi si attaccano infatti alle particelle tramite un processo di coagulazione che permette al virus di rimanere nell’atmosfera per ore, giorni o settimane, e che ne veicola la diffusione e trasporto anche sulle lunghe distanze. Il particolato atmosferico, oltre a essere un carrier, permette la sopravvivenza del virus, costituendo “un substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali per un certo tempo, nell’ordine di ore o giorni”.

Questa analisi viene confermata da numerosi studi, tra cui “Regional air pollution persistence links to Covid-19 infection zoning”, che, pubblicato quando il più alto numero di infezioni erano state contratte in Cina e Italia, rintracciava nell'elevato livello di inquinanti atmosferici un fil rouge della propagazione della Pandemia nei due Paesi. Ad esempio, nelle aree maggiormente colpite dagli scoppi di Covid-19, le concentrazioni di Pm2,5 superavano ampiamente lo standard orario (75 μg / m3). In Italia, i focolai si sono concentrati soprattutto nel Nord, nei comuni di Lodi, Cremona e Bergamo, che sono tra le cinque città italiane con i più alti livelli di inquinamento registrato. La Pianura Padana, nido del "Triangolo industriale”, è infatti caratterizzata da un'alta densità di fabbriche, traffico e agricoltura intensiva. “Tale densa attività antropica produce una significativa emissione di gas inquinanti nella regione, che insieme alla sua topografia specifica e alle sue caratteristiche climatiche, produce una cappa in cui sono intrappolati i particolati” si legge nello studio. La Pianura Padana, infatti, oltre a essere profondamente inquinata, è circondata dalle Alpi, e dunque caratterizzata da venti deboli e frequenti episodi di inversione climatica, che inibiscono il riciclo dell'aria e la dissoluzione degli agenti inquinanti.

Per tracciare i rapporti tra surriscaldamento globale e Covid-19, dunque, “non si tratta di essere catastrofisti, ma di osservare i fatti e metterli in fila”, come afferma Claudio Garrone, dottore forestale e auditor ambientale, nel suo approfondimento “Covid-19 e inquinamento atmosferico: a che punto è arrivata la ricerca scientifica, in Italia e in nel mondo?”

La connessione tra cambiamento climatico e pandemia non è infatti un discorso nuovo, anzi. Solo che adesso ne abbiamo potuto testare gli effetti, e dunque siamo più interessati a rintracciarne le cause, in modo da prevedere (e, per quanto possibile, evitare) alcuni scenari futuri.

Molti scienziati stanno infatti avvertendo che le attività antropiche e i cambiamenti climatici potrebbero aumentare il rischio di malattie pandemiche trasmesse dagli animali all’uomo (zoonosi) nel futuro, moltiplicando la possibilità di nuovi Coronavirus.  

Secondo la Piattaforma intergovernativa di politica scientifica sulla biodiversità e sui servizi ecosistemici (Ipbes), il numero di virus potenzialmente dannosi per gli esseri umani veicolati dagli animali è di circa 1,7 milioni (considerando le popolazioni di mammiferi e uccelli). Tuttavia, il numero di animali, naturalmente, non corrisponde a quello di virus minacciosi per l’uomo. Lo spillover (o salto di specie) alla base della zoonosi si verifica in condizioni molto particolari, in grado di dare vita alla “depressione ciclonica di causalità convergenti” di cui parlava Gadda.

È anche vero, però, che più si mescolano spazi antropici con habitat naturali più il rischio aumenta. “I cambiamenti climatici modellano la distribuzione biogeografica delle specie. Se, in futuro, dovessimo osservare specie che si spostano in aree in cui sono prevalenti gli esseri umani, allora potrebbero esserci nuove probabilità di pandemie” afferma Hans-Otto Poertner, direttore del Dipartimento di bioscienze dell’Alfred Wegener Institute (Awi) e membro dell’Ipcc.

Comprendere l’enormità del cambiamento climatico è dunque molto complesso, tanto quanto tracciare gli stravolgimenti che il Covid-19 ha innescato nel presente (e futuro).

Per questa ragione è stato creato "Aces: a post Covid emissions simulator", uno strumento gratuito e interattivo creato dalla start-up statunitense di intelligenza artificiale HyperGiant. Nello specifico, questo simulatore consente di regolare comportamenti indotti dalla pandemia (come la percentuale di americani che lavorano da casa e la ridotta quantità di viaggi aerei) per calcolare la quantità di anidride carbonica che sarebbe eliminata dall'atmosfera se tali cambiamenti dovessero essere resi permanenti.

Ad esempio, se negli Stati Uniti il 30% della forza lavoro si trasferisse definitivamente a casa, il traffico aereo si riducesse del 50% e le persone mangiassero il 15% in meno di carne, secondo lo strumento verrebbero eliminate 18 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che è il 38% della quantità necessaria per raggiungere alcuni dei target degli Accordi di Parigi.

Lo strumento consente inoltre agli utenti di utilizzare nuove tecnologie - cattura del carbonio, generazione di energia rinnovabile, strategie innovative di gestione del territorio e agricoltura - per testare le misure necessarie per raggiungere le net zero emissions (ovvero emissioni totali nette di carbonio pari a zero, ottenute riducendo le emissioni o supportando programmi di compensazione). “Uno degli aspetti più difficili nella comprensione del surriscaldamento globale è identificare la dimensione del problema climatico rispetto alla dimensione delle potenziali soluzioni” afferma Noam Bar- Zemer, consulente climatico HyperGiant. “Questo strumento rende più semplice per le persone confrontare e capire l'impatto delle soluzioni proposte".

Le malattie infettive, come il cambiamento climatico, sono dunque problemi globali, intesi non solo come questioni che riguardano il mondo intero, ma sistemi dotati di strutture complesse.

Questi due fenomeni hanno infatti messo in crisi non solo il nostro modo di vivere, ma la stessa concezione del mondo che abitiamo, e delle sue regole. Heidegger definiva demondificazione (Entweltlichung) il processo che trasformava un mondo in un non-mondo. Per il filosofo tedesco, infatti, un mondo poteva essere tale solo come “unità dotata di senso”, alla quale gli esseri umani si rivolgevano per cercare una giustificazione, e dare un significato a quello che vedevano intorno a loro. Questi due fenomeni – surriscaldamento globale e Covid-19 – stanno agendo proprio in questo senso, da demondificatori della nostra idea di mondo, deumanizzando le nostre posizioni antropocentriche, facendo crollare la visione di un Pianeta che deve vivere per noi, con noi, di noi, e introducendoci in un mondo indipendente che perde i connotati familiari a cui siamo abituati.

Comprendere i legami non è dunque semplice, ma fondamentale per disinnescare gli effetti che possono causare. Non solo per la necessità di comprendere il mondo “di fuori”, ma perché frutto noi stessi di articolati legami biologici: la vita è essa stessa un composto di virus e batteri che rappresentano “una sorta di collante naturale, che lega un individuo all’altro e una specie all’altra all’interno di quelle complessi rete biofisiche che chiamiamo ecosistemi” come afferma David Quammen in Spillover.  

O, per dirla à la Gadda, dei sistemi di sistemi.  

 

di Flavio Natale

 

 

 

Lunedì 06 Luglio 2020