Il lavoro agile sarà la nuova normalità?

Ora che il virus ci ha fatto “scoprire” lo smart working non è chiaro se saremo bravi a cogliere questa opportunità.

di Andrea De Tommasi, redazione FUTURA network

Qualche giorno fa Facebook ha annunciato che consentirà a molti suoi dipendenti di lavorare da casa in modo permanente. Mark Zuckerberg, amministratore delegato di Facebook, durante una riunione dello staff trasmessa in streaming ha detto ai lavoratori che entro un decennio circa metà degli oltre 48.000 dipendenti dell’azienda lavorerà da remoto. La mossa segue l’annuncio di Twitter, che ha comunicato via mail ai propri dipendenti che potranno continuare in smart working a tempo indefinito, anche una volta terminata l’emergenza Covid-19. Anche Google ha stabilito che il personale potrà rimanere a lavorare da casa per tutto il 2020, ma non ha fornito indicazioni più precise per il futuro.

 

Ci sono segni dunque che il lavoro a distanza è popolare tra i colossi tecnologici. “Questa sarà una scossa elettrica per il sistema”, ha affermato Paul Daugherty, Chief technology & inovation officer di Accenture. "Le aziende sono in procinto di ripensare l'esperienza e gli strumenti di lavoro per i loro dipendenti”. Deloitte rileva che il 75% dei Cfo (Chief financial officer) delle grandi aziende si aspetta che una parte maggiore della propria forza lavoro svolga attività in remoto nell’arco di un anno. Nell'ultimo mese, LinkedIn ha registrato un aumento del 28% delle offerte di lavoro a distanza e del 42% nelle ricerche utilizzando i termini ‘remoto’ o ‘lavoro da casa’, ha dichiarato Karin Kimbrough, Chief economist di LinkedIn.

 

Il lavoro da remoto è stato il grande protagonista dell’emergenza sanitaria, consentendo alle aziende di continuare la loro attività. Chiaramente ha pro e contro. Garantisce grande flessibilità all’impresa e al lavoratore: alla prima offre un importante abbattimento dei costi e al secondo un migliore equilibrio tra vita personale e professionale. Tuttavia, l’isolamento a casa pesa sull’equilibrio psicofisico del lavoratore. Per questo, secondo Deloitte, la lezione che sembra provenire da questo lungo periodo di prova potrebbe essere che piuttosto che il remote working tout court, l’approccio da privilegiare sia quello dello smart working. Lo smart working, infatti, prevede un’alternanza tra presenza in ufficio e attività da remoto, non una sostituzione totale del lavoro in ufficio con quello da casa.

 

Accenture dice che il Covid-19 è il più grande evento globale e la più grande sfida per le nostre vite. Ha cambiato per sempre l'esperienza di un cliente, un dipendente, un cittadino, un essere umano. Accenture identifica cinque importanti implicazioni della Pandemia sul comportamento umano e una di queste è l’entrata nel “secolo virtuale”, dove “tutto ciò che può essere fatto virtualmente lo sarà: i modi di comunicare attraverso l'apprendimento, il lavoro, la transazione e il consumo”. C’è chi applica questa filosofia fino alle estreme conseguenze. Il Wall Street Journal racconta la storia di GitLab, startup americana di sviluppo software (600 dipendenti in 54 Paesi) che non ha una sede e dove tutti lavorano a distanza, persino il Ceo. Ma ammette che l’esperienza di GitLab è estrema financo per la Silicon Valley.

 

Secondo Gallup, il Covid-19 sta suscitando una nuova riflessione sul benessere dei lavoratori. Il rapporto tra lavoro da remoto e coinvolgimento dei dipendenti è complesso: una ricerca dell’agenzia americana rivela che la situazione in cui il lavoro a distanza è una delle opzioni sul tavolo riscuote il massimo gradimento dei dipendenti, mentre il lavoro che ha come unica opzione l’ufficio o quello al 100% in remoto registrano un coinvolgimento inferiore. Secondo Jim Harter, Chief scientist di Gallup, dopo il Coronavirus sarà necessario ripensare l’esperienza dei dipendenti: “Anche se il lavoro e la vita sono stati completamente mescolati per molte persone, più della metà di chi ha lavorato da casa afferma che preferirebbe continuare a lavorare da remoto il più possibile, una volta revocate le restrizioni alle imprese e le chiusure scolastiche. Vale la pena notare, tuttavia, che questa percentuale è scesa dal 62% al 53% dopo che i dipendenti hanno vissuto l'esperienza quotidiana di lavorare da casa”.

 

Come ha scritto Gianluca Nicoletti in un articolo sulla Stampa il 15 maggio, ora che lavorare da casa è diventato un diritto, anche lo spazio all’interno delle nostre abitazioni va ripensato: “Non basta ricordare la media insufficienza delle nostre connessioni di rete, che sono alla base di ogni lavoro in remoto, ancora più delicato da risolvere però è un problema di cruda topografia domestica: chi lavora ha bisogno di uno spazio dedicato. Non potremo pensare all’efficienza collocati in aree di ripiego, tanto meno agli assemblaggi che in pieno lockdown hanno visto coabitare laptop, giocattoli, stoviglie e umani variamente distribuiti”.

 

Non sprecare questa occasione significa fare in modo che ciò che ora è stato, in molti casi, semplice “telelavoro” diventi l’avvio di un processo di organizzazione più ampio. Per le aziende la sfida è complicata dalle incertezze sulla progressione del virus e dalle azioni sociali, politiche e fiscali che saranno adottate nei prossimi mesi. Ma ciò rappresenta un’opportunità di sviluppare competenze su cui molte imprese desideravano investire prima del Covid: essere più digitali, avere strutture di costo più agili, adottare un’ottica di valutazione riferita al risultato, più che alla presenza. In Italia, rileva Deloitte, più di 8,2 milioni di persone svolgono mansioni che potrebbero essere eseguite da remoto. Ma prima dell’emergenza Covid-19 solamente il 58% delle grandi imprese, il 12% delle medio-piccole e il 16% delle pubbliche amministrazioni avevano attivato policy e procedure di smart working. Nel solo settore privato oggi sono circa 2 milioni i lavoratori che hanno cominciato a lavorare in remoto. Una accelerazione senza precedenti in un panorama che, prima della Pandemia, era ancora piuttosto arretrato.

 

di Andrea De Tommasi

Martedì 26 Maggio 2020