Quanto online ci sarà nella nostra vita dopo la crisi da Coronavirus?

Sarà necessario trovare un nuovo equilibrio tra le esperienze digitali sperimentate in questo periodo e il bisogno di contatto fisico, con ulteriori innovazion, per la qualità delle esperienze e l’equilibrio dei risultati.

di Luca De Biase, giornalista

Mentre lo spazio fisico si è ristretto alla clausura, lo spazio digitale ha trovato i motivi di un’espansione senza precedenti nella concretezza della vita quotidiana. Le riunioni œ sono diventate la norma nella gran parte delle aziende di servizi. La scuola œ è diventata una soluzione di emergenza per milioni di persone. Ma una quantità di questioni è rimasta in sospeso. Eventi online? Viaggi online? Aperitivi online

 

Se per qualche tempo si era trovato l’equilibrio tra la vita online e quella off line, tanto che l’idea di “onlife”, il concetto lanciato dal filosofo Luciano Floridi, era diventata una parola comunemente utilizzata. Ma nella clausura, l’onlife è stata ricacciata nell’online.

 

Sicuramente, in emergenza, è una grande opportunità. Ma uscendo dalla crisi, l’espansione della dimensione digitale resterà al livello attuale? Per le grandi piattaforme che servono a questa fase iperdigitale dell’onlife, da Facebook a Zoom, sarebbe un’ottima idea. Ma l’esperienza così com’è resta insufficiente, senza dubbio. Che cosa serve per trovare un nuovo equilibrio? 

 

Una prima osservazione è evidente. Fare tutto online è stancante. Non si vede l’ora che finiscano le riunioni online: troppo cerebrali, probabilmente, troppo monodimensionali. L’empatia di un incontro fisico non genera soltanto un arricchimento nella comunicazione informale, ma anche una rigenerazione dell’energia personale. Una gran parte delle riunioni resterà online, anche per recuperare costi: ma resterà anche così faticosa?

 

Comprare online è comodissimo invece. Dove la logistica funziona. Difficile tornare ai negozi con la stessa logica di prima: per gli acquisti ripetitivi, forse è meglio restare definitivamente online. Se si è chiusi in casa. E se non lo si è?

 

La dimensione edonistica online è meno divertente, per adesso. Vivere gli aperitivi online è certamente possibile, per chiacchierare, una volta o due. Ma tutti i giorni di certo no. Del resto, è proprio necessario andare all’aperitivo tutti i giorni? Non ci sono altre cose da fare che vale la pena di coltivare? Un corso online, in effetti, non sarebbe una buona idea? Sì, se non fosse così faticoso, tanto da convincere cento persone a cominciare, ma una sola di quelle cento a finire. Resteranno così, le nuove esperienze educative?

 

No. Ci vorrà altra innovazione. Un’innovazione per la qualità delle esperienze e per l’equilibrio dei risultati. Ecco alcune prime idee. Non ho idea se siano buone idee. Ma il loro contenuto di novità è il vero messaggio: se si potrà trovare un equilibrio nell’onlife spostata un po’ di più sul digitale, ciò avverrà soltanto attraverso una ricerca costante di idee che dimostrino lo spirito con il quale le proposte si proiettano verso le persone e cercano di dare loro qualcosa di più di una semplice simulazione della fisicità.

 

Turismo. Le Isole Faroe hanno chiuso ai turisti per bloccare l’epidemia Covid-19. Per questo, Visit Islands, l'ente per il turismo locale, ha creato nell’aprile 2020 un'esperienza di viaggio virtuale di tipo nuovo, semplice e interessante. I visitatori che si connettono non incontrano un documentario, uno scenario in 3D da vedere con l’Oculus, o un’altra soluzione soltanto digitale. Possono controllare un abitante delle Faroe in carne e ossa che è equipaggiato con una videocamera accesa che trasmette in diretta. Con quella persona, i visitatori esplorano il paesaggio e l’ambiente “urbano” con l'avatar umano, camminando, correndo o saltando su elicottero. Le trasmissioni quotidiane durano un’ora. Gli spettatori hanno a disposizione turni di un minuto ai comandi. I collaboratori dell’ente del turismo sono online in diretta per rispondere alle domande e dare informazioni sulla cultura e la storia dei luoghi visitati. (fonte: https://www.remote-tourism.com/)

Negozi. Mentre gli acquisti online aumentano di importanza, i luoghi fisici cercano di difendere la loro utilità. Burrow, un’azienda di mobili, ha creato a febbraio 2020 un flagship store di 2.200 metri quadrati a New York per proporre ai clienti delle vere e proprie esperienze. Il negozio ospita eventi, registrazioni di podcast, dibattiti con donne manager e leader del settore. L’idea era quella di costruire comunità, fidelizzare e incuriosire i potenziali consumatori, creare momenti che le persone volevano postare su Instagram. Il Coronavirus ha interrotto questo esperimento. L’azienda ora cerca di proseguire online. Crea eventi su Instagram e incontri con il personale. L’azienda non è la sola. Molti cercano di creare esperienze sociali online ambientate nel negozio visitato da remoto. La Camp offriva ai bambini l’opportunità di festeggiare i compleanni in negozio. Ora propone di farlo su una piattaforma che porta i bambini a festeggiare online in un setting che si basa sul negozio. La ricerca è in corso. Il genere si chiama “experiential retail” (qualcosa come botteghe di esperienze). Le soluzioni sono interessanti più per la ricerca che per il risultato: ma la ricerca è già un risultato, si direbbe.

Lavoro. Un sondaggio globale della società di consulenza WKspace offre qualche informazione sull'esperienza di lavoro da casa degli ultimi mesi. Mostra che il 46% dei dipendenti ritiene che nei prossimi anni potrà avere un’influenza maggiore su come e dove lavorerà e il 53% pensa che il lavoro e il luogo di lavoro sono destinati a cambiare radicalmente. Intanto il 42% dei dipendenti dichiara di volere più incontri virtuali che una presenza fisica. «Man mano che le aziende diventano sempre più consapevoli della salute e del benessere dei dipendenti, il periodo di isolamento ha offerto uno sguardo sul potenziale futuro del luogo di lavoro, dalla riduzione dell'orario di lavoro all'ambiente tecnologico».

 

Tutta la sperimentazione che porta avanti l’innovazione oggi è orientata a trovare nuovi equilibri e maggiore qualità nel rapporto tra le esperienze digitali e analogiche. Un’integrazione che finalmente non sia basata sulle caratteristiche tecniche delle piattaforme digitali o sulle limitazioni fisiche dei luoghi analogici. Ma sulle esigenze delle persone. 

di Luca De Biase, giornalista

Martedì 28 Aprile 2020