E se tornassimo a parlare di futuro?

Il futuro che dovremo scrivere avrà necessità di nuove categorie ereditate dalla pandemia: potere condiviso, ambienti ipercollaborativi, governo delle relazioni, catene transnazionali del valore.

di Daniela Bianchi

Sembra che con la pandemia, concentrati come siamo sul presente, sui dati, sulla conta dei numeri che giorno dopo giorno erodono certezze e consapevolezze, abbiamo perso il senso della prospettiva. Naturalmente lo scenario non depone a favore di qualche esercizio di speranza, ma è di per se un dato di fatto che una società non possa smettere di sognare se stessa oltre le secche del presente. È insito nel concetto stesso di società e del senso della storia che ciascuna di essa intende scrivere.

E allora proviamo a capire se in un clima difficile, in cui il ritorno preponderante della povertà, le difficoltà delle nuove generazioni e del sistema scolastico, il fermo di interi comparti economici, ci sia ancora spazio per il futuro. Perché parlare di futuro non è un esercizio fine a se stesso, richiede infatti una strategia. E laddove la tattica è prigioniera del presente ed è chiamata ad agire nell’immediato, la strategia conduce invece la comunità oltre se stessa, esige una nuova narrazione, avvia un rinnovamento.

Anche quando l’Onu nel 2015 ha fissato gli obiettivi di sostenibilità, quell’orizzonte temporale al 2030 sembrava molto lontano nel tempo, un futuro idealizzabile. Eppure questi primi sette anni sono serviti alle comunità, ai territori, ai paesi, alle imprese, per sedimentare un valore e scrivere una cultura della sostenibilità molto più evoluta di un decennio fa. Se prima pensavamo che per dimostrarsi responsabili socialmente fosse sufficiente non mettere in atto pratiche nocive, oggi sappiamo che non è più sufficiente “non fare”, ma è necessario “fare”.

Abbiamo introdotto principi importantissimi come la creazione di valore, abbiamo preso confidenza con la cultura dell’impatto, siamo divenuti consapevoli che un’azione sostenibile si misura nella sua capacità generativa e trasformativa, in altre parole nella capacità di fare la differenza…positiva.

La pandemia, in questo percorso, ha imposto una velocizzazione, ci ha costretto a spegnere i fari mirabolanti, a fare esercizio di concretezza, a fare i conti con una giustizia sociale che preme sempre più insistente.  I fenomeni globali, siano una pandemia o il cambiamento climatico, hanno spostato la percezione e abbiamo preso contezza che nel bene e nel male i destini sono condivisi.

La massimizzazione del valore e la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi ha dimostrato che, nonostante i propositi e gli impegni presi, i 180 Ceo delle più grandi aziende americane, che nel 2019 hanno posto la sostenibilità al centro di una nuova responsabilità di essere impresa, non hanno ancora vinto la scommessa di un capitalismo più equo. Gli stessi Esg, probabilmente, non sono ancora sufficienti per esaurire l’esercizio sostenibile delle proprie azioni.

Il futuro che dovremo scrivere allora, per essere davvero sostenibile, dovrà fare i conti con un inverno demografico e con interi pezzi di società tagliati fuori da possibilità di sviluppo, informazione consapevole e scolarizzazione, avrà quindi necessità di nuove categorie, che abbiamo ereditato proprio dalla pandemia: potere condiviso, ambienti ipercollaborativi, governo delle relazioni, catene transnazionali del valore. E se per inventarlo non sarà sufficiente il 2030, non dovremo aver paura di puntare un po’ più in là.

C’è un new normal che ci aspetta.

 

di Daniela Bianchi, consigliera nazionale Ferpi

Giovedì 13 Gennaio 2022
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